Da De Gregori a Vasco Brondi: Paesaggio dopo la battaglia

“Io credo che Vasco Brondi abbia una sua strada totalmente personale. Mi piace questo fatto che lui non cerchi la scorciatoia per arrivare alle luminarie del successo. Scrive e canta come uno che vuole esprimere se stesso piuttosto che arrivare primo in classifica”.

Francesco De Gregori

Così Francesco De Gregori si espresse 9 anni fa riguardo a Vasco Brondi – ai più conosciuto come Le luci della centrale elettrica. Certo, non è primo in classifica ma il cantautore emiliano nel corso di questi nove anni ha percorso la sua strada, una strada composta da 5+1 album. Perché quel +1? Perché nel 2019 Vasco decide di emanciparsi dal suo pseudonimo Le luci della centrale elettrica e, da artista maturo, sceglie di iniziare a firmare i sui pezzi con il suo nome: Vasco Brondi. Oggi, maggio 2021, percorreremo insieme il suo primo album dopo la fine delle luci: Paesaggio dopo la battaglia.

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Vasco Brondi nel 2014

Vasco Brondi ha cominciato a scrivere nel lontanissmo 2007 e i primi ascoltatori rimasero interdetti. “Un’accozzaglia di parole a caso” qualcuno disse dei suoi testi e del suo libro Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, eppure, sin dagli esordi, non poteva sfuggire l’incredibile originalità di quei testi, di quel modo di scrivere post-modernista che fotografa la realtà secondo descrizioni o flussi di coscienza a metà strada fra il parlato e il cantato. Vasco Brondi è questo, piaccia o non piaccia, ascoltandolo non si può che riconoscere la sua diversità, ma anche lui durante gli anni è cambiato e se dovessi sintetizzare in una parola la sua discografia, userei la parola “spazi”. Sono cambiati gli spazi descritti da Brondi, sono cambiati i luoghi cantati, si sono fatti sempre più ampi e sempre meno “deturpati”. Il suo primo disco porta proprio il nome di uno spazio “Canzoni da spiaggia deturpata”, il suo terzo “Costellazioni”, il suo ultimo “Terra”. Nell’arco degli anni siamo passati da “Nei garage a Milano nord” a “La Terra, l’Emilia, la Luna” fino a giungere a oggi, alla quasi (si spera) conclusione di una pandemia, eccoci a rimirare il Paesaggio dopo la battaglia. Un altro disco, un altro Vasco, ma sempre di spazi si parla.

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Vasco Brondi nel 2021

Il disco si apre con 26000 giorni che sono, in media, la durata della vita di un uomo. La canzone suggerisce tutte quelle cose che si possono incontrare in 26.000 giorni: ci saranno giorni in cui perderemo tutto e saremo lì a ridere, ci saranno giorni in cui ci chiederemo perché siamo qui, la canzone risponde “Siamo qui per rivelarci / non per nasconderci”.

Una volta capito che siamo qui per rivelarci cosa fare? “Amate, fate quello che volete, non aspettate” così, parafrasando Sant’Agostino, canta Vasco in Ci abbracciamo, canzone che rende onore a uno dei gesti più significativi per gli esseri umani: l’abbraccio. Il ritornello è un piccolo idillio “Ci abbracciamo / io e te / e non sappiamo più in che epoca siamo”.

Vasco Brondi – Ci abbracciamo (Giorgio Testi) | Videoclip Italia
Un estratto del videoclip musicale di “Ci abbracciamo”

Dopo un anno e mezzo di città chiuse, Brondi decide di intitolare la terza traccia città aperta, anche in questo caso si può osservare come gli spazi siano il filo conduttore della poetica brondiana e come gli eventi quotidiani di cronaca si mescolino con la cifra individuale e intima dei sentimenti: “il tuo cuore è senza confini / scoperchiato come Notre Dame a fuoco / hai lasciato Parigi, Parigi l’hai persa / come nel 1940 l’hai lasciata alla Wermacht”. Le sonorità si fanno sempre più aperte.

Fino a giungere alla traccia che dà il titolo all’album, Paesaggio dopo la battaglia, una canzone che sa essere commovente senza essere drammatica. Sopra le note di un pianoforte tipicamente cantautoriale Vasco narra i lunghissimi e confusi giorni di cui siamo stati e siamo ancora protagonisti, dell’Italia dei cataclismi passati e di quello che ne rimane da marzo 2020 in avanti: “Italia in rianimazione, non riesci a respirare / sotto la neve per chi suonano le campane” così Vasco strizza l’occhio a Hemingway. “Italia mille governi, mille profeti / figli con i nomi di santi / morti di fame tutti i poeti”, “Italia cieli struggenti, cuori sempre aperti / Italia carceri affollati, scavi interrotti / concesse le visite ai parenti”. L’Italia che fu, l’Italia che è sempre stata, l’Italia che sarà.

