Rendere visibile l’invisibile

È universalmente noto che la Bibbia è stata – e probabilmente continuerà ad essere – il libro più letto e tradotto nella storia dell’umanità. Le varie traduzioni del Libro, che dall’antichità fino a praticamente l’età moderna sono state realizzate, hanno permesso di mettere per la prima volta per iscritto molte lingue che fino a quel momento non avevano ancora vissuto se non nella forma orale. All’interno di questo ampio ventaglio di idiomi troviamo, a titolo d’esempio, il gotico e l’antico slavo, ma anche molte delle lingue del Nuovo Mondo che non avevano sviluppato un proprio sistema di scrittura.

L’armeno rientra a buon diritto in questo gruppo essendo, anzi, una delle prime lingue in cui la Bibbia è stata tradotta integralmente. Nell’anno 301 Trdat III, re d’Armenia, insieme a tutta la sua corte vennero convertiti al cristianesimo da san Grigor Lusaworichʽ (san Gregorio l’Illuminatore), rendendo de iure tale regno la prima nazione cristiana della storia. Il passaggio dal mazdeismo, all’epoca largamente diffuso in quei territori, alla nuova religione non fu ovviamente immediato, ma con il passare del tempo e grazie ad un’intensa attività  missionaria, il cristianesimo divenne parte importante, per non dire fondamentale dell’identità del popolo armeno. Tappa fondamentale fu proprio la traduzione della Bibbia agli inizi del secolo successivo. In una situazione geopolitica che vedeva le terre del Regno d’Armenia ormai contese fra i Bizantini da una parte e l’Impero Sasanide dall’altra, in seno alla neonata Chiesa Armena nacque un movimento volto a conservare la propria identità nazionale cristiana dalle influenze dei conquistatori. All’interno di questo ambiente il celeberrimo monaco Mesrop Mashtotsʽ nel 406, adiuvato da altre pie figure dell’Oriente cristiano, a partire da quello greco creò  l’alfabeto armeno, il quale, ancora oggi, viene ammirato per le sue finissime forme estetiche. Il passo immediatamente successivo fu la traduzione nella propria lingua delle Sacre Scritture le quali, fino a quel momento, erano circolate solamente in versioni greche, siriache o persiane, creando non pochi problemi durante le opere di predicazione.

Alla luce di ciò, non sorprende il fatto che la traduzione del Libro e le sue copie rappresentino molto più di un testo religioso; essi sono un vero e proprio simbolo della fiera identità nazionale di questo popolo.  Dalle origini della cristianità armena fino a praticamente l’età contemporanea è stato, infatti, uso comune commissionare la copiatura e la rilegatura di preziose versioni dei Vangeli che potessero portare salvezza spirituale e memoria presso i posteri ai propri finanziatori, possessori o copisti. Tale fu e rimane l’importanza di queste opere devozionali, che nel tempo molti di questi libri sono diventati meta di pellegrinaggio in quanto notoriamente dotati di poteri miracolosi. Il pellegrino in armeno classico viene, infatti, indicato con il termine ukhtawor ‘colui che ha fatto un voto’ che, in questo caso, è la promessa, fatta dal fedele, di recarsi in visita presso uno di questi Vangeli.

Nonostante l’attuale Repubblica di Armenia (piccola parte della regione storicamente occupata da questo popolo) abbia subito 70 anni di dominio sovietico la devozione dei suoi abitanti non si è spenta ed essa è, anzi, uno degli stati con la più bassa percentuale di ateismo nell’intero panorama europeo. Alcuni dei Vangeli si trovano ancora nelle loro sedi originali che sono, in parte, case di privati (i quali di generazione in generazione si sono tramandati la custodia di questi libri) che ad essi hanno dedicata una stanza o una piccola cappella adiacente all’abitazione. Molti altri testi sono invece raccolti nel cosiddetto Matenadaran, un istituto pubblico con sede nella capitale Yerevan che negli anni ha raccolto e protetto manoscritti di ogni genere prodotti nella millenaria storia dell’Armenia. In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica è diventata prassi comune che alcuni fra i più famosi Vangeli conservati al suo interno possano fare ritorno una volta all’anno alle loro sedi originarie in concomitanza di importanti celebrazioni religiose che tuttora attirano una grande quantità di credenti.

I fedeli sono soliti esprimere la loro devozione baciando le Sacre Scritture, ma oltre a questo gesto è possibile anche appoggiare ad esse parti del corpo affette da malanni oppure oggetti personali i quali acquistano e mantengono una speciale sacralità una volta fatto ritorno dal pellegrinaggio. L’immenso affetto per questi libri si può, inoltre, denotare dalle loro copertine che, qualora non fossero già in origine riccamente decorate, sono tempestate di crocette lasciate come ex voto dai fedeli di ogni epoca in ringraziamento per benedizioni ricevute.

Concludendo con una riflessione al riguardo, la venerazione dei Vangeli come oggetti fisici e non solo come testi sacri, rende evidente come all’interno di quella armena, a differenza di altre branche del cristianesimo, il rapporto con Dio può ancora efficacemente esprimersi ed essere ampiamente mediato attraverso la materia più che mediante la pura spiritualità. A questi Sacri Vangeli è dunque affidato il potere di rendere visibile l’invisibile e il privilegio di mettere in collegamento con il Sacro coloro che, adempiendo al loro voto, si recano in pellegrinaggio presso di essi.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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