Playoff NBA: gli infortuni influenzano le Finals

Dopo la presentazione, quasi un mese e mezzo fa, del quadro completo dei Playoff NBA, oggi torna l’appuntamento con la lega di pallacanestro più importante e famosa del mondo. Il format della fase finale del torneo da questa stagione è cambiato mediante l’introduzione di un paio di turni preliminari, pensati per arricchire d’emozioni un calendario già molto fitto e serrato ma che ha causato gravi problemi alle squadre giunte fino agli atti conclusivi di questi playoff.

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I play-in di fine maggio avevano regalato al tabellone due compagini che, per certi aspetti, si sarebbero potute anche candidare per la vittoria del Larry O’Brien Trophy. I Los Angeles Lakers e i Boston Celtics, infatti, dopo aver superato rispettivamente i Golden State Warriors e i Washington Wizards, si erano iscritte ai playoff in qualità di squadre storiche e quindi temute da tutte le altre partecipanti. Gli accoppiamenti con Phoenix Suns e Brooklyn Nets, tuttavia, ne hanno evidenziato i limiti. Anche a causa degli infortuni, infatti, sia i giallo-viola sia i bianco-verdi hanno dovuto abbandonare precocemente i propri sogni di gloria.

Eliminati dalla contesa ben 34 titoli NBA (17 per ciascuna delle due), la strada sembrava spianata per quelle franchigie che vedevano nei propri leader tecnici e carismatici le chiavi per poter raggiungere almeno le Finals del torneo. Ciononostante, numerosi imprevisti hanno presentato il conto alle squadre che già avevano superato il primo turno di playoff.

Poche pause, tante partite e parecchi infortuni

La crisi legata al Covid-19 ha grandemente influenzato l’ultima stagione NBA. Dopo il grande lockdown del 2020, i campionati avevano riaperto i propri battenti concentrando le gare in brevi periodi, intasando le routine degli sportivi. A causa di queste decisioni, i grandi campioni di questo sport, oggi, stanno accusando sempre più spesso gravi infortuni, dettati dal poco riposo e dai tanti minuti giocati durante gli ultimi dodici mesi.

A Luglio 2020, infatti, le squadre erano state rinchiuse nella cosiddetta “bolla”, situata a Orlando, e avevano seguito un programma di partite davvero unico e mai sperimentato prima. Evitati i contatti con l’esterno, i giocatori si erano dovuti isolare dal mondo, concentrandosi solo ed unicamente sul basket giocato e non riuscendo mai a ricaricare le proprie energie.

La stagione corrente, inoltre, ha dato ancor meno tregua alle “Star” della pallacanestro, che hanno dovuto disputare 72 partite di regular season, l’All Star Game e, in alcuni casi, anche il torneo dei play-in. Queste scelte inusuali e discutibili, in definitiva, hanno arrecato non pochi problemi ai giocatori. Purtroppo questi ultimi, in alcuni casi, han dovuto concludere anzitempo la propria annata.

Playoff influenzati dalle troppe partite: le star crollano sotto i colpi degli infortuni

Come anticipato, quasi tutte le squadre hanno dovuto contrastare almeno una situazione spigolosa. Al primo turno Lakers, Celtics e Nuggets hanno dovuto fare a meno di alcuni loro campioni. Su tutti: Anthony Davis, Kemba Walker, Jaylen Brown, Jamal Murray e Will Burton. Le prime due, anche a causa della forza della avversarie, hanno dovuto abbandonare le proprie ambizioni di successo.

Il taglio dei quarti di finale, poi, è stato superato agevolmente da sette squadre (76ers, Hawks, Bucks, Nets, Jazz, Nuggets e Suns), troppo superiori in qualità e numeri rispetto alle formazioni a loro opposte. I Los Angeles Clippers, gli ottavi, hanno vinto la propria serie ma hanno dovuto fronteggiare per ben sette incontri uno degli astri nascenti della Lega statunitense: Luka Doncic.

