La battaglia di Nikolaevka

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Dall’autunno del 1942 il Corpo d’Armata Alpino (Divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia) era schierato sul fronte del fiume Don nella Russia europea sudoccidentale, affiancato da altre Divisioni di fanteria italiane, da reparti tedeschi e da unità ungheresi.

Il 15 dicembre i sovietici rompevano il fronte grazie all’enorme differenza nel rapporto di forze (l’Unione Sovietica aveva 750 carri armati, gli Alpini non avevano né carri, né armi anticarro). L’Armata Rossa dilagava e accerchiava le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca costringendole alla ritirata. Il terribile ripiegamento in territorio ostile in pieno inverno russo provoca la perdita di circa 55.000 uomini tra caduti e prigionieri. Per difendere la disperata ritirata, al Corpo d’Armata Alpino viene ordinato di rimanere sulle posizioni sul fronte del Don.

Il 13 gennaio del 1943 i sovietici non potevano penetrare le posizioni difese strenuamente dagli Alpini, ma riuscivano a sfondare a Nord il fronte ungherese e a Sud quello tedesco. Con una manovra a tenaglia rinchiudevano il Corpo d’Armata Alpino in una sacca. L’unica alternativa per gli Alpini, circondati dal nemico, era il ripiegamento immediato. Per quindici interminabili giorni, a temperature proibitive, circa 40.000 uomini combatterono disperatamente per conquistare la salvezza, coprendo, a piedi, una distanza di circa 600 chilometri.

Il mattino del 25 gennaio del 1943 gli Alpini della Tridentina trovavano però riparo nel villaggio di Nikolaevka, situato nell’Oblast’ di Belgorod, vicino al confine con l’Ucraina. Nella notte i sovietici iniziavano l’attacco con colpi di mortaio, mentre altri reparti assaltavano il lato sudoccidentale del villaggio.

Verso le 9:30 del mattino del 26 gennaio, il Corpo d’Armata Alpino riceveva l’ordine di attaccare. Dopo sanguinosi scontri e nonostante gravissime perdite, gli Alpini riuscivano a posizionare le mitragliatrici e a organizzare un contrattacco. La reazione sovietica fu violenta e costrinse i soldati italiani ad arretrare e aspettare rinforzi. I superstiti dei battaglioni “Verona” e “Vestone” furono tuttavia raggiunti solo dai resti del battaglione “Edolo” e dal gruppo di artiglieria “Val Camonica”. La situazione era disperata, si avvicinavano infatti le ore notturne con temperature tra i 30° e i 40° gradi sotto zero, per gli Alpini italiani sinonimo di morte per assideramento.

Quando ormai non sembravano esserci più speranze di rompere l’accerchiamento, il generale Luigi Reverberi, comandante della “Tridentina”, al grido di «Tridentina avanti» trascinava i suoi uomini all’attacco. I sovietici, sorpresi dalla velocità di azione, ripiegarono. L’accerchiamento era rotto.

Dopo Nikolaevka la marcia degli Alpini proseguì fino a Å ebekino, un villaggio situato all’esterno dell’accerchiamento nemico, che fu raggiunto il 31 di gennaio. Da qui la colonna riprese a camminare per comprire la distanza di circa 700 chilometri che la separava dalla città bielorussa di Gomel’, da dove finalmente i superstiti poterono essere evacuati. Per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino erano stati necessari 200 treni. Per il ritorno ne bastarono 17.

Ogni anno, tra gennaio e febbraio, in numerose città italiane hanno luogo commemorazioni degli eventi di quell’inverno. Tra queste cerimonie, la più importante ha luogo a Brescia. Vogliamo lasciarvi con un estratto del “sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern che bene descrive il coraggio e la disperazione di questi uomini.

Il piombo russo, rimbalza sulle rotaie. Arriva l’ordine: “Baionetta!”. C’è di tutto lì in mezzo, il Generale Reverberi conta i suoi, gli servono tutti anche quelli senza munizioni. Li conta, li guarda, sono bambini, cristo santo, ma non c’è speranza, se si vuol tornare a baita di qua si deve passare. Ma son più quelli che non ci sono che quelli che ci sono:

“Vestone, quanti siete?”. Troppi pochi. Val Chiese, Tirano, Edolo, ci siete? Morbegno, dov’è il Morbegno? Non c’è il Morbegno, non c’è più, è rimasto indietro. E gli altri, dove sono? La Julia, la Vicenza, la Cuneense? La Julia c’è, è la: 4000 son rimasti appena ma gli altri dove sono? Non ci sono. Radunarsi, allora, munizioni, baionette, e i feriti? Anche loro, anche i feriti servono. Tutti quelli che camminano, tutti quelli che possono sparare, tutti. E così, sono le 15.30 in quel villaggio dimenticato da dio, che nasce l’ultimo ordine del Generale Reverberi:

“TUTTI I VIVI ALL’ASSALTO!”. Chi va davanti?”

“Vado io Sig. Generale”. Reverberi lo guarda, è il Colonnello Martinat capo di stato maggiore di Corpo, vuole andare in testa con l’Edolo. È già ferito, se va all’assalto non ne esce vivo, ma lui vuole andare perché vuole morire in testa all’Edolo perché era con l’Edolo che aveva iniziato la carriera. Li raduna, li guarda.

“Io oggi muoio, ma voi no. Coraggio, ragazzi, di la c’è l’Italia”. Muore così Giulio Martinat rotolando grida: “Avanti, Edolo! Viva l’Italia!”. Più a destra parte il battaglione Vestone, Rigoni e Moreschi avanti con una mitraglia pesante entran per primi a Nikolajewka con un solo ufficiale chiamato Danda comincia a coprire l’attacco ma ormai pochi camminano. Muore Raul, il primo che ho conosciuto sotto le armi, muore Marangoni, dietro il costone della ferrovia, e muore anche Giuanì:

“Sergentmagiù… me törne piö a baita”. Ghe tornerem Giuaní, un di perché baita nostra non è su questa terra. Giuanì sei morto portandomi le munizioni della pesante. E gli altri? Il Val Chiese, il Bergamo, il Valtellina, dove son rimasti? Son la al costone, lo sbarramento dei russi li ha bloccati, Cristo santo ci inchiodano di nuovo. È finita? No! Ed è allora che tutti lo hanno visto. Uno solo saltare su un semovente tedesco in piedi in mezzo alle raffiche incrociate. Il rumore della battaglia si è fatto silenzio. Il silenzio solenne che vede nascere una leggenda: Reverberi in piedi grida: “AVANTI, TRIDENTINA! AVANTI!”.

E allora avanti! Una massa di sbandati va incontro alla sua ora di gloria. Si passa, si passa! Attraversano Nikolajewka lastricandola di morti perché ci sono 48 sotto zero e se ti pigliano sei morto. Alle 5 è tutto finito: ci contiamo, siamo qua, siamo vivi ma siam pochi. Chi non è passato con la prima ondata non passerà mai più. Persa la Cuneense, persa la Vicenza, persa buona parte della Julia, ma noi, noi c’è l’abbiamo fatta. Un giorno di gloria che ha dato valore ad una intera vita. Questo fu il 26 gennaio 1943. Questa fu la battaglia di Nikolajewka.

Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern

Pubblicato da Pietro Poli

Da Brescia, nato il 27 agosto 1998. Diplomato presso l'Istituto di Istruzione Superiore "Tartaglia-Olivieri", da sempre appassionato di Storia.

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