Mal comune mezzo gaudio, parte I

È Martedì 16 febbraio, giorno che precede la fiducia al governo Draghi presso Palazzo Madama, quando si forma nella stessa assemblea, il Senato, un intergruppo che accorpa i protagonisti del governo Conte II: M5s, Pd e Leu. Un’iniziativa di transizione da un esecutivo all’altro che, al netto delle analogie ideologiche tra i partiti, consiste in uno sconclusionato tentativo di elaborare il trauma della fine dell’esecutivo precedente. A dimostrazione di ciò, il fatto che l’esperimento, riproposto due giorni dopo alla Camera, sia fallito.

Certo, quello appena descritto non sarà l’ultimo tentativo di saldare l’intesa. È infatti noto come per una componente non insignificante del Pd quella sia la strada maestra per combattere la coalizione di centrodestra. E non è un segreto che all’indomani delle elezioni politiche del 2018 il primo interlocutore del Movimento 5 stelle fosse il Partito democratico, dialogo arenato dopo il “niet” di Renzi, che spinse il primo partito d’Italia nelle braccia della Lega. Renzi non c’è più, e con lui buona parte di chi rifiutava l’alleanza giallo-rossa, ma i freni a rendere strutturale l’alleanza rimangono e non saranno facili da allenatare. Nel frattempo, chi si era da sempre dichiarato contro i 5 stelle, vincolato dai gruppi parlamentari e dalle correnti di partito, si dimette da segretario del Pd. Era il 3 febbraio 2019, quando sul palco della “Convenzione Nazionale” del Pd gridava: “mi sono stancato di dire che non intendo favorire nessuna alleanza o accordo con il M5s, li ho sconfitti due volte e non governo con loro!”. 90 minuti di applausi. È un volto sollevato e finalmente sereno quello che viene descritto da chi ha visto l’ex segretario in questi giorni. Me lo immagino già prendere il sole sulla bella terrazza di Porto Empedocle, in arte Vigata, nei panni del più fortunato fratello, che da commissario riesce sicuramente a gestire meglio le correnti interne alla Polizia di Stato.

A stupire sono inoltre la modalità e le parole con cui Zingaretti lascia, in un post su Facebook scrive: “mi vergogno che nel Pd, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie…”. Missile lanciato, le correnti impazziscono, è saltato il capro espiatorio prima del previsto, programmato per l’autunno (post amministrative), periodo in cui sarebbe dovuto iniziare il congresso. Si cercano di togliere tutte le scusanti del caso, il partito è chiamato a un’operazione di verità, potenzialmente sana per sé e per tutto il panorama partitico. Dove andare? Dritti dai 5 stelle? Come indica chi il Pd ha contribuito a farlo nascere, il professor Massimo Cacciari, inserendo l’intesa tra “i destini della politica” e quindi come una scelta obbligata. Non è della stessa idea chi appartiene all’area di “Base Riformista”, parte del Pd capitanata da Guerini (Ministro della Difesa) e Marcucci (capogruppo al Senato), ex fedelissimi renziani. Infatti, non possiamo dimenticare che gli eletti dem di questo Parlamento sono frutto delle liste elettorali dell’allora segretario, Matteo Renzi. La svolta “grillina”, se ci sarà, non sarà certo immediata e priva di altre fratture.

Come se non bastasse, a scambiare il Partito democratico per un plancton, arrivano dai fondali oceanici le sardine, scambiando il Nazareno (sede romana dem) per una zona costiera qualsiasi. Mattia Santori e Jasmine Cristallo, leader delle sardine, mostrano tende e sacchi a pelo. Santori dichiara: “Siamo stanchi di 15mila comunicati al giorno, noi facciamo parte del campo progressista, chiediamo che si apra una fase costituente”. Difficile pensare a piaga peggiore di chi, nell’illusione della propria rappresentatività, pretende un riconoscimento dal “Pd”, che definisce come “marchio tossico”, “perché ci siamo rotti le scatole di stare dietro lo schermo…”. Benvenuti nella pandemia.

“Un’iniziativa giusta e opportuna”, commenta così l’ex premier, Giuseppe Conte, la notizia dell’intergruppo al Senato tra M5s, Pd e Leu, contento di essere ritenuto ancora una volta centrale. Ed è questo l’elemento più clamoroso, che se confermato, sancirebbe la resa totale del Partito democratico all’inconsistenza grillina. Ovvero, costruire un’alleanza sul perno dell’ipocrisia fatta a persona, nata come collante fantoccio del governo giallo-verde, evoluta nel governo giallo-rosso, e manifestatasi nella sua pienezza nel corso della pandemia. Ora è tornato a insegnare, e a quanto pare non per rimanerci, contrariamente a ciò che aveva più volte affermato. Il gioco gli piace e non gli pesa, Grillo lo investe capo politico e Dibba se la ride. Da qui ripartiremo.

Pubblicato da Tommaso Montini

Da Brescia, studente di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Padova. Diplomato presso l'Istituto Maddalena di Canossa, Liceo delle Scienze Umane.

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