Non è tutto oro quel che luccica

Ogni giorno milioni, se non miliardi di persone si alzano e, prima di uscire di casa, applicano dei cosmetici sul viso. Si coprono le occhiaie, si dà un tocco di colore alle guance e si cerca di rendere più fresco l’incarnato con prodotti luminosi. Questa immagine di serenità e bellezza stride, però, a confronto con la triste realtà che si cela dietro all’industria cosmetica e che ha un nome: mica.

Che cos’è la mica? La mica è un minerale della famiglia dei silicati complessi che ha la caratteristica di essere facilmente sfaldabile. Si presenta in lamine luminose e flessibili e, grazie a queste sue caratteristiche, è utilizzata nella cosmetica durante la produzione dei prodotti di make-up di uso quotidiano. Quando vediamo dei trucchi particolarmente luminosi, è proprio a causa della mica.

Sicuramente l’effetto di questi prodotti è molto bello, ma qual è il costo della bellezza? Durante il processo di produzione, come spesso avviene, non è molto chiara la provenienza delle materie prime, soprattutto se si tratta di minerali che devono essere estratti e trattati prima di essere inviati alle multinazionali i cui marchi vediamo solitamente nei negozi. La maggior parte della mica utilizzata per questa produzione proviene dall’India, in particolare dalle regioni orientali, più povere. Nonostante in India sia in vigore una legge che vieta lo sfruttamento minorile per l’estrazione del minerale, ci sono parecchie miniere illegali gestite dalla criminalità organizzata locale che reclutano bambini al di sotto dei 12 anni costringendoli a passare giornate intere all’interno delle cave, mettendoli a rischio di morire a causa dei frequenti crolli, dell’inalazione di sostanze nocive o delle punture degli scorpioni presenti sul territorio.

Purtroppo questa problematica è emersa solo negli ultimi anni, e ancora oggi le grandi aziende cosmetiche (come L’Oreal, Maybelline o Yves Saint Laurent) si rifiutano di rivelare da dove acquistino la mica, lasciando sottintendere che proviene proprio da quelle miniere illegali e dallo sfruttamento minorile.

Quali potrebbero essere le soluzioni? In passato ci sono state molte battaglie contro lo sfruttamento animale nella fase di test dei cosmetici. Queste battaglie hanno portato alla creazione di nuovi standard e di test artificiali; oggi sulle confezioni troviamo quasi sempre la scritta cruelty-free accompagnata dal simbolo di un coniglietto. Il consumatore, in questo modo, è consapevole dell’acquisto che sta per fare. Alcune case cosmetiche hanno iniziato a pubblicare nell’elenco dei prodotti un’etichetta che fa riferimento alla mica estratta in modo sostenibile, altre aziende (prima su tutte Lush) hanno deciso di utilizzare mica artificiale prodotta in laboratorio. Soluzioni efficaci, sì, ma che non includono i giganti del make-up e che non bastano per sconfiggere la piaga dello sfruttamento minorile.

Il ruolo dei consumatori, come sempre, è l’arma più efficace. Bisognerebbe ricordarsi che dietro alle grandi marche ci sono persone normali, come noi, e che è un nostro diritto chiedere informazioni sull’origine dei prodotti utilizzati, così come chiedere di rendere pubblico ciò che stanno facendo per eliminare il lavoro minorile. La prossima volta che dovete acquistare un prodotto di make-up, fateci caso e, se potete, scegliete i prodotti dietro cui siete sicuri non si celi sfruttamento minorile travestito da basso prezzo.

Pubblicato da Silvia Anselmi

Dottoressa in Scienze linguistiche per le relazioni internazionali. Attualmente studentessa magistrale di Relazioni internazionali comparate presso l'Università Ca' Foscari a Venezia. Nata a Varese il 17 luglio 1998. Appassionata di tutto ciò che si cela dietro alle relazioni interstatali e al mondo del diritto internazionale. I miei maggiori interessi sono i diritti umani e la protezione dell'ambiente.

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