I misfatti di una disciplina

Poco più di un anno fa, il 19 novembre del 2019, l’International Society of Anglo-Saxon Studies (ISAS), al termine di numerose discussioni al riguardo, ha deciso di cambiare il proprio nome in International Society for the Study of Early Medieval England (ISSEME). Questo evento è soltanto l’ultima goccia di un vero e proprio tsunami che ha investito, durante l’ultimo lustro, questo rinomato campo di studi universitario.

Argomento della disciplina è il seguente: lo studio della storia, cultura, lingua e letteratura di quel periodo della storia inglese che va dall’invasione anglosassone della Britannia (V secolo d.C.) fino alla celeberrima battaglia di Hastings del 1066, in cui i normanni presero il controllo dell’Inghilterra sotto la guida di Guglielmo il Conquistatore. Fra gli studiosi che si mossero all’interno di questa scienza troviamo, tanto per citarne uno, J. R. R. Tolkien, autore che non credo abbia bisogno di presentazione alcuna, insieme a molti altri luminari della storia e della linguistica. Ma quali sono, dunque, i peccati imperdonabili e le colpe senza assoluzione di questa disciplina, le quali hanno portato a un così repentino mutamento nella denominazione della sua organizzazione internazionale di riferimento?

Innanzitutto, com’è evidente, il nome: anglo-saxon, almeno a detta dei più, è un chiaro termine razzista e suprematista bianco, coniato nel XVIII e poi largamente usato nei secoli successivi per formare un’identità comune all’interno delle comunità bianche anglofone intente a conquistare il mondo. Gli accademici, utilizzando ampiamente questo termine, avrebbero dunque alimentato il falso mito di una patria germanica fortemente unita fin dall’origine, con ovvi connotati di superiorità razziale. La parola sarebbe fuorviante perché, prima di tutto, darebbe tale falso senso di omogeneità fra queste genti, annullando le divisioni interne, in popoli Angli, Sassoni e Juti, che caratterizzarono l’invasione del V secolo. Per tale diabolico scopo è stato, infatti, creato un palese composto formato dai nomi, ben distinti, delle due principali etnie protagoniste di questa migrazione di massa. In seconda istanza essi non avrebbero mai usato per definire sé stessi il termine anglo-saxon, preferendo piuttosto utilizzare Englisc o Anglecynn. Personalmente non credo che abbia rilevanza eccezionale, nella scelta di come nominare un corso universitario, il cosiddetto endoetnico (nome che un qualsiasi popolo dà a sé stesso): si può, almeno per ora, tenere un corso di lingua ungherese senza essere accusati di fuorviare la popolazione per non averlo chiamato Lingua Magiara III.

È, comunque, noto come di questo termine revisionistico si sia impossessata la destra più estrema, soprattutto statunitense, per difendere i propri ideali di razza pura anglosassone. Ora, non è di certo lo scopo di quest’articolo disquisire la fondatezza di tali teorie razziali all’interno di una società come quella americana, ma in ogni caso mi sento a buon diritto di affermare che l’utilizzo di un vocabolo dal punto di vista politico non lega per forza tali ideologie a chi si interessa di tale ambito e preferisce non cambiare di punto in bianco termini specifici del proprio lessico scientifico. In primis non sono del tutto convinto che le migliaia di professori e laureati della nostra epoca si dedichino a tale disciplina per provare un brivido suprematista mentre, ridacchiando diabolicamente, traducono dall’antico inglese gli scritti di Wulfstano di York. In secundis nonostante il termine “ariano” abbia avuto un’accezione ben distinguibile ideologicamente nell’ultimo secolo, non mi è ancora giunta voce di un povero professore di linguistica messo in croce per essersi profuso per un intero semestre sulla struttura delle lingue indo-arie.

La seconda e, ammettiamolo, più grave colpa di questi studi è quella che è stata, già all’inizio di quest’anno, rinfacciata all’ASNAC, il prestigioso dipartimento dell’Università di Cambridge di Studi Anglosassoni, Norvegersi e Celtici: il privilegiare, insieme ad altre facoltà, lo studio di certe culture e società (bianche per l’esattezza) invece di altre ben più degne moralmente. È infatti, per i detrattori, oltremodo scandaloso che in uno degli atenei cardine del Regno Unito esista addirittura un intero dipartimento dedicato allo studio delle tre culture che sono alla base della storia di questa entità statale.

Risulta, così, evidente, da queste ultime affermazioni, cos’è che ha portato alla temibile condanna politica, spada di Damocle della nostra epoca, degli studi anglosassoni. Essi si sono presentati nel tribunale dell’estrema sinistra nella loro forma più evidente e comprensibile per chicchessia: una scienza che studia una società bianca e all’origine di potenti nazioni “colonialrazziste”. La sentenza di colpevolezza (anche se nei nostri tempi l’accusare è ormai divenuto più che sufficiente per condannare qualcuno) era scritta ancora prima che essa si presentasse al banco degli imputati. Così la già citata ISAS si è vista costretta a correre ai ripari per evitare una pubblica diatriba che avrebbe potuto portare all’abolizione di tale materia e, allo stesso tempo, non è detto che a Cambridge l’ASNAC continuerà a fregiarsi di questo nome che ha fatto la storia degli studi.

In fondo, se si ama veramente la propria disciplina, si è anche disposti a cambiarle nome, pur di poter continuare, finché ciò sarà permesso, a insegnare e studiare liberamente.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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