BOCCONI DI STORIA: L’incidente del Passo di Djatlov

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Oggi parleremo dell’incidente al Passo di Djatlov, uno dei casi più inquietanti e misteriosi dell’alpinismo mondiale.

Tutto ebbe inizio il 2 febbraio del 1959, quando nove escursionisti sovietici intrapresero la scalata del monte Cholatčachl’ (“montagna dei morti” in lingua mansi), nella parte settentrionale della catena degli Urali.

Il gruppo era composto dal maestro di sci Aleksandr Zolotarëv, dai tre ingegneri Rustem Slobodin, Jurij Krivoniščenko e Nikolaj Tibo-Brin’ol’, da cinque studenti dell’Istituto Politecnico degli Urali Jurij Dorošenko, Zinaida Kolmogorova, Ljudmila Dubinina, Aleksandr Kolevatov e Jurij Judin e infine dal capo spedizione Igor Dyatlov. Jurij Judin fu l’unico del gruppo a sopravvivere in quanto dovette abbandonare anzitempo l’impresa a causa di un malanno improvviso.

Obiettivo della spedizione era di raggiungere il monte Otorten, ma una tempesta costrinse il gruppo di escursionisti esperti a spostarsi verso il Cholatčachl’ e ad accamparsi sopra un pendio ghiacciato. Dalle successive indagini, sappiamo che si accamparono verso le 17:00 e cenarono alle 19:00 circa, prima di coricarsi nella tenda con temperature esterne che avrebbero raggiunto i -30 °C.

Iniziamo con i fatti che sappiamo essere certi, ovvero come furono trovati i corpi dei ragazzi dai soccorritori. In seguito al mancato invio di un telegramma da parte di Djatlov ai famigliari dei membri della spedizione, il 20 febbraio le autorità iniziarono le ricerche sperando di trovare alcuni sopravvissuti. Il 26 febbraio fu trovata la tenda ormai vuota e completamente distrutta, squarciata dall’interno, dalla quale partivano una serie d’impronte che conducevano a un boschetto dove i soccorritori trovarono le tracce di un fuoco sotto un albero di cedro insieme ai corpi dei primi due escursionisti (Jurij Krivoniščenko e Jurij Dorošenko) con indosso sola la biancheria intima. Nel percorso tra l’albero e il campo base, i ricercatori trovarono Djatlov, Kolmogorova e Slobodin. Dei restanti quattro escursionisti non si seppe nulla per oltre due mesi, fino a quando il 4 maggio del 1959 furono trovati i corpi di Tibo-Brin’ol’, Dubinina, Zolotarëv e Kolevatov in un crepaccio scavato da un fiumiciattolo nel bosco a circa mezzo chilometro di distanza dal cedro.

Sui primi cinque cadaveri evidenti erano i segnali di morte per ipotermia. Sul cranio di Slobodin fu rinvenuta una piccola frattura (troppo leggera per causarne il decesso), ma furono i quattro cadaveri trovati nella gola a complicare molto le indagini. Dubinina e Zolotarëv riportavano gravi ferite con diverse costole fratturate da una forza che i medici definirono al pari di un violento incidente stradale; Tibo-Brin’ol’ mostrava segni di una frattura cranica potenzialmente mortale; inoltre, Dubinina fu ritrovata con una parte di mascella, gli occhi e la lingua mancanti.

Tutti gli abiti e l’equipaggiamento raccolti presentavano elevati livelli di radioattività. Furono inoltre rinvenuti misteriosi frammenti metallici sul luogo dell’incidente, con la testimonianza di un’altra comitiva che si trovava in zona che affermava di aver visto strani oggetti simili a sfere arancioni passare in cielo. Le autorità affermarono in seguito che si trattava di missili balistici R-7.

Gli inquirenti, con poche certezze, provarono a ipotizzare uno scenario dell’accaduto: un pericolo sconosciuto, ma che i nove escursionisti considerarono mortale, li costrinse a prendere la decisione di uscire dalla tenda con -30 °C senza l’equipaggiamento adatto; il gruppo si mosse verso il bosco dove tentò di accendere un fuoco, mentre Dorošenko e Krivoniščenko cercarono di scalare l’albero esponendosi maggiormente al vento gelido che non fece che accelerare la loro morte. Dyatlov, Slobodin e la Kolmogorova tentarono di tornare alla tenda, ma morirono lungo il tragitto per ipotermia. I quattro escursionisti rimasti abbandonarono i compagni cercando riparo nella gola nella quale furono trovati, ma trovarono la morte nel crepaccio.

Le indagini furono condotte non esattamente a regola d’arte e diversi particolari rimangono sconosciuti e poco chiari. Le ipotesi più accreditate sono:

“Lo spogliamento paradossale”: si verifica nel 25% dei morti per ipotermia e consiste in una falsa sensazione di calore superficiale che porta il soggetto a strapparsi i vestiti;

“Paranoia per la valanga”: i nove avrebbero sentito un rombo di valanga e sarebbero scappati cercando rifugio tra gli alberi. Tra le solite teorie complottistiche (Yeti, UFO, segreti militari e KGB…), un articolo su Nature del 28 gennaio 2021 dei ricercatori Johan Gaume e Alexandre Puzrin sembra supportare l’ipotesi che una valanga abbia colto di sorpresa il gruppo (ciò spiegherebbe i traumi) e che successivamente le persone non ferite abbiano cercato rifugio tra gli alberi trasportando i feriti per soccorrerli, finendo per morire tutti per ipotermia.

Il mistero dell’incidente al passo Dyatlov rimane irrisolto e ci lascia con molte domande, soprattutto per quanto riguarda le tracce di radioattività. Nel 2018 Vladimir Nagaev, un ex agente del KGB a capo dell’Istituto di Medicina Militare, pubblicò una trilogia sulla morte del gruppo di Djatlov. Nagaev affermò che nella zona stavano testando sonde radio speciali contenenti gas con isotopi radioattivi di breve durata. Era noto che venissero utilizzati razzi meteorologici nella regione del Monte Otorten, è quindi possibile che uno dei razzi abbia danneggiato una o più sonde, liberando il contenuto radioattivo. Certi elementi tossici possono essere rilevati solo se il loro tasso di assunzione è molto elevato, rendendo verosimile l’assenza di tracce nell’organismo della sostanza durante l’autopsia. La ricerca del gruppo di Djatlov fu deliberatamente ritardata; i primi corpi furono infatti ritrovati quasi un mese dopo la loro morte, periodo che corrisponde a due emivite (tempo di dimezzamento di un isotopo radioattivo) del Fosforo-32. In favore di questa teoria si poté constatare che la pelle dei cadaveri presentasse un colore marrone scuro, caratteristico dell’avvelenamento da fosforo.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo la lettura di questo articolo.

Pubblicato da Pietro Poli

Da Brescia, nato il 27 agosto 1998. Diplomato presso l'Istituto di Istruzione Superiore "Tartaglia-Olivieri", da sempre appassionato di Storia.

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