Notti Georgiane, parte I

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“Viaggio da solo
Paura catartica
Purificami”

Quella fu decisamente la notte più buia della mia vita. Non avevo mai visto così tanto nero. Già ormai prossimi ad atterrare a Kutaisi non ero in grado di capire se stessimo ancora volando sul mare o sulla terra. Non poteva essere terra quella distesa così nera e senza nemmeno una luce, doveva essere acqua per forza. E invece era proprio terra. Accecato momentaneamente dall’intensità sgargiante della luce dell’aeroporto, una volta salito sul pullman per Tbilisi e ripartito tornò il buio. La pupilla si spalancò di nuovo. Stavo percorrendo quello che avevo visto prima dall’alto. Stavo percorrendo il buio. Non c’erano lampioni, non c’erano case illuminate, non c’erano macchine in giro, non c’erano segni di vita. Non c’era niente. Potevo vedere massimo a un paio di metri dal finestrino per i fari dell’autobus, e tutto ciò che vedevo era desolazione. Erano case di campagna che cadevano a pezzi. Era tutto devastato. I muri, le staccionate, le strade. Ciò che vedevo era povertà, e mi succedeva di rapportarmene veramente per la prima volta.

Ero in preda a una meravigliosa paura, era panico. Era lo stesso che in una ventosa notte d’estate mentre rincasavo per un bosco mi aveva fatto correre come se inseguito dal Demonio. Ma lì non potevo correre, così non mi restava che guardare fuori atterrito, paralizzato con la bocca spalancata e gli occhi stralunati. L’Estasi dell’Oro nel cuore e nelle orecchie. Le prese di corrente ai piedi dei sedili facevano uno strano ronzio. A un punto però tornò la luce. Stavamo attraversando Zestafoni e ai piedi di una fabbrica con un’imponente ciminiera che fumava come un sigaro giaceva una testa di bronzo di un eroe del socialismo illuminata a giorno. Ecco la luce! Le pupille si restrinsero per un secondo, abbagliate dalla troppa luce, ma poi tornarono alle dimensioni di prima perché in pochi secondi ci rituffammo nell’oscurità. Lì capii che non si poteva tornare indietro, che non si può mai tornare indietro una volta iniziato il viaggio, e l’unico modo per uscirne vivi era proprio portarlo a termine. La luce tornò alle porte di Tbilisi, quattro ore dopo. Il monastero di Jvari a picco sulla montagna splendeva come Venere allo stesso modo in cui brillava l’eroe di prima, spezzando in modo modesto ma deciso il buio.

Poi entrammo in città e le luci ci si mostrarono vanitosamente. Insegne di negozi, sale scommesse, stazioni di polizia, blocchi residenziali. Luci bianche, rosse, gialle, verdi, ma che non riuscivano comunque a contrastare l’intensità di quel buio che dal cielo sembrava premere verso la terra, schiacciare verso il basso. Arrivammo a destinazione in anticipo. Erano circa le quattro del mattino e non sapevo cosa fare o dove andare. In centro c’era la luce, ma era distribuita a macchie d’olio, e il confine con il buio sembrava essere netto. A due passi da un lampione vi era l’oscurità più profonda, e poi, pochi metri più in là un altro lampione. Non sapevo dove andare. In Piazza della Libertà svettava un san Giorgio dorato, che sostituiva un Lenin, che non si capiva se rifletteva o emetteva la luce. Mi facevano compagnia dei cani randagi zoppi. Sopra, in lontananza, Kartlis Deda. Di fronte, ancora più lontana, giaceva monoliticamente Sameba, emergendo dalla nebbia, e affianco il Parlamento. Tutto ciò che brillava non lo faceva per caso, in una curiosa partita a scacchi in cui l’ideologia sembrava affrontare la religione, e lo Stato Dio, o forse in una coalizione.

Era tutto avvolto da un misterioso velo di nebbia. La temperatura era attorno allo zero e l’umidità ne irrigidiva la percezione. Ero a digiuno da un giorno intero ormai. Avrei voluto scalare la collina e raggiungere la Cattedrale, quella chiara certezza nella notte, l’unica, che si ergeva fiera fra la foschia, ma non conoscendo la fisionomia della città decisi di rimanere nell’androne delle scale dell’ostello che avrebbe aperto in mattinata. Avrei aspettato lì l’alba, seduto su quei gradini ghiacciati. Da lì fissavo la Cattedrale. Di fronte a me avevo i tipici balconcini all’italiana (ma che in Italia non ho mai visto) illuminati da luci verdi, rosse, gialle e blu. Quei colori erano davvero assurdi e contribuivano insieme alla nebbia e all’assenza di persone a creare un’atmosfera surreale, onirica. Affianco a me avevo un cartellone con sopra gli esotici caratteri del georgiano, che ovviamente non ero in grado di decifrare, e ciò contribuiva ancora di più all’alone di assurdo e mistero che avevano il luogo e la situazione. Da una finestra che si affacciava sul cortile interno vedevo un uomo alimentare una fiamma in un barile e scaldarsi. Quando desideravo quel calore.

L’alba arrivò tardi, e nonostante l’avessi aspettata così tanto, arrivò in modo umile e modesto. Non si incendiò il cielo di rosa o rosso. Il nero lasciò gradualmente posto al grigio e la luce arrivò finalmente, pur dovendo attraversare spesse coltri di nubi. Pian piano apparse la gente in giro, iniziarono a circolare i trasporti pubblici, aprirono i locali. Finalmente aprì anche l’ostello. Ero stordito dalla fame, dal freddo e dalla mancanza di sonno, ma il sole era finalmente sorto.

Pubblicato da Davide Pilloni

Davide Pilloni - studente classe 1999 di Lingue e Culture Moderne presso l'Università di Genova appassionato di Russia, Est-Europa e paesi post-sovietici in tutte le loro dimensioni artistiche e culturali.

4 pensieri riguardo “Notti Georgiane, parte I

    1. E’ un paese bellissimo! Innanzitutto è molto sicuro a livello di criminalità, si mangia bene, è economico, ci sono molte cose da fare interessanti e ci sono ancora pochi turisti. In teoria dicono che si può andare anche con la sola carta d’identità elettronica, ma io sono sempre andato con il passaporto. Prova a guardare su viaggiaresicuri!

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