La “MES” è finita, andiamo in pace?

“Tanto tuonò che (non) piovve”, verrebbe da pensare, modificando il celebre modo di dire attribuito a Socrate, dopo aver assistito ad uno schema comunicativo-politico purtroppo noto a chi segue il “dibattito pubblico” in questo Paese. Infatti, dopo giorni in cui si è ipotizzata e minacciata la caduta del governo “Conte-bis” sulla votazione della riforma del Mes, eccoci qui a rinviare il fatidico giorno.

Nel corso della giornata di mercoledì 9 dicembre, prima la Camera dei deputati e poi il Senato della Repubblica hanno votato con parere favorevole una risoluzione relativa alla ratifica del Trattato comprendente la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), dando inizio al processo di ratifica disposto dall’Eurogruppo lunedì 30 novembre. Ma non è questa l’occasione in cui si tratta il complesso contenuto del Mes, piuttosto, cosa la cronaca politica di mercoledì può descriverci.

È centrale il dibattito feroce all’interno dei partiti di maggioranza, e a farla da padrone è la parabola discendente dell’azionista di maggioranza di questo governo, il M5s, che votazione dopo votazione, riesce “sorprendentemente” a sconfessarsi. Che non sia questa la fortuna nella sfortuna? Un partito labile che a chiunque si accompagna cede sé stesso e quindi la sua inconsistenza? Rendendosi sì subalterno ma anche innocuo? “Il confronto all’interno delle forze di maggioranza è un segno di vitalità e ricchezza”, ricorda, tra fragorose risate provenienti dai banchi dell’opposizione, il Presidente del Consiglio; risata, quella dell’on. Giancarlo Giorgetti, che ha consapevolezza del momento critico e contraddittorio, e quindi tristemente ilare, dell’esecutivo. Non che la Lega non sia in contraddizione; come ha ricordato l’ex ministro del Mef Giovanni Tria al Foglio, con il primo governo Conte, l’Italia, nel giugno del 2019, aveva concordato buona parte dei punti contenuti nella riforma del Mes che oggi si discute (backstop delle crisi bancarie escluso). Ma a porre l’attenzione sulla vulnerabilità e a minacciare la stabilità di questo esecutivo è lo stesso che gli ha dato il La, il sen. Matteo Renzi, che durante il suo discorso al Senato avverte: “Serve dirsi le cose in faccia, ora o mai più. Se la governance del Next Generation Eu e la fondazione sui servizi segreti finiranno in legge di Bilancio voteremo no”. A stupire non è tanto questo metodo, a cui l’ex primo ministro ci ha abituati, è invece la mancata reazione del Partito Democratico, che fino ad oggi in seguito alle provocazioni del senatore fiorentino, lo avrebbe redarguito in nome della stabilità di governo, evocando il grande pericolo dell’opposizione alla guida del Paese; e invece no, l’ex inquilino di Palazzo Chigi prende persino qualche applauso dal suo ex partito, oltre che dall’emisfero destro dell’Aula. Che non sia già pronta un’alternativa?

Quando ci saranno davvero da spendere i 209 miliardi del Recovery fund e ci sarà davvero da ratificare il Mes, allora sì i nodi verranno al pettine; e forse solo a quel punto potremo andare in pace, senza questo governo.

Pubblicato da Tommaso Montini

Da Brescia, studente di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Padova. Diplomato presso l'Istituto Maddalena di Canossa, Liceo delle Scienze Umane.

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