La fabbrica di orecchi ceceni

Arroccata sul versante settentrionale del Caucaso, non si capisce bene in che regione, se in Ossezia, se in Inguscezia, se in Cecenia, se in Georgia, se in Dagestan, e di conseguenza a interesse di chi, si nasconde una fabbrica clandestina di orecchi ceceni. Se non l’avessi vista con i miei occhi non ci crederei nemmeno io, ma vi dirò di più. Non è una sola, infatti si dice che abbia addirittura delle succursali a Tiflis, Derbent e Kisliar, di cui però non sono stato testimone in prima persona. Mi è stato riferito comunque da più kunik fidati.

Tutta questa domanda di orecchi destri ceceni nasce dalla taglia sulle teste dei montanari che, una volta presentate al principe, portano a una lauta ricompensa sotto forma di banconota da dieci rubli. Inizialmente era necessaria l’intera testa, ma stomaci deboli si sono accontentati del solo orecchio destro poi. Inutile raccontare la confusione che è seguita al bando della taglia. Ceceni hanno iniziato a tagliarsi gli orecchi destri per strada per quei dieci rubli, russi hanno iniziato a tagliare orecchi destri a ceceni per strada, russi si sono tagliati orecchi destri per strada cercando di farli passare per ceceni, ceceni hanno iniziato a tagliare orecchi destri a russi cercando di farli passare per ceceni, per non parlare di quelli che, sia russi che ceceni, troppo affezionati ai propri orecchi destri, si sono tagliati quello sinistro cercando di farlo passare per destro! Ma addirittura e russi e ceceni, dopo essersi tagliati gli orecchi destri e da soli e a vicenda, hanno cercato di farli riprodurre!

Inutile descrivere tutto il sangue che si è versato in strada, ma almeno la gente prendeva la cosa con allegria e non serbava rancore, e quando tagliava un orecchio non lo faceva mai con cattiveria. Capitava spesso infatti che, appena la vittima perdeva l’orecchio, ridendo, ed era un riso senza malizia e sadismo, si gettava sull’aggressore e gli restituiva il torto. Ma gli orecchi, sia quelli destri sia quelli sinistri, sia quelli ceceni sia non, dopo un po’ hanno iniziato a scarseggiare, e proprio per questo qualcuno, non volendo rinunciare ai dieci rubli, se n’è uscito con la geniale idea della fabbrica di orecchi ceceni. Questa carenza ovviamente ha fatto schizzare alle stelle il valore degli orecchi, tanto che in un primo momento orecchi originali si trovavano solo sul mercato nero. In un secondo momento, diventati ancora più rari, hanno iniziato a sostituire il rublo e sono diventati la valuta di scambio delle merci proibite: pistole, polvere da sparo e pallottole, anasha e così via, per non parlare di quelli che hanno preso a conservarli come bene rifugio alla stregua dell’oro e se li tengono ben nascosti nella saclia per farli invecchiare di almeno una decina d’anni, nell’attesa che tutti gli altri orecchi spariscano dalla circolazione! Ciò che non riesco proprio a capire è l’etnia dell’astuto imprenditore e a chi faccia più danni il suo contrabbando. Durante la mia visita, ed è già tanto che sia riuscito ad accedere al laboratorio, e non solo, perché non è neanche poco che dal laboratorio ne sia uscito vivo e con entrambi gli orecchi, non sono riuscito a ricavare nessun dettaglio che potesse aiutarmi a capire ciò. Non una traccia, non un indizio, non una sbadataggine, non un fallo, non una pecca che li tradisse, e questo vuol dire che ho avuto a che fare con dei professionisti veri e propri, gente che non scherza e fa sul serio insomma.

