Donald Trump: un’analisi della sua amministrazione

Sono ormai passati alcuni mesi dal cambio della guardia alla Casa Bianca, e del 45esimo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra essere rimasto ben poco. Complici anche i ban che il tycoon ha subito su tutte le piattaforme social, l’ex Presidente ha parlato in pubblico solo una volta da quanto ha lasciato la Casa Bianca: alla Conservative Political Action Conference (CPAC) il 28 febbraio, il grande raduno dei repubblicani. Tuttavia, anche se il trumpismo in questo momento viene percepito come un passato ormai lontano, molto di ciò che è stato fatto durante la sua amministrazione è obtorto collo destinato a perdurare.

L’ultimo anno di presidenza di The Donald, oltre alla contestata sconfitta elettorale, è stato segnato da due episodi che hanno catalizzato l’attenzione mediatica nel dipingere a tinte fosche Trump e ciò che rappresenta: la gestione dell’epidemia di COVID-19 e l’assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021. Due eventi che hanno fatto breccia nell’opinione pubblica, portando anche noti supporter del tycoon a prenderne le distanze e a presentare tardive (e non si sa quanto sincere) palinodie alla stampa liberal. Che tuttavia non possono essere assommati con quanto è stato fatto in quattro anni di presidenza, liquidando un’esperienza di governo così anomala e per molti versi innovativa.

Nonostante il trumpismo sia diventato una sorta di tabù e l’amministrazione Trump venga considerata una deviazione dal naturale corso della storia (quasi un’“invasione degli Hyksos”, per citare Benedetto Croce), è a nostro avviso assai più utile proporre un bilancio quanto più equo possibile su questa contestata presidenza, su ciò che essa ha fatto e su ciò che essa ha generato. Il “fuoco e la furia” con cui Trump è entrato alla Casa Bianca hanno avuto effetti in quasi tutti i rami dell’azione politica statunitense, ma su uno in particolare sta avendo effetti sorprendentemente più tenaci e duraturi: la politica estera.

La rivoluzione trumpiana ha portato con sé due novità fondamentali: l’inizio di un confronto aperto con la Cina e un nuovo approccio commerciale innestato su dazi commerciali e America First. Due capisaldi relativamente nuovi che nemmeno Joe Biden ha finora toccato.

Mentre negli anni ‛00 e ‛10 Washington ha seguito nei confronti della Cina una politica mediamente collaborativa, improntata a un containment tendenzialmente soft (il pivot to Asia di Obama) e alla collaborazione commerciale (un mix definito spesso “congagement”), Trump ha rotto le righe e dato il via ad un confronto aperto e multilivello col gigante asiatico. Dalla guerra dei dazi (rallentata col Phase One Deal del gennaio 2020 ma mai abbandonata), alle pressioni politiche per la libertà di Hong Kong, fino alle sanzioni, al riarmo nell’Asia Orientale e allo scontro in Europa per la via della seta, il 5G e la telefonia Huawei, la strada scelta dall’America trumpiana nei confronti dell’espansionismo cinese è quella del confronto diretto. Una scelta forse non più prorogabile vista la crescente forza di Pechino, un cambio di rotta strategico che era nell’aria ma che è stato deciso da Trump, e che prosegue tutt’ora e con decisa convinzione sotto l’amministrazione Biden.

La stessa continuità a cui abbiamo assistito anche sui dazi europei. Nonostante un approccio più filo-UE e dialogante, Biden ha per ora deciso di non modificare le tariffe impostate da Trump su diversi prodotti europei, sintomo che l’impostazione mercantilistica del tycoon, così duramente criticata per anni da esperti e democratici, ha avuto una sua logica e una sua efficacia. Un ritorno allo status quo ante, dopo che Trump ha impresso una svolta così ampia in ambito commerciale, non pare più possibile, almeno nel breve periodo: The Donald ha fatto uscire il genio dalla lampada, dimostrando (almeno per gli americani) diversi possibili benefici. E perfino per la più anti-trumpiana amministrazione diventa difficile rinunciarvi di punto in bianco.

Per quanto riguarda la politica interna, le scelte operate da Trump hanno avuto un impatto assai significativo, ma molte mosse di Biden stanno mirando a ribaltare questa eredità. La grande riforma fiscale (TCJA) del 2017, sul modello reaganiano, ha prodotto un boom economico e occupazionale da record (al dicembre 2019 la disoccupazione era al 3,5%, il tasso più basso dai tempi di Kennedy), frenato solo dal COVID-19. Un sistema che tuttavia è destinato a non durare a lungo, vista la promessa di Joe Biden di consistenti aumenti fiscali: il piano finora presentato dall’attuale Presidente mostra la crescita del peso fiscale più alta dal 1942.

Un altro fronte interno assai complesso e divisivo lasciato aperto da Trump è quello dell’immigrazione. Se è vero che tra i primi atti di Biden ci sono stati la fine del Muslim Ban, l’interruzione del muro col Messico e l’intenzione di riformare l’accesso alla cittadinanza per i dreamers, è anche vero che il Presidente democratico sta attualmente mostrando il pugno duro di fronte all’attuale crisi migratoria – la più grave degli ultimi decenni. Tra le denunce per aver permesso di ammassare centinaia di ragazzini in gabbie (accusa spesso mossa a Trump) e pubbliche dichiarazioni per scoraggiare gli immigrati a venire in America («Non venite, non lasciate le vostre case») la nuova amministrazione sta mantenendo una linea ben più bilanciata (e dura del previsto).

È difficile, allo stato attuale, prevedere quanto rimarrà del quadriennio trumpiano nel medio e lungo periodo. Si può certo affermare che molto di ciò che ha fatto sembra destinato a perdurare, se non per sempre almeno per un certo periodo, mentre altre sue mosse sono state cancellate nel giro di 24 ore (si pensi agli Accordi di Parigi).

Sono però due i fatti fondamentali che possiamo trarre da questa analisi. In primis, che l’amministrazione Trump, pur col suo stile erratico e vulcanico, ha fatto emergere problemi reali dell’America per troppo tempo dimenticati, ed è stata capace di fornire anche ottime soluzioni e successi (boom economico, dazi, controllo dell’immigrazione, negoziati con la Corea del Nord, nessuna guerra sul fronte esterno). Nemmeno la damnatio memoriae alla quale viene tutt’ora sottoposta potrà cancellarne i successi.

Il secondo fatto è che, stante i proclami iconoclasti della sinistra statunitense, molto di quanto fatto dal tycoon perdurerà anche oltre a lui: i primi mesi di Biden, seppur ovviamente più sfumati e con una retorica improntata alla rottura col recente passato trumpiano, spesso nei fatti confermano tale ipotesi. Trump è destinato in qualche modo a sopravvivere nella politica americana, perché disfarsene completamente non sarà possibile, per quanto sottotraccia, vituperata e tabù possa essere la sua ingombrante figura.

Pubblicato da Leonardo Olivetti

Dottore Magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Milano. Classe 1996, appassionato di geopolitica, politica americana ed europea, storia antica e medioevale - nonché accanito tifoso milanista.

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