Lo sport al tempo del Covid-19

Una finale da vincere. Con questa metafora si può riassumere l’ardua sfida che l’intero mondo dello sport si è trovato ad affrontare dinanzi alla minaccia del Covid-19. Minaccia che ha colpito indistintamente: dal mondo degli amatori e dei dilettanti, fino ad arrivare a quello professionistico.
A metà marzo, da un giorno all’altro, un intero movimento si è fermato completamente. Ognuno di noi si è ritrovato chiuso in casa e lo svago che solo lo sport è in grado di regalare è diventato un lontano ricordo.
Dopo mesi bui si è iniziata a intravedere la luce in fondo al tunnel. Le varie federazioni degli sport professionistici hanno cominciato a studiare piani di ripartenza, i governi hanno concesso gradualmente le riaperture dei centri sportivi e da luglio si è tornati a una sorta di normalità. Gli amatori e i dilettanti hanno avuto la possibilità di tornare in palestra, di andare a correre senza restrizioni, di giocare a calcetto con gli amici e di divertirsi facendo l’attività più sana al mondo.
Contemporaneamente, nei mesi estivi, anche a livello professionistico si è riaperto il sipario in tutto il mondo. Nonostante il rinvio di Olimpiadi ed Europei all’estate 2021, calcio, basket, tennis e motori son tornati a far compagnia ai tifosi, seppur in modalità remota.

Ma come sono state organizzate queste ripartenze? Quali differenze ci sono state tra uno sport e l’altro?
Partiamo con l’analizzare la situazione del calcio, lo sport maggiormente seguito al mondo. Tutte le principali federazioni nazionali hanno optato, chi prima e chi dopo, per una ripartenza a porte chiuse con l’intento di portare a termine la stagione. Unica eccezione il campionato francese, che ha deciso di chiudere anticipatamente l’annata congelando le classifiche. Al termine delle competizioni nazionali, la Uefa ha organizzato due bolle, una a Lisbona e una a Francoforte, per disputare le fasi finali della Champions e della Europa League.
Nonostante alcune difficoltà logistiche e qualche raro caso di positività, prontamente isolato, la stagione 2019/20 è stata conclusa e i titoli assegnati.

Idea di bolla che la Uefa ha ripreso dalla NBA, la lega di basket più famosa al mondo. Il Commisioner Adam Silver, insieme all’associazione giocatori capitanata da Chris Paul, ha lavorato duramente nei mesi di lockdown per permettere la ripresa della stagione nella bolla organizzata all’interno del campus di Disneyworld a Orlando. Per garantire la sicurezza degli atleti e degli addetti, si sono effettuati test a tappeto quotidianamente, chi entrava ed usciva dalla “bubble” era sottoposto alla quarantena e soltanto nelle fasi finali dei playoff è stato consentito l’ingresso di alcuni famigliari. Questo modello ha avuto un successo incredibile grazie anche alla scelta di portare nelle arene un pubblico virtuale. Alcuni fortunati tifosi hanno infatti avuto la possibilità di assistere alle partite in collegamento da casa su maxischermi situati ai lati del parquet. L’iniziativa è stata apprezzata, ha ridotto lo straniamento generale e ha permesso alla NBA di dimostrare per l’ennesima volta di essere un passo avanti rispetto a qualsiasi altra organizzazione.

L’annullamento del torneo di Wimbledon ha segnato una ferita dolorosa nel cuore di ogni appassionato di tennis. Nonostante questa difficile ma inevitabile decisione, la stagione ha comunque avuto luogo. I vari tornei europei in programma nei primi mesi dell’anno sono stati rinviati in autunno e sempre utilizzando il metodo della bolla, i due Slam rimasti da giocare, lo US Open ed il Roland Garros, sono stati disputati e l’annata terminata con le ATP Finals di Londra tra la soddisfazione generale di giocatori e dirigenti.

Il plauso più grande va però rivolto agli sport motoristici, in particolare alla F1 e alla MotoGP. Le due federazioni sono state in grado di riorganizzare un intero mondiale che per cause di forza maggiore si è disputato con gare quasi esclusivamente in territorio europeo. Spostare un ingente numero di addetti ai lavori da un finesettimana all’altro in giro per l’Europa è stata una sfida ardua, che F1 e MotoGP hanno superato brillantemente. Pochi i casi di positività al virus – tra cui spiccano quelli di due campioni come Lewis Hamilton e Valentino Rossi – che, immediatamente isolati, hanno evitato il rischio di focolai all’interno delle scuderie e permesso di disputare tutte le tappe in calendario senza la cancellazione di alcun Gran Premio.

La macchina organizzativa messa in moto da ogni sport per tornare a gareggiare nel corso di una pandemia è stata, ed è tutt’ora, una grande dimostrazione di come si può e si deve convivere con il virus, non considerando il chiudersi in casa come unica opzione applicabile. La strada per vincere definitivamente questa finale è ancora lunga, ma la volontà di non cedere a questo nemico invisibile e di trovare alternative che permettano di non fermarsi, regala speranza a ogni appassionato in giro per il mondo.

Pubblicato da Stefano Bonelli

Studente di Scienze della Comunicazione presso l'Università di Verona. Diplomato al Liceo Classico Arnaldo di Brescia. Nato il 12 gennaio a Brescia. Appassionato di sport, del quale scrivo per diverse testate online.

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