Il modello Italia

Alla fine dell’estate del 2020, i Ministri della Repubblica italiana capeggiati dall’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, elogiavano l’Italia e gli italiani per essere stati un modello da imitare nella lotta alla pandemia. Le maggiori testate giornalistiche nazionali e tutto l’establishment romano hanno ovviamente seguito questa linea, convinti che la pandemia fosse finita ad agosto 2020.

Il lockdown duro e le limitazioni delle libertà personali pareva avessero portato risultati grandiosi nel contrarre la curva pandemica, e anche il Paese ne era convinto. L’estate quasi Covid-free ha dato una falsa speranza di libertà, di superamento dell’emergenza, tale che l’allora e ancora attuale Ministro della Salute Roberto Speranza scriveva un libro sulla gestione della pandemia: “Perché guariremo, dai giorni più duri a una nuova idea di salute”. Il cocktail micidiale riaperture e propaganda politica, ha convinto una grandissima parte del popolo italiano ad avere fede. Fede non in Dio ma nella onnisciente “scienza”. Una intima e personale fede in determinati dogmi che convincono un popolo vittima di un sistema mediatico terroristico a “rimanere distanti oggi per abbracciarci più forte domani”.

Il Logos che è in grado di contenere la generalità delle autoconvinzioni italiane è il seguente: “Conte non ha fatto poi così male”. A questa affermazione seguono ovviamente numerose convinzioni “scientifiche”, per citarne alcune: l’utilizzo della mascherina, il lockdown benefico, il coprifuoco, eccetera… (si tratta di una lista di convinzioni che non verranno trattate nello specifico in questo articolo, che non la si interpreti come avversione insensata da parte del sottoscritto a questo tipo di misure).

Proviamo ora, alienandoci dalle nostre convinzioni politiche e morali, a vedere ciò che è veramente successo durante il primo anno di gestione della pandemia. Supponiamo di tenere come valido il principio secondo il quale: “Si devono giustificare i primi mesi della pandemia perché nessuno aveva capito come gestire il virus”. Il grafico riportato qui sotto mostra l’andamento del numero delle vittime in 3 Paesi: la virtuosa Italia, l’inferno Brasiliano e l’Ade Britannico.

Numero di vittime da Covid-19 su un milione di abitanti:
Italia, Brasile, Regno Unito.

Il Paese modello, la Repubblica italiana, ha un numero di vittime superiori nella seconda ondata. Dopo mesi di esperienze, dati e scoperte scientifiche riguardanti il Covid-19, il modello Italia è crollato come un budino al sole di fronte alla seconda ondata.

I paragoni nel grafico sono appositamente stati fatti con i Paesi considerati tra i peggiori al mondo nella gestione della pandemia, perché anche il nostro Paese fa parte di questi… E perché è molto sconfortante vedere nei dati il confronto con Paesi dove senza troppo fiatare il Covid-19 è stato gestito in maniera realmente scientifica e meticolosa.

Ora eliminando il principio della prima ondata, esaminiamo il tasso di mortalità sui contagiati dal virus. Uno dei grandi vanti della Repubblica italiana, fino all’avvento dei virus, era di avere una sanità pubblicamente finanziata molto buona. Tanto buona da voler addirittura eliminare quelle sacche di sanità privatizzata presenti in alcune regioni italiane (dimostrando una enorme ignoranza in materia di gestione della salute pubblica).

La grande sanità italiana deve aver minimizzato i decessi dei malati per Covid-19. La grande gestione della pandemia sicuramente deve aver aiutato gli istituti clinici a salvare più vite possibili.

Tasso di mortalità in rapporto ai casi confermati di Covid-19:
Italia, Regno Unito, Spagna, Francia, Stati Uniti d’America.

Come mostrato nel grafico sopra riportato, la mortalità italiana è tra le più alte (nel confronto tra i Paesi messi PEGGIO al mondo) nel periodo peggiore a inizio pandemia, e si assesta sempre superiormente anche nella seconda ondata.

I dati mostrati in questo articolo sono conseguenza non di una singola politica adottata, ma ovviamente di una sintesi di infinite azioni e situazioni che interagendo tra loro hanno causato ciò che oggi possiamo analizzare. Certo, la cieca convinzione che non si poteva fare altrimenti è difficile da contrastare, ma la fede nei lockdown futuri sì.

L’Italia è uno dei Paesi “democratici” che ha attuato le più stringenti misure restrittive delle libertà personali per tentare di limitare il contagio, solo parzialmente inferiori alle misure di prigionia sorvegliata cinese. La grande convinzione popolare è che il lockdown e le zone rosse siano l’unica via e che le alternative portino a situazioni apocalittiche. La realtà dei fatti, invece, indica come la gestione della pandemia non è caratterizzata solamente da una regolamentazione statale delle libertà personali (spesso insensata), ma da informazione, studio e conoscenza del fenomeno pandemico.

Come il grafico qui sotto mostra, l’Italia ha adottato misure molto più stringenti rispetto a Stati Uniti d’America (Paese non virtuoso) e Giappone (Paese molto virtuoso) ma il contenimento delle libertà non ha portato i risultati che i più populisti e ignoranti politicanti millantavano e millantano tutt’ora.

Intensità delle misure restrittive per il contenimento del Covid-19:
Italia, Stati Uniti d’America, Giappone.

La gestione della pandemia deve essere meticolosa e seria, non deve e non può essere una chiacchiera da bar. Il modello Italia non è mai esistito e tutt’ora non esiste. Ci rimane solo il rimorso e la rabbia di aver ucciso con la nostra incompetenza migliaia di connazionali.

Per altri dati e approfondimenti sull’andamento della pandemia da Coronavirus in Italia e nel mondo clicca qui.

Pubblicato da Luca Toller, Vicedirettore

Studente di Scienze economiche presso l’Università di Milano – Bicocca. Nato il 29 settembre del 1998, diplomato presso il Liceo classico Arnaldo da Brescia.

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