Sputnik V e la “diplomazia dei vaccini”

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Sputnik V è il più chiacchierato vaccino anti-COVID al mondo. I vaccini di Pfizer e di Moderna, i poco conosciuti, almeno in gran parte dell’Occidente, sieri cinesi e perfino il temuto AstraZeneca non godono dell’attenzione mediatica e popolare che caratterizza Sputnik V, il quale ha addirittura un profilo verificato su Twitter.

Il vaccino Gam-COVID-Vac, soprannominato Sputnik V per ovvie ragioni di sponsorizzazione, è stato sviluppato dal Centro nazionale di ricerca per l’epidemiologia e la microbiologia Gamaleya, a Mosca. Il Centro Gamaleya, oltre che per Sputnik V, è noto per essersi occupato dello sviluppo, tra gli altri, di vaccini contro MERS (la sindrome respiratoria mediorientale “cugina” di COVID-19) e contro ebola.

Il mondo è devastato dalla crisi economica – della quale ancora non si vedono pienamente gli effetti – causata dalle chiusure imposte dalla stragrande maggioranza dei Governi per tentare di arginare il contagio. È popolato da persone, giunte ormai quasi alla disperazione, che altro non chiedono se non un poco di normalità dopo un anno di incertezze, notizie terribili e continue chiusure. Mai prima d’ora i vaccini avevano rivestito una simile importanza sociale e politica, oltre che prettamente sanitaria. Mai prima d’ora si era riusciti a produrre non uno ma addirittura undici vaccini efficienti (le dosi somministrate a oggi nel mondo corrispondono a circa 300 milioni) in un così breve lasso di tempo.

Il vaccino oggi riveste un’importanza cruciale, non è utile solo a impedire la diffusione del contagio e le decine di migliaia di morti che si verificano ogni giorno: serve a ottenere la libertà. Serve perché centinaia di milioni di individui in tutto il mondo possano tornare a vivere, possano popolare le strade delle città, i parchi e i cinema, i ristoranti e i bar, le stazioni e gli aeroporti, le scuole e le università. Serve all’economia per riprendere a funzionare e, di conseguenza, alla gente per ricominciare a vivere ma, questa volta, nel senso letterale di guadagnarsi da vivere: si parla qui di tutti i professionisti e i lavoratori dei settori colpiti dalle chiusure che riescono a sostentarsi solo grazie ad aiuti governativi spesso insufficienti. Il vaccino contro COVID-19, che provenga dagli Stati Uniti d’America, dalla Federazione Russa, dall’Angola o dalla Corea del Nord dovrebbe essere ovunque il benvenuto, se efficiente. Sembra che tuttavia non sia così.

I Governi del mondo decidono quali vaccini acquistare sulla base della propria posizione politica. È comprensibile e in qualche modo legittimo che i tre Stati produttori del maggior numero di vaccini – gli Stati Uniti d’America con Tozinareman (Pfizer-BioNTech), Moderna e presto Johnson & Johnson, la Repubblica Popolare Cinese con i sieri di Sinopharm, Sinovac e CanSino Biologics e la Federazione Russa con Sputnik V (Gamaleya), CoviVac (Čumakov) ed EpiVacCorona (Vektor) – non abbiano intenzione di acquistare vaccini prodotti dai propri rivali. Non sarebbe forse tuttavia altrettanto giustificabile che Paesi terzi, non produttori di vaccini ma altrettanto bisognosi di essi, imponessero barriere all’importazione a causa di ragioni politiche.

Esemplari sono i casi della Repubblica di Serbia, che ha proceduto all’acquisto di importanti quantità di vaccino sia dagli USA sia dalla Russia e dalla Cina, e dell’Ungheria che – ancora una volta – per ragioni politiche, ha voluto andare nella direzione opposta rispetto a quella intrapresa dall’UE acquistando dosi di vaccino russo e cinese, suscitando alternativamente ammirazione, scandalo od orrore da parte dei politici dell’Unione. È tuttavia un dato di fatto che l’Ungheria abbia somministrato 13,34 dosi per 100 abitanti e la Serbia 24,25, a fronte di un 8,8 italiano e di un 8,93 europeo. Anche la Repubblica di San Marino si è dovuta recentemente muovere per ottenere dosi di Sputnik V dalla Russia, a causa dei ritardi nelle forniture di vaccini “occidentali” e approvati promesse dall’Unione Europea all’Italia e dall’Italia alla Serenissima Repubblica.

Occorre prendere atto della situazione di emergenza e di bisogno nella quale ci troviamo e accettare aiuto da tutte le parti del mondo, senza fare unicamente affidamento, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, sulle promesse delle compagnie statunitensi o britanniche le quali si trovano, per ovvie ragioni, a dovere sostenere una elevatissima domanda di dosi. Esiste la possibilità di muoversi verso Oriente e di attuare un maggiore bilanciamento nelle richieste di fiale: in questo modo potrebbero arrivare più vaccini e gli obiettivi di immunizzazione potrebbero essere forse raggiunti secondo i termini previsti.

Pubblicato da Tommaso Bontempi, Direttore

Dottore in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali, nato a Brescia il 21 giugno del 1998. Diplomato presso il Liceo classico Cesare Arici, laureato all’Università degli Studi di Trento, ora studente magistrale a Venezia, Università Ca’ Foscari. Appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

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