La politica artica della Federazione Russa

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L’immenso patrimonio naturale costituisce una delle ricchezze più grandi dello Stato russo. Non deve dunque sorprendere che, nell’era del cambiamento climatico, la Federazione Russa non stia ferma a guardare. Tuttavia, la Russia non si sta muovendo come tutti noi ci potremmo aspettare.

Il governo russo è uno dei pochi al mondo – tra quelli dei Paesi industrializzati più avanzati, grandi, ricchi e, quindi, inquinanti – ad avere preso seriamente atto del cambiamento climatico. La Russia, tuttavia, non ha interesse a fermare il processo di riscaldamento globale, percepito come ormai inevitabile, ma ha tutta l’intenzione di sfruttarne i vantaggi non appena questo si sarà a tutti gli effetti verificato.

La fascia climatica che spetta all’Italia si sposterebbe a Nord portando la Svezia a diventare leader nella produzione europea di vini. Le apocalittiche ipotesi di scioglimento dei ghiacci polari, di innalzamento del livello del mare fino od oltre il metro e di aumento della temperatura globale con la conseguente desertificazione dell’Europa meridionale (esistono moltissimi modelli, ci riferiamo qui a uno soltanto. Il futuro potrebbe essere molto diverso) sono tuttavia sinonimo di denaro e grandi opportunità di aumento dell’influenza politica e militare – e non solo – per un governo consapevole e senza troppi scrupoli.

Il Mar Glaciale Artico, per gran parte dell’anno (da novembre a giugno) coperto da uno spesso strato di ghiaccio a causa delle basse temperature che caratterizzano la zona polare, potrebbe presto liberarsi dall’impedimento glaciale. Ciò consentirebbe l’apertura di nuove rotte commerciali: le enormi navi mercantili dalla Cina potrebbero raggiungere i porti russi artici o addirittura l’Europa in un tempo molto inferiore, e quindi con un forte risparmio economico, rispetto a quello che è oggi necessario attraversando il Canale di Suez. Ad approfittarne sarebbe ovviamente la Federazione Russa, che con il Mare Glaciale Artico condivide 24.000 chilometri di coste. Un ambizioso piano di Vladimir Putin vuole portare la regione artica russa, per ovvie ragioni, fino a ora, sempre lontana dai grandi investimenti, nonostante abitata da circa due milioni di persone, a livelli di sviluppo inimmaginabili. La Russia punta tutto sull’apertura della cosiddetta Северный морской путь, (Severnyj morskoj put’) o Rotta del Mare Settentrionale, per indurre il traffico navale pesante a spostarsi dal Canale di Suez allo Stretto di Bering. Per questo la Russia investirà centinaia di miliardi di rubli (quasi dieci miliardi di euro) nello sviluppo delle infrastrutture dei piccoli – per ora – porti e centri abitati dell’Artico e nel potenziamento della già imponente flotta di rompighiaccio nucleari di competenza di Rosatom.

L’Artico è molto interessante per diverse altre ragioni, oltre alla possibilità di apertura del nuovo canale commerciale: secondo fonti autorevoli, sotto i ghiacci dell’Artico giacerebbero circa il 30% di tutto il gas naturale e il 15% di tutto il petrolio presenti sulla Terra. E il ghiaccio artico ha una data di scadenza: non la conosciamo con certezza ma sembra essere molto prossima.

La Russia sta dunque muovendosi, da diversi anni, nella direzione di essere riconosciuta come unica e legittima padrona dell’Artico. Sta tentando di raggiungere il proprio obiettivo seguendo due strade. La prima è quella militare. Sono ora attive decine di basi militari nell’Artico russo, aeroporti e porti, postazioni radar o missilistiche. Sono state ristrutturate e riportate alla completa operatività basi risalenti al periodo sovietico e ne sono state costruite di nuove. Ha recentemente suscitato l’interesse delle più varie testate giornalistiche internazionali il raggiungimento della piena efficienza della cosiddetta Base Trifoglio. L’installazione militare russa più a Nord, ufficialmente aperta nel 1947 e oggi completamente ristrutturata, è capace di ospitare 150 soldati. Le sono stati affiancati un nuovo aeroporto militare dal quale possono decollare tutti i tipi di aeroplani impiegati dalle forze armate russe – inclusi quindi i bombardieri nucleari –, depositi di carburante e vari magazzini, che consentirebbero alla base di sopravvivere fino a un anno senza necessità di alcun contatto con l’esterno. I russi effettuano esercitazioni militari sempre più imponenti nella zona artica per preparare le proprie forze aeree, navali e terrestri all’eventualità di un conflitto per stabilire la supremazia nella regione, di certo non improbabile viste le enormi possibilità economiche e le ricchezze naturali di cui parlavamo sopra.

La seconda strada, forse più subdola ma certamente meglio accettata dalla comunità internazionale, è quella del cosiddetto soft power. La Russia si presenta come la padrona dell’Artico agli occhi del mondo, ma ha bisogno che tutti credano, siano convinti di questo. Per fare ciò, la Russia investe nel turismo soprattutto verso la cittadina di Barentsburg sulle Isole Svalbard, ufficialmente soggette alla sovranità della Norvegia ma liberamente sfruttabili per scopi non militari. La Russia vuole trasformare un minuscolo paesello, la località abitata più a Nord del mondo, in una forte affermazione della propria identità come da sempre strettamente legata all’Artico, sin dal periodo degli zar e dei cosacchi. È un modo molto particolare e intelligente di stabilire influenza su un’area geografica.

In conclusione, possiamo dire che la Russia è in effetti l’unico Paese, tra i vicini dell’Artico, a essere pronto ad approfittare della situazione che si sta inesorabilmente creando a Nord. Sia attraverso l’impiego del soft power, sia in ambito meramente economico o militare, gli Stati Uniti d’America, il Canada, la Norvegia, la Danimarca, la Finlandia, la Svezia o l’Islanda non sembrano interessati a volere restare al passo con il gigante russo, il vantaggio del quale, già adesso molto importante, cresce sempre di più.

Pubblicato da Tommaso Bontempi, Direttore

Dottore in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali, nato a Brescia il 21 giugno del 1998. Diplomato presso il Liceo classico Cesare Arici, laureato all’Università degli Studi di Trento, ora studente magistrale a Venezia, Università Ca’ Foscari. Appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

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