E non ci indurre in tentazione, Parte I

Il tradurre è una di quelle operazioni che a torto vengono spesso considerate più agevoli e univoche di quanto non siano in realtà. I vari significati che una parola può assumere si affastellano sulla schiena del povero traduttore il quale di rado riesce a far combaciare perfettamente i pezzi nella lingua di arrivo. Tralasciando i significati che una parola può assumere a seconda del contesto, i problemi interessano anche e soprattutto il suo significato convenzionale. Vi è, infatti, un’incongruenza naturale fra i termini delle diverse lingue del mondo, essendo queste sistemi creatisi in ambienti spesso lontani fra di loro nel tempo e nello spazio e al cui interno ogni elemento è in funzione del resto del sistema. La disciplina si configura, in tal senso, come uno sforzo utopico del traduttore: egli non può rendere tutti i significati e di questo deve essere conscio. Un traduttore è sempre un traditore.

La questione diventa ancora più complicata se si parla di libri sacri. Gli sforzi traduttivi su di essi sono particolarmente travagliati dal momento che il tradimento dell’originale, in questo speciale contesto, rappresenta uno scoglio etico spesso insormontabile agli occhi del letterato. Non a caso molte delle grandi religioni del passato e del presente non hanno mai imboccato tale sentiero, anche e soprattutto per non rischiare di inibire il proprio rapporto con il sacro esprimendosi con idiomi non conformi alla propria tradizione di culto. Il discorso tuttavia è ben diverso per le religioni universali, le quali vedono nel proselitismo una parte essenziale del proprio dogma. Superando i confini etnici o nazionali bisogna, infatti, cercare un contatto diretto con il potenziale fedele, anche arrivando a una traduzione dei libri sacri. L’esempio più emblematico è ovviamente il cristianesimo i cui testi originali (greci ed ebraici) sono tuttora fruibili solo da una piccola parte della comunità dei fedeli.

Come è noto la Chiesa Cattolica in seguito al Concilio Vaticano II (1962-1965), dopo aver utilizzato per secoli la versione latina delle Scritture, ha riconosciuto le lingue “volgari” come anch’esse adatte per la celebrazione della Messa e dei Sacramenti, dando il via a un’enorme operazione di traduzione “ufficiale” della Bibbia in molte delle lingue nazionali del globo. Di recente in Italia ha fatto discutere (anche se in maniera non eccessiva) la nuova traduzione del Padre Nostro che la CEI ha fornito e inserito nella Liturgia. La discussione si è concentrata, soprattutto, sulla più vistosa delle due modifiche apportate al testo italiano fino ad oggi circolato: “e non ci indurre in tentazione” è stato sostituito da “e non ci abbandonare alla tentazione”. L’altra innovazione, a mio modo di vedere, non darebbe adito a questione alcuna, essendo stato aggiunto “anche” in “come (anche) noi li rimettiamo ai nostri debitori”, con chiara intenzione di rispettare il testo originale greco di cui, fino ad oggi, non era stata tradotta la congiunzione kai (‘e’, ‘anche’).

Dunque, a fronte di tutto ciò, tenteremo, con quanto più rigore potrà contenere l’articolo che a questo presto seguirà, di sviscerare la questione partendo dal testo originale, al fine di comprendere in che misura tale traduzione possa essere considerata soddisfacente dal punto di vista e linguistico e teologico.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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