Cambiare le regole per vincere la partita

Sull’abolizione del suffragio universale se ne sono sentite di cotte e di crude negli ultimi anni. Certo, nessuna testata giornalistica seria ha dato seguito a quest’onda (di cui nessuno sa indicare la portata) che ha investito la rete e i social media. La questione rimane sempre la stessa: non mi va bene il risultato della partita, allora è sicuramente colpa delle regole.

A scoprire il vaso di Pandora, quando, nell’anno scorso, avevamo ancora molto tempo per discutere di cose inutili, è stato Beppe Grillo, il quale si è inserito nella discussione inaugurata da Enrico Letta sull’età adatta per votare: alla proposta di abbassare la maggiore età ai sedici anni del secondo, il primo ha replicato che, a suo modo di vedere, gli anziani non avrebbero diritto al voto, giacché essi non potrebbero sperimentare le conseguenze delle decisioni da loro prese in cabina elettorale. Più che un vero e proprio inizio della discussione tale dichiarazione ha, piuttosto, resa manifesta un’idea che già da alcuni anni serpeggiava negli ambienti della sinistra. I fattori scatenanti, che hanno portato in auge tale disegno, sono stati, oltre alle ultime elezioni politiche italiane del 2018, le vittorie di Donald Trump alle presidenziali americane e del referendum a favore della secessione del Regno Unito dall’Unione Europea: in tutti e tre i casi le forze di sinistra sono state abbandonate dal loro “popolo”, il quale ha scelto di sostenere il male assoluto al posto del bene che, a quanto sembra, era sotto gli occhi di tutti. Invece di riflettere sul perché di questi avvenimenti, gli ambienti sconfitti hanno trovato molto più semplice affermare che l’ascesa di queste forze populiste doveva essere adeguatamente bloccata, impedendo a tutti quegli elettori ignoranti, che non erano stati in grado di votare nella maniera corretta, l’accesso alle urne. E allora via! Parte la giostra dell’idiozia: proposte di esami di educazione civica e di una patente per poter votare, con eventuale abbassamento della soglia d’età, tutto perché “il diritto al voto bisogna guadagnarselo”. Ma come posso guadagnare qualcosa che è già mio?

L’espressione più corretta sarebbe “il diritto al voto deve essere requisito e ridistribuito a tutti i meritevoli”, secondo quel principio che, dopo essere andato forte nel secolo scorso, ha bruciato il motore e si è impantanato una volta per tutte nella storia. Ma siamo assolutamente sicuri che tutti coloro che supereranno questa ipotetica soglia di sbarramento saranno a loro volta in grado di soddisfare il fine palato politico della sinistra? In caso contrario sarà bene dare una limata ulteriore alla massa, separando la crusca dal grano buono, che a sua volta dovrà essere setacciato e così via. Quali sarebbero poi i criteri che guiderebbero i nostri saggi pastori nella divisione? Vorresti forse negare il voto a un anziano eroe nazionale dell’ANPI e darlo a un ignorante e becero politologo di destra?

La questione è estremamente semplice: in qualsiasi modo si giochi il campionato essi saranno soddisfatti solamente finché potranno tenere la coppa. Se poi la perderanno in finale non sarà di certo colpa della squadra, presentatasi in campo senza idee e con gli occhi appesantiti dai bagordi del buonismo, ma delle stesse regole che hanno permesso a una compagine, che chiaramente (almeno per loro) non dovrebbe nemmeno esistere, di togliergli quello scettro che è loro di sacrosanto diritto.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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