UE-UK: una storia senza fine

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Alzi la mano chi è stanco di sentir parlare di Brexit! Eppure, ancora oggi, risulta essere necessario, poiché il divorzio infinito tra Regno Unito e Unione Europea continua a portare con sé colpi di scena. Il 15 marzo 2021 Lord Frost – capo negoziatore sull’uscita britannica dall’UE – si è visto recapitare una lettera poco piacevole da parte di un infastidito Maroš Šefčovič – Vicepresidente della Commissione Europea per le relazioni inter-istituzionali e le prospettive strategiche. A fronte delle certezze che sembravano essere state finalmente raggiunte il 31 dicembre 2020, appare opportuno chiedersi cosa abbia riaperto lo scontro tra l’Unione e il governo inglese, portando Šefčovič a minacciare sanzioni nel caso in cui il Regno Unito dovesse perpetrare un comportamento di inosservanza degli obblighi internazionali.

Genesi

Prima di entrare nel merito della questione, è necessario chiarire alcuni aspetti inerenti la struttura europea – complessa e non sempre immediata, ma fondamentale per comprendere gli attuali scenari. L’Unione Europea si fonda sul principio dello stato di diritto, quindi le azioni da essa intraprese si basano su accordi vincolanti, approvati democraticamente dai Paesi membri. I pionieri dell’Unione erano certamente soggetti eterogenei, ma uniti da comuni ideali: pace, unità e prosperità europea. Nel 1951, venne fondata Comunità Europea del carbone e dell’acciaio (CECA), cui si aggiunsero la Comunità economica europea (CEE) – origine del “mercato comune” – e l’EURATOM nel 1957. Gli Stati fondatori erano sei: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.

E il Regno Unito? Al tempo, con l’Impero britannico in agonia e l’economia in difficoltà, nei circoli anglosassoni emerse la convinzione che l’UK avesse mancato un appuntamento importante. Pertanto, il governo conservatore del Primo Ministro H. Macmillan iniziò a insistere per l’adesione britannica alla CEE, ma la sua ambizione fu presto sventata dal presidente francese Charles de Gaulle, che si oppose anche in un secondo momento – nel 1967. Le motivazioni di de Gaulle avevano un’origine pregressa: egli trascorse gran parte della Seconda Guerra Mondiale a Londra, dove ebbe modo di avvertire una “profonda ostilità” della Gran Bretagna nei confronti dell’integrazione europea. Si comprende, dunque, il motivo per cui il Regno Unito abbia aderito alla CEE solo nel 1973, dopo l’uscita di scena di de Gaulle. Appare curioso, peraltro, notare la persistenza del desiderio britannico di entrare a far parte di uno schema sovranazionale da cui ha deciso di recedere poco meno di cinquant’anni dopo.

Un divorzio infinito

Come noto ai più, il 23 giugno 2016 la maggioranza degli elettori britannici ha scelto di lasciare l’Unione europea. Nove mesi dopo – il 29 marzo 2017 – l’ex primo ministro britannico Theresa May ha formalmente avviato il processo della c.d. Brexit, attivando l’Articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE). Il conto alla rovescia dei due anni necessari per il recesso è stato accompagnato dalle migliori parole: “esprimiamo rammarico per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ma siamo pronti per la procedura che dovremo seguire.” Ma si sa, verba movent, exempla trahunt: gli eventi successivi hanno dimostrato tutt’altro che prontezza!

Il Regno Unito avrebbe dovuto lasciare l’UE il 29 marzo 2019, ma ha richiesto svariate proroghe, lasciando ufficialmente (e finalmente) l’Unione Europea solo il 31 dicembre 2020. “Fu vera gloria?” Sappiamo tutti come continua… L’UK ha perso i diritti e i benefici di cui godeva in quanto Stato membro dell’UE, non fa più parte del mercato unico, dell’unione doganale e non è più coinvolto negli accordi internazionali dell’Unione. Le relazioni tra UE e UK, attualmente, sono disciplinate da quattro trattati: dal 1º febbraio 2020 – conformemente all’articolo 218 TFUE – è in vigore l’Accordo di Recesso tra UE e Regno Unito, che ha permesso un “divorzio” ordinato, nel rispetto degli interessi finanziari e dei diritti dei cittadini di entrambe le parti. Esso contiene anche un apposito Protocollo dedicato alla pace e della stabilità nell’isola d’Irlanda. Dal 1° gennaio 2021, inoltre, sono in vigore un accordo di libero scambio; un accordo sulla sicurezza delle informazioni e un accordo di cooperazione per l’uso sicuro e pacifico dell’energia nucleare.

