Nosci te ipsum: un Piano di Risorgimento Nazionale

L’attenzione degli italiani e dei media di informazione è concentrata, giustamente, sul PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) varato dal Governo Draghi. Pochi attenti osservatori hanno notato che i fondi concessi dall’Unione Europea sono ormai obsoleti, poichè stanziati per arginare i danni della prima ondata pandemica. In termini quantitativi, gli stimoli adottati dall’Unione Europea, sono nettamente inferiori rispetto a quelli stanziati dagli Stati Uniti; ciò rischia di far aumentare ulteriormente il divario che già sussiste. Come possiamo intervenire per arginarlo?

Una possibile soluzione sarebbe quella di sfruttare la caratura internazionale di Mario Draghi per iniziare una contrattazione con i partner europei che porti alla nascita degli Eurobond. Questa strada sarà sicuramente da intraprendere, ma difficilmente potrà rispondere in tempi brevi alle necessità del nostro Paese e potrebbe non essere attuata a causa del veto dei Paesi cosiddetti frugali.

La seconda soluzione è di riscoprire chi siamo come Nazione e di intraprendere un percorso di riforma istituzionale che possa liberare le energie positive che contraddistinguono l’Italia. Dobbiamo dismettere i panni dello Stato centralistico francese per adottare un modello più consono alle diversità (ricchezze) italiane. Solo un’autentica riforma federale potrà fondare compiutamente lo Stato italiano rendendo effettivamente compiuto il processo risorgimentale. Il Piano di Risorgimento Nazionale, che qui proporrò, ha come obiettivo quello di ridurre il divario tra Nord e Sud e al contempo di instaurare un meccanismo di responsabilizzazione territoriale nell’utilizzo dei fondi messi a disposizione. Con questa riforma si spera che l’Italia possa tornare a prendere come modello l’efficienza e la libertà della Svizzera, abbandonando le derive venezuelane (M5S) e argentine (FdI).

Il PRN (Piano di Risorgimento Nazionale) si fonda su due pilastri: l’attuazione di un’autentica riforma federale dell’ordinamento italiano e la creazione di un fondo di sviluppo per gli Stati del Mezzogiorno. Entrambi i pilastri dovranno essere attuati all’unisono per poter rendere efficiente l’attuazione del PRN. Nel corso dell’articolo non saranno descritte nel dettaglio le riforme, ma ne saranno definite le linee guida.

Per quanto riguarda la riforma federale, si propone di superare l’attuale ordinamento basato su 19 regioni e 2 provincie autonome, introducendo tre repubbliche: la Repubblica Cisalpina, la Repubblica Romana e la Repubblica delle Due Sicilie. Le tre repubbliche potranno poi decidere in autonomia se creare ulteriori suddivisioni territoriali al loro interno mantenendo le attuali regioni e province autonome. Per la definizione delle materie tra Federazione, Repubbliche ed enti locali si propone di prendere a modello la Confederazione Elvetica. Per l’attuazione della riforma istituzionale appena descritta, le Repubbliche dovranno avere il massimo grado di autonomia attualmente garantito alle regioni e alle province autonome. Inoltre, le Repubbliche dovranno avere piena autonomia fiscale.

Il superamento dell’attuale sistema regionale è necessario per far sì che le Repubbliche abbiano un peso tale da poter contrastare in maniera paritaria il potere accentratore della Federazione. Le Repubbliche, nella dimensione in cui vengono proposte, avranno anche sufficiente potere per poter contrattare in sede europea con gli enti territoriali degli altri stati membri. Inoltre, la Repubblica Federale Italiana dovrà incentivare e agevolare la nascita di accordi tra i vari enti territoriali europei.

Passando alla parte del fondo di sviluppo per le Repubbliche del Mezzogiorno, si propone che la Repubblica Cisalpina si indebiti sul mercato per la creazione di un fondo di 300 miliardi di euro. Si quantifica che annualmente il residuo fiscale delle Regioni del Nord si aggiri attorno ai 100 miliardi di euro. La proposta prevede quindi di stanziare in un anno una somma tre volte più importante rispetto al residuo fiscale annuo; l’entità della cifra è addirittura superiore a quella stanziata dal Recovery Fund europeo. La suddivisione dei fondi tra Repubblica Romana e Repubblica delle Due Sicilie avverrà in base a criteri oggettivi che agevoleranno la Repubblica che parte da una situazione di maggior arretratezza. Per i primi cinque anni post stanziamento del fondo, la Repubblica Cisalpina continuerà a finanziare il resto della Federazione mantenendo invariato il residuo fiscale, dal sesto anno in poi la Federazione dovrà tagliare il residuo fiscale della Repubblica Cisalpina di 10 miliardi annui fino ad arrivare alla definitiva cancellazione del residuo fiscale all’interno della Federazione. Le risorse che verranno risparmiate dalla restituzione del residuo fiscale verranno utilizzate dalla Repubblica Cisalpina per appianare il debito di 300 miliardi contratto con i mercati.

La Repubblica Romana e la Repubblica delle Due Sicilie avranno piena autonomia nell’utilizzo delle risorse stanziate dal fondo per lo sviluppo. L’utilizzo in maniera adeguata delle risorse viene incentivata dalla consapevolezza che progressivamente avverrà una riduzione dei fondi che annualmente vengono redistribuiti a livello federale.

Con questa riforma arriveremmo così ad avere una vera seconda repubblica che riesca finalmente ad appianare il divario tra Nord e Sud, rendendo compiuto il processo risorgimentale.

Pubblicato da Pietro Piccoli

Consulente aziendale presso multinazionale leader del settore tecnologico, nato a Brescia il 27 febbraio del 1990. Laureato in Economia e Politica Internazionale presso l'Università della Svizzera Italiana di Lugano e presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Coordinatore del gruppo cittadino della Lega Giovani di Brescia. Appassionato di politica, vela e calcio (tifoso del Brescia).

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