Mezza nuda sesta traccia dell’album, dedicata a un donna che è scappata di casa per salvarsi a Milano, una donna il cui ricordo permane nell’essenziale “ti ricorderò così: mezza nuda / quella notte in Bovisa”, qualcuno che ha dovuto rischiare per il proprio futuro: “Quando hai deciso di lanciarti il mare si è aperto / per lasciarti passare”. L’universo continua a sopravvivere a se stesso ma nei suoi microscopici angoli reconditi che noi chiamiamo pianeti o città tutto può succedere, anche scambiare una breve vita di 26000 giorni per l’eternità.

Si passa poi a Due animali in una stanza che riparte proprio dalla città, ma stavolta per allontanarvicisi “andiamo a sentire cos’ha da dire quella cascata fuori Milano”. La canzone racconta non la fine, non l’inizio di un rapporto ma il durare e il perdurare. Una relazione evolve insieme al mondo, la lente d’ingrandimento di Vasco Brondi ingrandisce la meraviglia di questi due mondi “la coppia” e “la geopolitica” che si sovrappongono.

“Tra centinaia, centinaia di file gridando il tuo nome / in questo reame fatto con la sabbia portata qui con i camion dal fiume / gli altri stanno per arrivare, sono nel traffico fermi immobili, lì a cantare” questa è l’introduzione di Adriatico che descrive, tra chitarre e urla di gabbiani, l’estate riminese del turismo di massa, le code di macchine infinite sull’Autostrada del Sole.

Vi ricordate cosa si è detto poco fa? La geopolitica e i sentimenti? Anche in Luna crescente Vasco riesce a far incontrare i due mondi. Come si fa a scrivere una canzone socialmente impegnata e allo stesso tempo sentimentale? La risposta: “Ho chiesto di te alle foreste bruciate, alle creature che sono scappate / ho chiesto un parere alle rocce cadute sulla statale ma stavano male / e un consiglio alle spiagge sparite, ai campi distrutti dalle grandinate”.

-2 dalla conclusione dell’album, si varca la soglia della conclusione e ci si trova davanti al primo singolo di questo album Chitarra nera da qualcuno anche rinominato l’anti-singolo. Chitarra nera è una canzone informe, nel senso che non rispetta alcun canone della canzone, non ha metrica, talvolta sembra un monologo recitato, la base su cui si sviluppa è una base ambient, il video (il cui protagonista è interpretato da Elio Germano) è una fuga dalla musica stessa. Una non-canzone che riesco a descrivere solo come affascinante e sperimentale. Vale la pena provare ad ascoltarla anche solo per interrompere il flusso radiofonico e sprofondare nel reale.

Vasco Brondi è andato oltre la musica?
Vasco Brondi ed Elio Germano in un estratto del videoclip di “Chitarra nera”

Infine Il sentiero degli dei: il percorso che si snoda tra i Monti Lattari e la costiera amalfitana. L’ultima traccia dell’album in cui torna la chitarra di Vasco (proprio dopo Chitarra nera), quella chitarra sempre presente nei dischi de Le luci della centrale elettrica, quell’intro che ricorda un po’ una delle canzoni più famose di Vasco “Per combattere l’acne”. Tanto per citare proprio quella canzone, forse la notte atomica (il peggio della pandemia) è passata e ci ha rimboccato le palpebre, queste sono le parole del primo Brondi degli anni 2000.
“Siamo solo due forme di vita sul terzo pianeta del sistema solare”, queste invece sono le parole del Brondi del 2021 che di nuovo, con la sua originalità, si prende il difficile compito di chi deve descrivere un sentire comune: che prospettiva ci ha consegnato, se vi riflettiamo, questo cigno nero chiamato COVID-19? Ci ha riportato di fronte alle leggi dell’universo e della fisica: tutto si trasforma, tutto è pronto a ucciderci, possiamo essere protagonisti di storie emozionanti qui, tra città e sentieri, ma non dimentichiamoci, ogni tanto, di guardare le cose da un po’ più in alto.

Pubblicato da Paolo Capuzzi

Mi chiamo Paolo, ho 24 anni e sono laureato in Filosofia e (quasi) in Gestione del lavoro e comunicazione per le organizzazioni. Ho un debole per la Provenza e un un amore spropositato per Lucio Battisti.

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