I toni caldi di Maroš Šefčovič e la questione irlandese

Tenendo a mente quanto detto fin qui, non resta che chiedersi cosa abbia fatto andare su tutte le furie Maroš Šefčovič. I toni caldi del Vicepresidente della Commissione sono connessi all’estensione unilaterale per mano del Regno Unito – in data 3 marzo 2021 – di alcune misure transitorie contenute nel Protocollo relativo all’Irlanda del Nord. Per comprendere le ragioni alla base della decisione di Boris Johnson, è necessario ricordare che il 10 aprile 1998, a Belfast, è stato firmato il Good Friday Agreement. Esso costituisce una pietra miliare per quello che è stato il processo di pace in Irlanda del Nord. Alla fine degli anni Sessanta, infatti, l’area è stata interessata da una serie di tafferugli e attentati a cadenza quasi giornaliera, dovuti al conflitto (ancora oggi esistente) tra unionisti – fedeli alla Corona – e repubblicani – favorevoli a un’Irlanda unita. Del resto, come dimenticare celebre brano Sunday Bloody Sunday degli U2?

Durante i negoziati per la Brexit, tutte le parti hanno convenuto che la protezione del Good Friday Agreement fosse assolutamente prioritaria, per evitare la creazione di frontiere tra le due parti nelle quali è divisa l’Irlanda. Per fare ciò, è stato introdotto il summenzionato Protocollo, che gestisce le questioni legate alla sorveglianza sui beni in ingresso nel mercato unico. L’Irlanda del Nord continua a seguire alcune previsioni del diritto dell’UE che regolano lo scambio di merci: i camion possono attraversare il confine terrestre tra Irlanda e Irlanda del Nord senza particolari controlli. Tuttavia, esiste una nuova frontiera “regolamentare” – con annesse ispezioni –  tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, poiché l’UK non segue più il diritto euro-unitario. Il tutto si svolge nei porti dell’Irlanda del Nord, prevedendo la compilazione di appositi documenti doganali per l’importazione dal Regno Unito. Nel merito, sono emerse aspre critiche da parte dei conservatori – tra cui il Segretario per gli Affari Esteri inglese, Dominic Raab – i quali vedono questi controlli come una minaccia per l’integrità territoriale del Regno Unito e un’aggressione colonizzatrice da parte di Bruxelles.

Attraverso il Protocollo, ai supermercati è stato concesso un periodo iniziale di grazia di tre mesi, durante il quale le regole post-Brexit non sono state applicate sugli alimenti importati in Irlanda del Nord. Ad alcuni prodotti a base di carne è stato concesso un periodo di grazia più lungo (sei mesi). Lo scopo è stato quello di fornire il tempo necessario per adattarsi al nuovo e difficile equilibrio nell’area britannica. Le aziende dell’Irlanda del Nord, tuttavia, hanno sempre sottolineato l’insufficienza delle transizioni, caratterizzate da eccessiva brevità. Poco prima della scadenza delle summenzionate misure – il 3 marzo – il Regno Unito ha deciso unilateralmente di prorogarle fino a ottobre. Pertanto, Maroš Šefčovič ha inviato una lettera di costituzione in mora a Lord Frost affermando che: “Il protocollo sull’Irlanda e l’Irlanda del Nord è l’unico modo per proteggere il Good Friday Agreement e per preservare la pace e la stabilità, evitando un confine duro sull’isola di Irlanda […]. L’UE e il Regno Unito hanno concordato insieme il protocollo. Siamo anche tenuti a implementarlo insieme. Le decisioni unilaterali e le violazioni del diritto internazionale da parte del Regno Unito annullano il suo stesso scopo e minano la fiducia tra di noi. […] Questo è il motivo per cui oggi stiamo avviando azioni legali“.

Cosa accadrà ora?

Al Regno Unito è stato concesso un mese per presentare le proprie osservazioni alla lettera di costituzione in mora. Tali considerazioni, se presentate, verranno valutate dalla Commissione, che potrà decidere di emettere un parere motivato. Se il Regno Unito non dovesse essere in grado di avviare un dialogo in buona fede in seno al Comitato Misto (Joint Committee), l’UE potrà avviare delle consultazioni, come primo passo nel processo del meccanismo di risoluzione delle controversie. In ultima analisi, ciò potrebbe anche comportare l’imposizione di sanzioni finanziarie. In caso di mancato pagamento o persistente inadempienza, l’UE potrebbe sospendere i suoi obblighi ai sensi dell’Accordo di Recesso (ad esempio imponendo tariffe sulle importazioni di merci dal Regno Unito). Ad ogni modo, come ricorda il Guardian, “il signor Johnson […] sottovaluta il danno arrecato alla reputazione globale della Gran Bretagna e la minaccia alla stabilità dell’Irlanda del Nord. Boris Johnson […] deve ora assumersi la responsabilità che il suo ufficio richiede, e considerare il Protocollo dell’Irlanda del Nord come un oggetto di diritto internazionale, non come un gioco politico.

Chissà, forse de Gaulle non aveva tutti i torti… E forse è giunta l’ora di un referendum sulla frontiera nell’Irlanda del Nord. Dobbiamo aspettarci una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda? Il tempo darà le risposte.

Pubblicato da Giulia Fantoni

Classe 1999. Nata a Brescia, ma di Desenzano del Garda. Diplomata presso l'Istituto Maddalena di Canossa, Liceo delle Scienze Umane. Studentessa al quarto anno di Giurisprudenza, Università degli Studi di Trento. Erasmus student presso Maynooth University (Irlanda). Socia di MSOI Milano. Osservo, analizzo, critico.

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