A partire dalle semifinali, ogni squadra ha patito almeno un infortunio. Inoltre, non è un caso che i guai fisici abbiano colpito i fuoriclasse: questi, infatti, sono i giocatori che sono stati più utilizzati e che, per ovvi motivi, hanno speso il maggior numero di energie.

Citando solo i “top-player” possiamo ritrovare in questa lunga lista: Chris Paul (poi rientrato), Donovan Mitchell, Mike Conley, Kawhi Leonard, Joel Embiid, James Harden, Kyrie Irving, Danny Green, Trae Young e Giannis Antetokounmpo. Inutile affermare che questo crollo fisico non sia un caso e che gli organizzatori dell’NBA debbano tenere conto di questi infortuni, quantomeno per programmare la stagione 2021-2022.

Dal gruppo degli scontenti emergono lottatori di vecchia data: Paul, Middleton e Lopez

Ecco quindi che, proprio a causa dell’assenza dei cosiddetti uomini-immagine, il “supporting cast” e le squadre composte da gruppi di ragazzi coesi e uniti si sono innalzati a veri e propri protagonisti delle gare successive. Atlanta Hawks, Milwaukee Bucks, Los Angeles Clippers e Phoenix Suns, infatti, grazie alla propria resilienza e alla forza di volontà, hanno conquistato le finali di Conference.

Ad oggi, le Finals NBA sono ancora orfane di un loro attore protagonista: la prima finalista, infatti, sarà Phoenix; la seconda, invece, verrà stabilita al termine delle sfide che vedono coinvolti Bucks e Hawks.

Una menzione d’onore è d’obbligo per tre ragazzi che, pur non essendo sempre posti sotto i riflettori riservati alle “Star”, stanno dimostrando di meritare grandissimi complimenti. I primi sono Khris Middleton e Brook Lopez: i due ragazzi di Milwaukee, infatti, stanno trascinando la propria squadra, anche dopo l’infortunio di Antetokounmpo.

L’ex-Detroit Pistons, nell’ultima gara, ha segnato 26 punti, tirando con il 50% dal campo; il lungo Lopez, invece, ne ha fatti registrare ben 33, con una media del 77,8%. La serie contro Gallinari e compagni è ancora tutta da giocare ma, già stanotte la serie potrebbe concludersi, se il classe ’91 e il classe ’88 dovessero elevare ancor più il proprio livello di gioco.

Il vero e proprio eroe di questi playoff, fino a ora, però, è stato Chris Paul. Soprannominato “The Point God” da numerosi addetti ai lavori, l’ex-Clippers mai aveva raggiunto le Finals NBA nell’arco della propria carriera. Dopo aver rispettato il protocollo anti-Covid, nella gara che ha chiuso la serie, il nativo di Winston-Salem ha realizzato ben 41 punti, ha fatto impazzire la difesa della propria ex-squadra e ha trascinato i suoi fino all’atto conclusivo del torneo. Ora, con l’aiuto di Devin Booker e di DeAndre Ayton, il playmaker statunitense proverà a mettersi al dito il famigerato anello, che coronerebbe una carriera magnifica e leggendaria.

Sebbene si siano sviluppate queste storie romantiche, è bene che la Lega e Adam Silver rivedano almeno le proprie priorità. Proseguire su questa strada, dopo due anni intensi e snervanti, potrebbe mettere in difficoltà il fisico di altri giocatori. Ormai, infatti, questi ultimi non possono più sostenere viaggi infiniti e partite dispendiose in un così breve arco temporale. Al termine di queste Finals, è giusto che si decida di tutelare maggiormente il benessere dei campioni NBA, affinché spettacolo, bellezza e divertimento possano andare di pari passo con la salute dei professionisti.

Pubblicato da Carlo Marziali

Mi sono diplomato al Liceo Classico "Arnaldo" di Brescia e sono uno studente di Medicina all'università "La Sapienza" di Roma. Sono un appassionato di sport di squadra ed amante del calcio. Mi entusiasmano molto anche le discipline olimpiche individuali. Amo raccontare le emozionanti storie degli atleti che gareggiano e che lottano per raggiungere il successo.

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