Ero uscito per la mia solita passeggiata mattutina, ma dopo un po’ ho perso il sentiero e sono sbucato su una strada asfaltata. Ho fatto l’autostop e mi ha preso su la prima macchina che è passata. Purtroppo non ho ancora familiarità con le lingue del Caucaso, mi sembrano ancora tutte uguali. L’autista parlava e parlava. Io, non capendo una parola, comunicavo alzando le sopracciglia e la fronte. Dopo varie curve a gomito vengo scaricato all’entrata di un villaggio. Entro in paese e vedo che la gente del posto mi guarda subito con diffidenza, come è tipico dei montanari. Chiedo dove mi trovo ma nessuno parla russo, o forse non vuole parlarlo, e mi rispondono tutti nella loro lingua caucasica. Ceceno, inguscio, avaro, andi, udi, lesgo, lak, tsek, bats, tindi, dargwa, tabasarana, budukh, khinaluq,  non lo so. So che non capisco. Il villaggio non ha niente di diverso da tutti gli altri villaggi del Caucaso. Delle case, delle strade, delle persone, una moschea. Mi dirigo verso quest’ultima, non senza che ci siano almeno una decina di sguardi fissati su di me a sorvegliarmi. Mi tolgo gli scarponi e faccio per entrare nella moschea ma mi viene sbarrata la strada. Il guardiano, raggiunto subito dai presenti, mi fa capire che non si può, e non me lo fa capire in modo gentile. Gli animi si scaldano. Tutti parlano uno sopra l’altro dicendomi cose poco fini presumo. Sarò reticente su come ho fatto a sbrigliarmi da quella situazione per niente piacevole e su come ho avuto accesso alla fabbrica, in modo da non mettere nei guai la persona che mi ha concesso il favore della “raccomandazione”.

Fatto sta che dietro le porte della moschea si celava la famigerata fabbrica di orecchi ceceni. Organizzazione e pulizia erano davvero impressionanti, tanto che per un attimo mi è sembrato di non trovarmi più nello stesso Caucaso in cui, poco prima, mi era stato servito un tè con due mosche morte dentro. Gli operai, non più di una decina, erano tutti a volto coperto. Buona parte del lavoro viene fatto a macchina infatti, e c’è bisogno solo di poca gente che controlli che queste di tanto in tanto non si inceppino. Durante la mia visita non ho sentito una parola uscire dalle loro bocche, chissà che non ci sia qualche strano giro anche di quelle. A parte i macchinari, non volava una mosca (erano già tutte nelle teiere probabilmente). Il punto è che non si può vedere come nasca e da cosa si generi l’orecchio (partenogenesi, idroponica, meiosi?), perché, a quanto pare, da quanto ho dedotto, è un processo che ha bisogno di buio. L’unica parte visibile della produzione è quella finale. Gli orecchi, quasi pronti, e decisamente indistinguibili dagli originali, saltano fuori da una piccola porticina di una parete su un nastro, ed è lì che incontrano la luce per la prima volta. Lì si preparano alla fase più importante, quella che permette di riscuotere i dieci rubli: il marchio di autenticità. Gli orecchi, tutti in fila, rivolti con il padiglione verso il basso, scorrevano lungo il nastro e venivano marchiati a fuoco con uno stampo automatizzato. Veniva impresso “нохчи – чеченец”. “Ceceno”, sia in ceceno sia in russo (non si sa mai!). Gli organi, finalmente pronti, finivano in grossi scatoloni che ne contenevano anche mille forse (per un valore di diecimila rubli a cassa quindi!), li si faceva raffreddare in modo che raggiungessero una temperatura assai inferiore ai trentasei gradi, e li si spediva a valle pronti per essere smerciati al mercato nero.

Ciò che non mi è chiaro è se siano russi che, rinunciando al divertimento di tagliare orecchi ai ceceni, vogliono sottrarre soldi al loro governo, se siano ceceni che, a costo della loro dignità ma preservando i loro orecchi, vogliono sottrarre soldi al governo russo, se siano terzi, georgiani o avari che siano, che vogliono sia sottrarre soldi al governo russo che danneggiare l’onore dei ceceni. Ma potrebbe addirittura essere che tutte le etnie collaborino insieme. Ah, come sarebbe bello, mettere da parte i vari odi razziali e smettere di giocare alla guerra per cambiare gioco e passare a quello dei contrabbandieri e, senza più versare sangue, truffare tutti insieme lo Stato.

Pubblicato da Davide Pilloni

Davide Pilloni - studente classe 1999 di Lingue e Culture Moderne presso l'Università di Genova appassionato di Russia, Est-Europa e paesi post-sovietici in tutte le loro dimensioni artistiche e culturali.

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