Un viaggio nel deserto: il Sahara Occidentale

Sic transit gloria mundi (pt. III)

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Dopo la tregua raggiunta nel 1991 dal Marocco e dal Fronte Polisario, le Nazioni Unite aumentarono il loro coinvolgimento nella questione Sahrawi. Frutto di questo rinnovato interesse, quello stesso anno fu autorizzata MINURSO, una missione di pace incaricata di monitorare il cessate il fuoco raggiunto e, sopratutto, di organizzare e assicurare un referendum libero ed equo e identificare e registrare i votanti, nonché diverse proposte riguardanti quest’ultimo punto. Il Piano di Regolamento, accordo promosso dal Consiglio di Sicurezza, e accettato dalle due parti nel 1988, includeva un piano d’azione per il censimento della popolazione Sahrawi in previsione del referendum che si sarebbe dovuto tenere nel ’98.

Il rifiuto marocchino dei risultati del censimento, però, unito alla conseguente inverosimiglianza dell’accettazione di un referendum basato sui votanti presentati, spinsero all’allora Segretario Generale, Kofi Annan, a sospendere il piano. La speranza di molti per una soluzione definitiva si scontrò così con la dura realtà dei fatti. Inoltre, alla morte di Hassan II nel 1999, gli succedette il figlio, Mohammed VI, il quale si trovò obbligato -come, d’altronde, qualsiasi giovane leader di un regime– a presentare davanti alla casta di tecnocrati e militari di Rabat un’immagine forte di se stesso e a “riaffermare fermamente la rivendicazione del Marocco sulla regione”, secondo quanto riportato da Carol Migdalovitz in un rapporto del 2006 al Congresso degli Stati Uniti.

Seguirono altre due proposte di censimento della popolazione, i piani Baker I (2001) e II (2003), così chiamati per l’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale James Baker, Segretario di Stato durante l’amministrazione di Bush padre. Il primo fu rifiutato dal Fronte Polisario e dall’Algeria -alleata di quest’ultimo-, il secondo dal Marocco. Baker si dimise criticando le posizioni irreconciliabili di entrambe le parti e l’opposizione del Consiglio di Sicurezza di imporre una decisione.

Di fronte a questo stallo giuridico e diplomatico, il Marocco non ha perso tempo in questi anni, rafforzando il suo controllo sul territorio del Sahara Occidentale e iniziando una vera e propria corsa agli armamenti che lo ha portato, nel 2020, a versare circa 4.2 miliardi di euro nel budget della difesa, un 30% più del 2019.

Tutto ciò con il fine di raggiungere le sue ambizioni espansionistiche, rappresentate dal progetto del “Grande Marocco”, visto en passant nel primo articolo di questa serie e mirato ad allargarsi nel Maghreb, occupando grandi porzioni di Mali, Mauritania, Algeria e la totalità delle città autonome spagnole di Ceuta, Melilla e, secondo alcuni analisti, persino l’arcipelago Canario.

La strategia di Rabat, iniziata con il consolidamento della sua occupazione militar del Sahara, ha trovato terreno fertile negli scontri e attriti tra Washington e Pechino. Essendosi gli Stati Uniti disimpegnati diplomaticamente, economicamente e militarmente da diverse regioni del pianeta per far fronte nell’Indo-Pacifico -e non solo- a quella che è considerata come la principale minaccia alla posizione globale statunitense dall’establishment americano, si sono dovuti rivolgere a diversi alleati per sopperire a questa deficienza.

Secondo il Dr. Josep Baqués, analista dell’Università di Barcellona (UB) e del Ministero della Difesa spagnolo, subappaltando la loro posizione geopolitica nel Maghreb all’alleato marocchino ed erigendo quest’ultimo come difensore degli interessi americani nella regione, gli USA si sono ritrovati nella posizione di inferiorità nella relazione Washington-Rabat, lasciando che siano i secondi a dettare il passo. Approfittando della crescente ingerenza cinese -e anche russa- nella zona, e in particolar modo sullo storico avversario rappresentato dall’Algeria, il Marocco ha recentemente ottenuto dall’uscente presidente Trump il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

Pur essendo tale dichiarazione contraria a numerose Risoluzioni ONU, alla posizione ufficiale USA sul diritto all’autodeterminazione (vedere Kosovo) e pur essendo stato ferito di gravità dagli avvenimenti del 6 gennaio lo status non solo del presidente, ma degli Stati Uniti d’America in generale come potenza globale, l’appoggio di Trump risulterà in ogni modo estremamente vantaggioso per il puntellamento degli obiettivi alawiti nella regione.

