Notti Georgiane, parte II

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Sull’Ospitalità Georgiana

“Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato.”

Matteo 25,35

Mi trovavo in quella città da solo a quell’ora della notte un’altra volta, solo la seconda a dire il vero, eppure a me sembrava piacevolmente già la centesima, e avrei voluto che lo fosse effettivamente. Mi sembrava di averci vissuto in quella città, di esserci cresciuto in quelle strade, ma solo nelle sue notti. Neanche stavolta sapevo dove andare, ma almeno sapevo come muovermi, e così decisi di rendere omaggio ai luoghi che mi erano rimasti così cari dal viaggio precedente e con il loro calore nella mia memoria mi permettevano di non assiderare in quell’umida notte di fine novembre.

Mi sembrava di essere tornato a casa.

Tornai sotto all’ostello a due passi da Piazza della Libertà dove passai la mia prima notte a Tbilisi, una notte neanche poi così diversa da questa. Appena sceso dal pullman questa volta sentii che qualcosa era cambiato, la città non era più la stessa, eppure io la amavo ancora. La amavo ancora perché la sua essenza randagia non era cambiata, ma erano bastati pochi mesi perché sorgessero parchi, palazzi, luminarie che prima non c’erano. Com’era illuminata la Colonna di San Giorgio la seconda volta. C’era anche più gente in giro nonostante fossero le quattro di notte.

Cambiai sponda della città poi e mi diressi verso Marjianishvili. Dal ponte osservai il cielo nel suo pudore e la città nella sua eleganza, mentre il Kura sotto di me rifletteva silenzioso ciò che lo circondava, restituendo il firmamento ai pochi passanti di quell’ora come un’ampia campitura di nero con rade pennellate rapide di giallo pallido. Non c’erano principi d’alba in nessun angolo del cielo. La notte di Tbilisi è composta da un buio così denso da nasconderci dentro i suoi abitanti e una luce così accecante da far impallidire e scacciare chiunque, tanto che i lampioni non hanno mai nessuno al proprio cospetto. Cosicché chi vive la notte lì, la vive nell’ombra. Ciononostante, la città sembra essere priva di depravazione morale, a qualsiasi ora del giorno, il buio qui non corrompe la gente, e chi fugge dalla luce non ha nessun delitto da nascondere o segreto da proteggere, se non le proprie pupille dai fasci di luce.

Stavolta varcai la porta di Marjianishvili con una consapevolezza diversa, se allora mi aveva ricordato solo la porta analoga di Mosca, stavolta mi ricordava anche quella di Minsk dato che nel frattempo ero stato anche lì. In quel quartiere incontrai le prime forme di vita della giornata, umili spazzini che pulivano le strade con vecchie scope di frasche lungo i viali alberati del quartiere, poi iniziai la scalata. Mi arrampicai sul Golgota georgiano per potermi inginocchiare ai piedi di Sameba, per vedere che fisionomia aveva da vicino, quando calava il buio sulle cose, quella che era stata la coda del mio Piccolo Carro in quelle notti e ringraziarla.

A due passi dalla Cattedrale trovai una panetteria. Avevo freddo e fame. Chiesi se era possibile comprare del pane, ma era ancora troppo presto, così fui fatto entrare per aspettare dentro. Alla prima boccata dentro respiro aria bollente, puzza di gas e fumo di tabacco di pessima qualità. Non nascondo che ho avuto anche paura di saltare in aria per qualche fuga di gas. Pochi giorni prima di partire per Kiev era esploso un intero palazzo allo stesso modo proprio nella strada dietro a dove avrei dovuto alloggiare, ma da queste parti, purtroppo si sa, sono cose che succedono. Mi fanno accomodare su uno sgabello affianco al piano su cui si stende l’impasto. Il panettiere ha appena incominciato e non ha ancora infornato nulla. Con lui, nel ruolo di fargli compagnia probabilmente visto che al di là di questa occupazione non avevano altro compito pratico, un altro georgiano e un armeno.

Racconto la mia storia, da dove vengo e dove sono diretto. Finite le presentazioni il georgiano che fuma davanti al tubo catodico apre una bottiglia di plastica piena di samogon, prende una tazzina da caffè anche per me e iniziamo a bere, consacrando con il rituale del brindisi la nostra amicizia. “Alla nostra”. “Alla salute”. “All’amicizia”. “Al viaggio”. “Alla fratellanza fra Italia e Georgia”. E brindisi dopo brindisi la bottiglia finisce, ma per fortuna arriva anche il pane. Non addentai mai con tanto piacere un cibo così modesto, non compresi mai prima di allora quanto fosse sacro quel semplice impasto di acqua e farina cotto. Mi avvicino al forno, che dalle loro parti è incastonato nel terreno e non al muro come i nostri, e mi viene mostrato come si fa il pane dalle loro parti. Il panetto si attacca alle pareti verticali in un gioco che sembra sfidare la gravità e quando è pronto si stacca o con le mani o con un gancio apposito. Poi torno al mio posto.

Inizio a sentire l’effetto dell’alcol. A un certo punto iniziamo addirittura a ballare la lezginka.

Dal mio sgabello tengo d’occhio la Cattedrale e il cielo attraverso la piccola porticina. Scorgo una cliente anziana fuori e il cielo, fattosi azzurro da nero quando ero entrato, a farle da sfondo mi suggerisce che il sole è finalmente sorto. Al che a malincuore mi trovo costretto a lasciare i miei nuovi amici e quel luogo così ospitale per ripartire e continuare il viaggio.

Sulla strada non ci si può mai fermare per troppo tempo, bisogna continuare ad andare sempre, altrimenti si rischia di perdere il passaggio, la marshrutka, il treno, e si sa che da queste parti potrebbe anche non ripassare, non si può mai fare affidamento sulla corsa dopo. Non si sa mai con certezza quando ci sarà la prossima, e soprattutto se ci sarà una prossima. Così dopo aver ringraziato e litigato perché i miei soldi venissero accettati prendo un altro pezzo di pane per la giornata, lascio l’equivalente in filigrana di venti pagnotte sul tavolo, convinto che non sia ancora abbastanza per tutto ciò che mi è stato offerto, e riscendo in città, pronto per ripartire verso sud, con un immenso debito di gratitudine ancora da saldare e che non vedo l’ora di estinguere al mio prossimo arrivo nel cuore della notte in città.

Pubblicato da Davide Pilloni

Davide Pilloni - studente classe 1999 di Lingue e Culture Moderne presso l'Università di Genova appassionato di Russia, Est-Europa e paesi post-sovietici in tutte le loro dimensioni artistiche e culturali.

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