Perché la NATO doveva finire

È ovvio che la caduta del Comunismo sovietico e la fine della Guerra Fredda hanno privato l’OTAN – qui si preferisce utilizzare l’acronimo italiano – del proprio “nemico naturale”: l’Organizzazione era infatti stata fondata nel 1949 con il solo scopo di combattere quel sistema di pensiero e di visione del mondo del quale l’Unione Sovietica era la principale portatrice.

Con la caduta dell’URSS e la fine della Guerra Fredda si apriva un nuovo periodo storico che, nelle speranze di tutti, doveva essere caratterizzato da prosperità, commercio internazionale, demilitarizzazione e distensione dei rapporti tra tutti gli Stati del mondo. Tuttavia, a quasi trent’anni dalla fine della Guerra Fredda e dalla sconfitta della minaccia comunista l’OTAN continua a essere presente in un contesto internazionale profondamente cambiato. Alla scomparsa del grande nemico l’Alleanza doveva trovare un nuovo scopo che ne giustificasse l’esistenza. Doveva finire oppure reinventarsi completamente.

L’intervento militare intrapreso nell’ambito dei conflitti scoppiati nella Penisola balcanica a seguito della disintegrazione della Repubblica Socialista Federale di Iugoslavia fu il “battesimo del fuoco”: mai prima di allora l’OTAN aveva intrapreso un’azione militare. Si aprivano nuove prospettive e ambiti di azione per l’Alleanza, possibili grazie al cambiamento dello scenario globale avvenuto nel 1991. La comunità internazionale fu indotta a intervenire dalle ripetute atrocità commesse e dagli attacchi compiuti dall’Esercito della Republika Srpska ai danni della popolazione di religione musulmana residente in Bosnia ed Erzegovina, che avevano assunto tutte le caratteristiche della violenza genocida volta all’eliminazione o alla cacciata dell’etnia bosgnacca dal territorio bosniaco. La campagna di bombardamenti effettuati contro obiettivi militari serbo-bosniaci e contro le forze comandate dal generale Ratko Mladić fu un successo: in meno di un mese l’Esercito serbo-bosniaco fu sconfitto e si dovette ritirare dai dintorni di Sarajevo come preteso dai vertici militari OTAN. Nel dicembre del 1995 a Dayton, negli Stati Uniti d’America, si firmava l’omonimo accordo di pace, il quale ancora oggi garantisce l’assetto istituzionale della Bosnia ed Erzegovina. L’intervento nella ex-Iugoslavia costituisce dunque la prima di una serie di missioni militari a guida OTAN che da allora a oggi si sono susseguite.

L’OTAN, a partire dalla sua fondazione, ha sempre desiderato essere indipendente, in particolare dal Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La stessa creazione dell’Alleanza, quasi contemporanea a quella dell’ONU ma di pochi anni successiva, indica la scarsa fiducia che gli Stati membri nutrivano nei confronti del sistema di sicurezza collettiva che stava allora nascendo. Tuttavia, con la fine della Guerra Fredda, anche la relazione tra l’ONU e l’OTAN cambiò: la collaborazione tra le due organizzazioni cominciò a essere intensificata. Da alleanza difensiva portatrice degli interessi di una parte del mondo l’OTAN volle trasformarsi in una fornitrice di sicurezza e dispensatrice di pace per il mondo intero, quasi un “poliziotto globale”, il braccio armato del Consiglio di Sicurezza. Il fatto che l’ONU sia priva di una propria forza militare inficia pesantemente la sua capacità di rispondere alle crisi che possono sorgere in ambito internazionale e, di fatto, rischia di impedirle di svolgere appieno il suo compito. Pertanto le Nazioni Unite sono costrette ad appoggiarsi alle organizzazioni militari regionali o alle ormai celebri coalitions of the willing, dotate di capacità militari sufficienti per intervenire a seconda della necessità. Spesso la scelta ricade sugli Stati Uniti d’America, molto attivi sulla scena mondiale e dotati di una forza militare non seconda a nessuno: l’OTAN e gli Stati alleati sono un’importante componente del potere statunitense a livello globale, sia esso militare, economico o di persuasione e di influenza, e spesso si trovano coinvolti nelle operazioni militari estere a guida USA. Gli Stati Uniti sono uno dei cinque Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, ma hanno più volte dimostrato di essere portatori di interessi reputati più importanti delle decisioni del CdS, intraprendendo azioni militari di fatto illecite utilizzando l’OTAN come “copertura”.