Al giorno d’oggi le possibilità di vedere un Sahara Occidentale indipendente e libero dall’occupazione militare marocchina sono estremamente scarse. La storia recente ci insegna che principi e ideali sono da ponderare in funzione di interessi economici e geopolitici. Dopo numerosi scandali ed esempi di inazione al meglio, e di apatia al peggio, le Nazioni Unite non vantano più il prestigio di un tempo. Qualsiasi soluzione futura relativa al Sahara non verrà certamente raggiunta nei saloni del Palazzo di Vetro, ma nei corridoi di edifici governativi degli attori interessati. Mai come oggi, il pragmatismo della realpolitik è stato così importante.

Allo stato attuale della cose, Madrid non può dire di essere in gioco: dopo aver abbandonato il Sahara e la sua popolazione si è ritrovata vittima dei ricatti di Rabat per fare da portavoce di quest’ultima davanti all’Unione Europea. Lo stato alawita controlla le rotte migratorie attraverso le quali, solo tra ottobre e novembre del 2020, sono arrivate in Spagna più di 13.500 persone, frutto, secondo Laura Caro, giornalista del quotidiano spagnolo ABC, di un braccio di ferro nato dalle dichiarazioni in favore dell’indipendenza del Sahara di alcuni componenti del governo spagnolo.

Mentre Rabat non esita a utilizzare la carta dei migranti ogniqualvolta necessita di un favore, Madrid rimane reticente davanti a qualsiasi ulteriore coinvolgimento nella questione Sahrawi, temerosa della reazione marocchina. Lo scontro però sembra inevitabile: come abbiamo illustrato anteriormente, il Marocco negli ultimi anni si è rafforzato militarmente con l’acquisto di blindati, caccia ed elicotteri d’attacco americani di ultima generazione e solo il mese scorso il Primo Ministro, Saadeddine al Othmani, ha ribadito le pretese di sovranità marocchine sulle città autonome spagnole di Ceuta e Melilla, considerandole parte del “Grande Marocco”.

Consideriamo improbabile, data la mancanza di volontà politica necessaria, che in un futuro prossimo la posizione spagnola sul Marocco, e in conseguenza sul Sahara, cambi -anche considerando le sfide separatiste interne alla Spagna-. Nonostante quanto affermato in pubblico dai governanti di uno stato e l’altro, le azioni di Rabat sono tutt’altro che cordiali, e la relazione attuale non è di certo, dal nostro punto di vista, quella che dovrebbe esistere tra due alleati.

Solo una politica estera di stato coraggiosa, con un animo più interventista e conscia del vero ruolo del Marocco nei confronti della Spagna sarà in grado di affrontare e reagire alle conseguenze di un cambio di paradigma di tale magnitudine. Alla Spagna non mancano né i legami storici né, tantomeno, le ragioni. La Spagna ha davanti a sé l’opportunità di rafforzare e ampliare il suo ruolo di potenza regionale e la sua influenza nello strategico Maghreb e, sopratutto, di correggere i suoi errori del passato. Alla Spagna manca solo coraggio.

Sic transit gloria mundi.

Pubblicato da Paolo Caretta Cortegiani

Giurisprudenza presso l'Università di Barcellona (UB), MUA + LLM in International Business presso l'ESADE Business & Law School, membro della European Law Students Association (ELSA). Nato a Barcellona (Spagna) nel 1998, dopo aver ottenuto nel 2017 il diploma di maturità classica presso il prestigioso Istituto Cesare Arici di Brescia ho intrapreso i miei studi attuali con una menzione in Diritto Internazionale e Comunitario. Da sempre provo grande interesse per la finanza internazionale e la geopolitica, scrivendo spesso di quest'ultima. Fanatico di Star Wars e di Formula 1. Ulteriori informazioni e CV sul mio profilo LinkedIn.

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