Il Governo Draghi I

Sabato 13 febbraio 2021, il Governo Draghi giura sulla Costituzione davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di fronte al silenzio serafico del nuovo Presidente del Consiglio incaricato, segno di grande discontinuità rispetto alla comunicazione martellante del duo Conte-Casalino, tutto il Paese ha atteso questo momento per vedere finalmente il governo del “salvatore della Patria”.

L’attesa è stata ripagata? Vediamo.

Il Governo è composto prevalentemente da esponenti della politica, in ordine di numerosità; Movimento 5 Stelle (4), Partito Democratico (3), Forza Italia (3), Lega (3), Liberi e Uguali (1), Italia Viva (1). A questi esponenti della politica sono stati affiancati 9 ministri tecnici. È un governo di “alto profilo” come chiedeva il Presidente della Repubblica? Direi di sì, ma non è quello che ci si aspettava. Il Presidente Draghi ha organizzato una pesante presenza di tecnici nei ministeri più importanti e, purtroppo, ha accomodato i partiti nei ministeri senza portafoglio e in alcuni ministeri chiave. Le decisioni più clamorose sono quelle riguardanti il Ministero della Salute e il Ministero degli Esteri.

Roberto Speranza, il Ministro della Salute, la cui liquidazione era data per certa dagli osservatori politici, è invece rimasto al suo posto. Non si dica che abbia gestito adeguatamente l’emergenza pandemica. Chiaramente non è una responsabilità personale dell’On. Speranza, ma la sua totale inadeguatezza ai compiti che il Covid ha presentato era ed è lampante. Perché allora Draghi l’ha confermato? Liberi e Uguali non poteva essere accontentato con un Ministero minore? La “speranza” sta in un accordo dietro le quinte: si salvi il Ministro per sacrificare il Commissario straordinario Domenico Arcuri. Se dovessero entrambi rimanere al loro posto, sarebbe un piccolo schiaffo alla professionalità di Draghi e un grande schiaffo alla popolazione italiana, che merita un Ministro della Salute che almeno conosca la medicina.

Luigi Di Maio, il Ministro degli Affari Esteri. Per rispetto al suo notevole cursus honorum non dirò che il prerequisito fondamentale (non ufficiale) per diventare Ministro sia la conoscenza della lingua italiana. Chiaramente non si poteva immaginare un governo appoggiato dai pentastellati senza Di Maio in un Ministero, ma la conferma a un Ministero fondamentale come quello degli Affari Esteri è stata una pugnalata al cuore. Sicuramente il suo potere sarà ridimensionato rispetto all’ordinaria autorità che avrebbe in regime ordinario (come peraltro è successo durante il Governo Conte II), ma la mera conferma di tale personalità alla Farnesina ha fatto imprecare molti.

Sebbene la composizione del Governo Draghi I non sia ideale, non si può pretendere che la democrazia parlamentare sia sospesa ad libitum dal Presidente della Repubblica. L’evidente via che ha intrapreso Mario Draghi è quella del coinvolgimento diretto dei partiti nella gestione delle attività quotidiane, mentre i tecnici di spessore come Colao, Cingolati, Franco (rispettivamente ai Ministeri della Digitalizzazione, dell’Ambiente e dell’Economia) tentano di sistemare il sistemabile nel modello Italia. Una strada auspicabile anche in ottica di stabilità del Governo: ogni partito ha personalità importanti all’interno della compagine di governo. Le formazioni partitiche saranno così disincentivate a “staccare la spina”. Che sia il Governo che ci traghetta alle elezioni politiche del 2023? Chissà.

Whatever it takes.

Pubblicato da Luca Toller, Vicedirettore

Studente di Scienze economiche presso l’Università di Milano – Bicocca. Nato il 29 settembre del 1998, diplomato presso il Liceo classico Arnaldo da Brescia.

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