L’alba della gioventù italiana

Quante volte ci sentiamo dire che “L’Italia è un Paese per vecchi”, che per i giovani non vi è alcun futuro e che si debba emigrare per cercare la fortuna che i nostri nonni e in certa misura i nostri genitori hanno trovato?

Finiamola con questa manfrina, inutile piangersi addosso, è l’ora di cercare delle soluzioni semplici.

Probabilmente avranno ragionato così i numerosi elettori del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche del 2018 esasperati dalla corruzione, dalla disonestà e dall’inadeguatezza dei politici, hanno quindi preferito affidare il loro Paese a dilettanti sconosciuti. Sebbene ne comprenda le ragioni non posso assolutamente condividere la conclusione logica di votare un partito simile. Politiche anticasta, reddito di cittadinanza, promessa di democrazia diretta, guerra contro i poteri forti, abolizione dell’obbligo vaccinale… Di cosa si tratta se non di soluzioni semplici, populiste, mirate al consenso immediato?
Come disse colui che è probabilmente il più grande uomo politico del ventesimo secolo: “il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”.
Di uomini di Stato pare non vi sia traccia in tale movimento, men che meno nell’attuale governo, si tratta di una disgrazia non solo nel breve periodo ma soprattutto nel lungo periodo. Se la critica ai pentastellati pare eccessiva, così invece non è e non deve essere; si tratta di un partito che ha ricevuto circa 1/3 dei voti popolari alle ultime elezioni politiche, un importante componente di qualsiasi governo costituitosi dal 2018 ad oggi e soprattutto contribuisce alla nomina di coloro che pezzo per pezzo distruggeranno il Paese.

Aver consegnato un significativo potere decisionale a questo tipo di partiti porta a ciò che tutti abbiamo visto durante gli ultimi 2 anni della corrente legislatura, l’incapacità fatta istituzione. Facendo particolare attenzione al tema scolastico, la faccenda si rende ancora più comica: siamo tutti consci della necessità di una profonda riforma del sistema di istruzione italiano, la soluzione immediata e idiotica? Acquistare centinaia di migliaia (si stimano circa 400 000 unità) di banchi-sedie monoposto a rotelle. Chiaramente è quello che serve alle nuove generazioni! Non frega assolutamente nulla se la transizione dal mondo scolastico al mondo del lavoro sia complicata, se le nozioni acquisite in ambito scolastico sono praticamente inutili in ambito lavorativo e, soprattutto, se l’università italiana continua a essere inferiore sotto ogni punto di vista rispetto alle istituzioni degli altri Paesi.

L’ignoranza abissale riguardo al funzionamento della realtà delle cose è ciò che mi preoccupa maggiormente; le politiche attuate da “governi populisti“ basate su un’aumento della spesa pubblica, misure di assistenzialismo diffuso, aumenti ai dipendenti pubblici, trasferimenti per fini elettorali, bonus vari, di certo fanno felici chi riceve questi danari ma domandiamoci insieme da dove provengono. Nelle mie limitate conoscenze economiche una delle nozioni più importanti che ho compreso è la scarsità. Lo studio stesso della economia politica, solitamente, si inizia affrontando la questione imperativa della scarsità e di come gli individui cerchino di risolvere questo problema. Secondo tale principio la ricchezza/ i soldi “non crescono sugli alberi” ma sono frutto della coesistenza in una realtà dove la scarsità è intrinseca alla natura dell’uomo; l’ottenimento di tali ricchezze non è dovuto esclusivamente da condizioni preesistenti o esogene, come spesso si sente dire da esponenti della sinistra , ma sono derivanti dalle scelte di ognuno di noi. C’è chi per passione decide di aprire una piccola impresa, chi per necessità si adopera in lavoretti saltuari, chi decide di far carriera in grandi aziende… Parte del tempo della vita umana è sacrificato per ottenere queste effimere e limitate sostanze per garantire a sé stessi, ai propri cari una vita più agiata, più felice… Le motivazioni che spingono l’uomo a “lavorare” sono infinite.
Ora, una porzione del frutto del lavoro è destinata allo Stato per garantirne il funzionamento come tutti gli attuali lavoratori sanno e vivono sulla loro pelle, si tratta quindi di persone che lavorando hanno coscienza di quanto lo Stato tolga loro annualmente ed essendo toccati direttamente da questo processo i governi sono riluttanti a elevare la tassazione su queste categorie di persone.

I nuovi e i futuri lavoratori, invece, i ragazzi e le ragazze che ora frequentano le lezioni a distanza e le università telematiche, non hanno direttamente controllo e conoscenza di ciò che dovranno pagare. Un indicatore importante per comprendere meglio la situazione che li attende durante la loro permanenza nel mondo del lavoro è il debito pubblico sul prodotto interno lordo, il nostro Paese sta per toccare una vetta critica del 160% di indebitamento. Sebbene qualche politico farnetichi sul fatto che questi debiti non sono rimborsabili o che non verranno pagati, vi assicuro, che si pagheranno fino all’ultimo centesimo.
Non esistono formule magiche, non esistono meccanismi particolari che ci faranno ricchi senza dover lavorare, sarebbe ovviamente ottimo, ma non è così che funziona il mondo in cui viviamo. I debiti contratti dai nostri nonni e poi dai nostri padri li dovremo pagare noi, rimbocchiamoci le maniche e prepariamoci a quello che sarà il crocevia fondamentale per l’Italia dove noi decideremo che strada intraprendere. La strada che ci mantiene e ci porta verso i Paesi del mondo più virtuosi e ricchi, oppure la strada che ci porta lentamente e inesorabilmente verso l’Argentina.

Pubblicato da Luca Toller, Vicedirettore

Studente di Scienze economiche presso l’Università di Milano – Bicocca. Nato il 29 settembre del 1998, diplomato presso il Liceo classico Arnaldo da Brescia.

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