Slavuytč, la nuova casa delle vittime di Černobyl’

Ero sceso quasi a caso dalla maršrutka, fidandomi degli altri passeggeri che mi avevano detto che il posto che cercavo era quello. Con me saltano giù altre due signore anziane, ma non faccio neanche in tempo a realizzare che ho bisogno di indicazioni che queste sono già sparite in una stradina di izbe e mi ritrovo da solo in mezzo al nulla. Eppure so di essere nel posto giusto, me lo dice l’atmosfera, inquietante, la sola aria che si respira, che sono in un posto in cui c’è qualcosa che non va, ed è proprio questa la caratteristica del posto che sto cercando.

Il cielo è plumbeo e la temperatura ancora fresca. Sparito il mezzo con cui ero arrivato, non c’è più né rumore né un movimento. Ero immerso in un silenzio davvero spettrale. Scelgo di imboccare la strada presa poco prima dalle vecchiette e riesco a innestarmi nella strada che porta al centro della città. I fabbricati di cemento di colpo sostituiscono le case in legno. Arrivo così nella piazza principale, nientemeno che una palude di cemento. D’altronde sono in Polesia, un’unica grande palude maledetta. Perché in questa mattina d’estate non ci sono bambini che giocano spensierati in strada a pallone o sulle bici come farebbero in qualsiasi altra cittadina di provincia ucraina? A dir la verità non c’è proprio nessuno attorno a me. La piazza, vuota, sembra ancora più grande. Non ero mai stato in un posto così strano.

In quel caso il peso della Storia, pur non essendoci particolari tracce fisiche (o meglio, le tracce fisiche c’erano state e c’erano ancora, semplicemente non si vedevano), lo si respirava davvero. In un angolo della piazza, quasi nascosto dalle fronde del boschetto di conifere adiacente, il memoriale con una campana alle trentacinque vittime della tragedia di Černobyl’, di fronte invece, il monumento all’Angelo Bianco di Slavutyč. Su una panchina lì vicino un uomo con una busta della spesa mi urla qualcosa. Mi avvicino. Sono le dieci di mattina ma è già ubriaco e puzza di pesce essiccato e alcol. Inizia a parlare. Viveva a un paio di chilometri dalla centrale, lo stipendio non era abbastanza, la figlia si è ammalata e poi è morta, e il padre si chiede, mi chiede, cosa avesse fatto di male, lei come tutti gli altri bambini che hanno sofferto, per meritarselo. Inizia a parlare in modo vago e confuso di politica. E’ sia fiducioso sia scettico nei confronti del nuovo presidente eletto da qualche settimana, Zelenskij. Mi allontano, nonostante volesse continuare a parlare.

Passo la giornata nuvolosa a girare per i vari quartieri della cittadina, costruita nel 1986 per riallocare in seguito al disastro della centrale nucleare gli abitanti di Pripjat’ e di Černobyl’. Ogni quartiere, in nome dell’amicizia dei popoli, è costruito secondo uno stile architettonico tipico di una Repubblica sovietica diversa. Il distretto più peculiare è quello armeno, in cui le case, in tufo rosa, sembrano veramente quelle di Erevan. Anche i quartieri che portano il nome delle Repubbliche baltiche sono ben fatti, mentre il distretto ucraino e quello moscovita si rivelano più anonimi. Esco dal centro. Inizia a piovere.

Mi dirigo verso l’ospedale e mi affaccio dentro ma non vengo fatto entrare. Da dietro i tornelli scorgo gli interiori di un mondo perduto, del passato sovietico. I mosaici, i lampadari, il mobilio e anche il personale mi portano indietro di trent’anni. Posso godere almeno da fuori dello splendido mosaico raffigurante il classico radioso avvenire insieme alla bandiera ucraina che sventola, un futuro che però non si è mai realizzato. Tutti quanti mi fissano. Ogni persona. Decido di terminare la mia visita passando per la chiesa dedicata al Profeta Elia. La chiesa è nuova, e le sue cupole d’oro hanno un che di diverso da quelle classiche della tradizione slava. Come molti edifici costruiti da queste parti negli ultimi vent’anni ha un che di spaziale, sembra un’astronave. Entro dentro per ripararmi dalla pioggia. Più che mai sento che in questo posto c’è qualcosa che non va. Davanti alle belle porte, uno a destra e uno a sinistra, vedo due dipinti. Mi viene il classico brivido alla schiena, gli occhi mi diventano lucidi.

Da una parte Gesù tiene in braccio una bambina e ha intorno a se una schiera di bambini malati, senza capelli, fasciati, e sullo sfondo la centrale nel momento dell’esplosione. Dall’altra una cometa falcia un cielo rosso e un paesaggio brullo con un albero morto; la centrale distrutta in lontananza fa da sfondo a una folla di gente di cui non si vede neanche il volto, totalmente coperta con tuniche bianche di fronte agli eroi, ai pompieri, ai liquidatori, ai medici e alle infermiere con le maschere a gas, e sopra di loro l’ascensione. Sono distrutto. La carica emotiva dei dipinti è talmente potente che mi sembra di averla vissuta sulla mia pelle la catastrofe. Ci metto un po’ a riprendermi ed esco. Ritorno in centro, entro nella stazione dei bus, una sala buia e vuota con tutte le casse chiuse tranne una, e compro il biglietto per tornare a Černigov.

Pubblicato da Davide Pilloni

Davide Pilloni - studente classe 1999 di Lingue e Culture Moderne presso l'Università di Genova appassionato di Russia, Est-Europa e paesi post-sovietici in tutte le loro dimensioni artistiche e culturali.

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