La consapevolezza che l’OTAN non avrebbe potuto e che tuttora non possa continuare a svolgere il proprio compito originario come se la Guerra Fredda non fosse mai finita si può riconoscere nelle dichiarazioni dei leader di alcuni tra i più importanti degli Stati membri. Lo stesso Donald J. Trump – oggi Presidente degli Stati Uniti d’America, anche se ancora per poco, allora candidato del Partito repubblicano – il 2 aprile del 2016 definì l’OTAN “obsoleta” e “progettata per l’Unione Sovietica, che oggi non esiste più”, contestando i forti squilibri relativi alla distribuzione dei costi economici tra gli Stati membri in sfavore degli Stati Uniti e dichiarando che “andrebbe bene se l’OTAN si sciogliesse”. Pochi anni prima, il 29 aprile del 2014, nei concitati momenti della Rivoluzione ucraina dello stesso anno John Kerry, l’allora Segretario di Stato statunitense dell’Amministrazione Obama, tenne un discorso al Consiglio atlantico. Dichiarò che la crisi in Ucraina richiedesse di tornare a “ricoprire il ruolo per il quale l’Alleanza fu originariamente creata”, a una sorta di rimessa in atto delle meccaniche tipiche della Guerra Fredda, alle quali l’OTAN è sempre stata indissolubilmente legata. Anche Jeremy Corbyn, Parlamentare del Regno Unito e leader del Partito laburista, dichiarò che “il crollo dell’Unione Sovietica nel 1990 e la fine del Patto di Varsavia […] rappresentavano il momento più ovvio per lo smantellamento dell’OTAN”, reiterando nel corso degli anni le sue critiche e i suoi attacchi nei confronti dell’Organizzazione. Infine, il Presidente della Repubblica di Francia Emmanuel Macron in un’intervista rilasciata all’Economist il 7 novembre del 2019 ha sostenuto la “morte cerebrale” dell’OTAN e la necessità che l’Europa riapra “un dialogo strategico” con la Federazione Russa, ora osteggiato dagli Stati Uniti d’America e dall’Alleanza.

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord ha dunque tentato di presentarsi da mera alleanza militare difensiva tra Stati a promotrice della pace e garanzia della sicurezza del mondo intero e non più solo dei suoi Membri, attore attivo e impegnato in ambito internazionale. Oggi l’OTAN rivolge la propria azione contro minacce esterne quali il terrorismo internazionale e il fondamentalismo islamico, intervenendo anche direttamente in scenari instabili in tutto il mondo e restando pronta a contrastare future pretese egemoniche in particolare della Cina, sempre in difesa del dominio statunitense delle relazioni internazionali e dell’economia mondiale, come uno strumento del moderno imperialismo degli Stati Uniti d’America. L’OTAN si è trasformata in un mezzo grazie al quale lo Stato membro più potente – gli Stati Uniti d’America – proietta la propria influenza su aree del mondo più difficilmente raggiungibili con le proprie sole forze, mantiene una forma di controllo sugli stessi Alleati e si costruisce una legittimazione a compiere interventi a perseguimento dei propri interessi nazionali. L’OTAN è coinvolta nelle operazioni militari per fornirne una giustificazione agli occhi della comunità internazionale, nonostante spesso siano scavalcate con prepotenza le decisioni e le opinioni dell’ONU.

Il sistema di sicurezza collettiva OTAN così disegnato non è oggi più sostenibile dalle medie Potenze dell’Europa occidentale – le quali non possono più permettere di essere trascinate in operazioni militari intraprese dall’Alleato d’oltreoceano dall’utilità spesso nulla o quantomeno dubbia per esse e talvolta addirittura dannose – anche se continua a rivestire una seria importanza soprattutto per le piccole Potenze dell’Europa orientale e centrale, intimorite dalla vicina e minacciosa Federazione Russa. Tuttavia, l’Europa non ha più bisogno del gigante statunitense perché la propria sicurezza sia garantita: esiste un’alternativa nella costruzione di un credibile sistema di sicurezza comune e di una cooperazione nell’ambito della difesa tutti europei.

Pubblicato da Tommaso Bontempi, Direttore

Dottore in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali, nato a Brescia il 21 giugno del 1998. Diplomato presso il Liceo classico Cesare Arici, laureato all’Università degli Studi di Trento, ora studente magistrale a Venezia, Università Ca’ Foscari. Appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

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