Viaggio infero nel politicamente corretto

Ciò che vorrei proporre oggi al caro lettore è un viaggio. Meta del nostro letterario vagabondare è un luogo fisico, gli Stati Uniti d’America e, allo stesso tempo, un luogo metafisico, quasi etereo, ma che pesantemente gravita sulle teste degli uomini: il politicamente corretto. A tale scopo è essenziale non farsi trarre in inganno da ciò che a noi è più familiare. Il nostro politicamente corretto è una copia tanto brutta quanto di infim’ordine di quella d’oltreoceano. Sarebbe come paragonare il baseball americano a quello italiano: uno ha milioni di sostenitori sfegatati ed è costellato di giocate a dir poco incredibili, l’altro è seguito da una manica di accaniti in certe zone d’Italia, mentre per il resto la gente ne è a conoscenza solamente perché la RAI tappa con esso i buchi della programmazione.

Il politicamente corretto statunitense è un fenomeno tanto complesso, quanto ramificato, sulla cui nascita e sviluppo Robert Huges scrisse “La cultura del piagnisteo” già nell’ormai lontano 1994. Al nostro lettore basterà sapere che le imprendibili roccaforti di questa ideologia sono le università statunitensi, le quali dall’alto dei loro bastioni postmodernisti dominano ormai incontrastate i feudi circostanti.  Per darvi, dunque, un assaggio succulento di questa prigione di nuvole in cui gli americani si stanno autorecludendo analizzeremo insieme l’Inclusive Language Guide (Guida al linguaggio inclusivo) dell’Università del Colorado. Questo documento ha subito una revisione parziale in seguito alle rimostranze espresse da più parti dopo la sua pubblicazione, ma per non negarvi alcune delle sue perle più eclatanti prenderemo in esame la versione integrale del 2018.

La guida si apre con un dantesco monito al lettore: “Occorre sottolineare che la lingua è sempre in evoluzione e quindi questo documento verrà aggiornato periodicamente.” La festa è appena cominciata, insomma. Segue poi, dopo vari precetti generali, una lunga lista di parole o espressioni che, al fine di far sentire tutti “benvenuti, rispettati e valorizzati” è assolutamente da evitare. Ma caliamoci, dunque, all’interno di questi inferi linguistici, fra termini innominabili ed aberranti. Lasciate che l’autore, come un “Caron dimonio, con occhi di bragia” vi conduca a queste rive in cui dimorano lemmi terrifici e dannati.

Il primo fra tutti quei termini che saltano all’occhio è “America”. Nonostante tutto il mondo continui a riferirsi agli Stati Uniti con questo nome gli stoici studenti di questo ateneo rinunciano ai loro falsi titoli di nobiltà, giacché ciò sarebbe avvilente verso gli altri stati del continente e li dipingerebbe come i dominatori dello stesso. Poco conta il fatto che quest’ultima affermazione sarebbe pure vera e che gli USA sono l’unica entità statale del continente americano ad avere “America” all’interno del loro nome ufficiale. Sia dunque bigotto e razzista chiunque osi pronunciare queste sette fatidiche lettere o ancor peggio definisca sé stesso un americano.

Se fossi un osservatore imparziale, poi, mi verrebbe da dire che probabilmente chiunque abbia redatto questo documento non aveva ben presente cosa fosse un’iperbole o un modo di dire. Infatti, a tutti gli studenti è fatto solenne divieto di dire che si sta morendo di fame prima di un pasto tanto atteso, che il compito di domani sarà una battaglia, che il tuo amico è (amichevolmente) un imbecille, che sei dipendente da un videogioco o che oggi hai avuto una pazza giornata. Tutte frasi offensive verso certe categorie di persone che si rischia di svilire con un linguaggio tanto volgare e poco controllato. Per non parlare poi di espressioni come “occhio per occhio” (dipinge la cecità come negativa, anche se l’occhio è uno solo), “coma alimentare” dopo un lauto pasto o “hip hip hooray”. Che ha di sbagliato questo grido di giubilo? I fini dotti di questa commissione ci fanno notare che esso potrebbe, e dico potrebbe, essere legato a un grido usato dalle folle antisemite nella Baviera del XIX secolo. Anche se ciò fosse si potrebbe dire che essi sono caduti nel classico errore dell’etimologista in erba: credere che nell’origine di un’unità lessicale risieda la vera natura di ciò a cui la parola si riferisce. Se un professore entra in classe ed essendoci un forte vociare intima i suoi alunni a smettere di fare casino, non credo sottintenda che qualcuno stia vendendo il suo corpo per denaro in quel preciso momento.

Giungiamo, infine, nel più basso cerchio di questo inferno linguistico, nel gelido Cocito senza perdono, dove raminghe albergano locuzioni come he or she, ladies and gentlemen, male, female, homosexual. Ci fermiamo qui per non urtare oltre il necessario lo sconvolto lettore che mai udì tanta volgarità. Tutta questa presupponenza sul fatto che il genere sia binario è ancora più bigotta di dare dell’omosessuale ad una persona (termine clinico e ovviamente discriminatorio). Prima di rivolgersi a qualcuno, infatti, sarebbe molto meglio chiedergli quali sono i suoi preferred pronouns (pronomi con cui qualcuno si identifica). Tanto per la cronaca abbiamo il dovere di segnalarvi che anche l’espressione preferred pronouns è nella lista nera, perché sottintenderebbe che una persona preferisce certi pronomi rispetto ai suoi veri.

Si conclude così il nostro viaggio molto, forse troppo, ultraterreno nel politicamente corretto. A postilla di tutto ciò è comunque nostro dovere segnalare che gli autori si sono premuniti contro eventuali critiche affermando che il loro non è un documento coercitivo (e non ha a che fare con il politicamente corretto, almeno secondo loro), bensì fornisce delle linee guida per implementare la riflessione su inclusione, rispetto e giustizia sociale all’interno del campus. Sarà, ma siamo assolutamente sicuri che l’espulsione o il licenziamento in tronco non colgano l’imprudente che oserà portare il proprio linguaggio fuori da questo pio sentiero?

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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