La doppia faccia delle automobili elettriche

Come tutti sappiamo, il tema ambientale è sempre più presente all’interno sia del contesto europeo sia del più ampio contesto internazionale. Focalizzandoci sull’Unione Europea sostenibilità e lotta al cambiamento climatico si identificano nel progetto del Green Deal.

Per darne una breve definizione, il Green Deal è l’iniziativa di punta proposta dalla Commissione europea Von Der Leyen nel 2019, il fine della quale è di portare l’Unione a diventare climaticamente neutrale entro il 2050.  All’interno di questa iniziativa viene espressa la volontà dell’UE di implementare l’utilizzo di auto e mezzi di trasporto elettrici. Se i mezzi di trasporto elettrici diventassero di uso comune, infatti, saremmo sulla buona strada per raggiungere un impatto ambientale vicino allo 0; si tratta di una proposta senza dubbio di grande valore. L’UE ha dovuto però aggiungere nelle sue proposte anche la necessità di rendere la produzione di auto elettriche sostenibile dal punto di vista dei diritti umani.

Come mai?

In questo articolo vedremo che cosa si cela dietro la facciata della sostenibilità ambientale, e come spesso queste due parole rischino di offuscare una realtà che stride se messa a confronto con il fine ultimo che viene pubblicizzato, ovvero quello di salvare l’ambiente. Ci focalizzeremo prevalentemente sulle auto elettriche, ma il discorso può essere applicato a ogni oggetto elettronico dotato di batteria.

Per produrre le batterie al litio che troviamo nelle auto elettriche è necessario utilizzare un minerale: il cobalto. Le riserve di cobalto si trovano principalmente nella Repubblica Democratica del Congo, territorio che è stato da poco teatro dell’attentato e della conseguente uccisione dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e della sua scorta. Come si può evincere, si tratta di un Paese molto instabile dal punto di vista politico e, nonostante la grande disponibilità di risorse minerarie e materie prime, è uno dei paesi africani più poveri. L’aumento della produzione di auto elettriche che ha caratterizzato questi ultimi anni ha significato anche un aumento della richiesta di cobalto ed è in questo modo che è venuta alla luce la situazione di estremo disagio in cui si trovano a vivere più di 35.000 bambini congolesi.

Come abbiamo già detto, la popolazione del Congo vive in uno dei Paesi più poveri del continente africano. Di conseguenza, gli abitanti sono costretti a cose per noi inimmaginabili per poter permettere alla propria famiglia di vivere anche solo un giorno in più. Sono state aperte miniere illegali di cobalto, dove non vigono regolamenti, non ci sono controlli e dove, per estrarre il minerale, sono sfruttati bambini con un’età media che si aggira intorno ai 6 anni. I bambini, come accadeva per il carbone ai tempi della Rivoluzione Industriale, vengono sfruttati per la ridotta dimensione corporea che permette loro di raggiungere le cavità più nascoste. Questi bambini vengono pagati meno di 1 euro al giorno e, non avendo protezioni, rischiano di rimanere schiacciati dai crolli all’interno della miniera; non è raro, infatti, vedere bambini che hanno subito più di una frattura ossea. Per non parlare degli effetti a lungo termine: se hanno la fortuna di sopravvivere, questi bambini dovranno fare i conti con i gravi problemi di salute derivati dall’esposizione alla polvere tossica emanata dal cobalto. Oltre a estrarre il minerale, infatti, devono occuparsi del setacciamento. Il tutto a mani nude.

Fermare lo sfruttamento sembra impossibile. Il processo che porta il cobalto da minerale grezzo a materiale utilizzabile per le batterie elettriche è lungo e si compone di diverse tappe, in cui entrano in gioco vari agenti. Una volta estratto, il minerale ottenuto grazie allo sfruttamento minorile viene venduto ai negoziatori, i quali lo venderanno a loro volta alle case di acquisto congolesi. Queste operano su un mercato più ampio vendendo il cobalto alle raffinerie che lo renderanno utilizzabile e pronto per essere esportato e venduto alle multinazionali dell’elettronica. È inutile dire che in questo processo il luogo di provenienza del cobalto non viene considerato: anche se il minerale proviene da una miniera che sfrutta i bambini, violando i diritti umani e i diritti dei lavoratori, questo non è importante. Conta solo il prodotto finale.

Le multinazionali stesse hanno fatto ben poco per ovviare a questo problema. Infatti, acquistare cobalto da siti di estrazione regolamentati costerebbe molto di più e porterebbe a un aumento complessivo anche del costo del prodotto finale, dell’auto elettrica che stiamo per acquistare credendo di salvare il pianeta. Nel nostro piccolo, l’unica soluzione possibile è quella di porci delle domande e di porle anche alle grandi multinazionali, facendo pressione affinché venga inserita nelle informazioni finali del prodotto anche il luogo di provenienza della materia prima. Sicuramente, però, i cambiamenti devono avvenire a livello globale. La volontà dell’UE di utilizzare solo batterie prodotte in modo etico e senza sfruttamento minorile è un grande passo avanti, ma al momento resta una pura volontà, non vincolante, e senza risvolti pratici.

Pubblicato da Silvia Anselmi

Dottoressa in Scienze linguistiche per le relazioni internazionali. Attualmente studentessa magistrale di Relazioni internazionali comparate presso l'Università Ca' Foscari a Venezia. Nata a Varese il 17 luglio 1998. Appassionata di tutto ciò che si cela dietro alle relazioni interstatali e al mondo del diritto internazionale. I miei maggiori interessi sono i diritti umani e la protezione dell'ambiente.

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