Ritorno al passato

Il 5 marzo del 2020 l’allora Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina diede pubblico annuncio che Giuseppe Conte, all’epoca semplice premier e non ancora sex symbol, avrebbe entro sera firmato un DPCM che, “in via prudenziale”, avrebbe chiuso tutte le scuole e le università italiane fino alla data del 15 marzo. Va detto che in quei giorni, o almeno questo è ciò che mi sovviene alla memoria, si era tutto tranne che consci di essere di fronte a quello che sarebbe stato un cambiamento epocale non solo a livello storico, ma, più nello specifico, nell’ambiente universitario italiano.

Sì, perché è oltremodo evidente e sulla bocca di tutti coloro che mettono abitualmente piede (letteralmente o digitalmente) dentro ad un ateneo del Bel Paese che l’università pre-COVID e quella post-COVID sono due mondi i quali, nonostante le ovvie somiglianze (vedasi a tal proposito ciò che è recentemente successo all’Università degli Studi di Milano), sono profondamente diversi. E proprio a tal proposito molti fra studenti e docenti si domandano se alla fine di tutto ciò si tornerà effettivamente alla vecchia università che qualcuno rimpiange e di cui qualcun altro non sente per nulla la mancanza.

Questa grande rivoluzione, si badi bene, non è certamente stata causata dalla contingentazione dei posti nelle biblioteche (ormai più rari di un diamante rosa) o dal riammodernamento delle aule, bensì dalla dirompente digitalizzazione dell’università.

Non mi fraintenda il lettore: non che in precedenza non si facesse uso ti tali meraviglie del Duemila, ma va d’altronde ammesso che il loro uso in moltissimi casi non si spingeva oltre caricare le slides sulla pagina del corso e annunciare mediante essa il repentinissimo annullamento di una lezione.

Oggi, invece, dopo due anni di COVID, le cose sono cambiate, soprattutto dopo l’anno accademico 2020-2021. Se infatti fra l’inverno e la primavera del 2020 non vi era altra soluzione sia per i professori sia per gli studenti che fare lezione mediante videoregistrazioni o videochiamate, a partire da settembre in moltissime università italiane si è cominciato, seppur spesso per brevi periodi di tempo, a tenere lezioni in presenza contemporaneamente trasmesse o registrate online. Ed è stato proprio questo periodo duale, se così lo si vuole chiamare, quello in cui pare che tutto sia cambiato per tutti.

Sempre più studenti si sono man mano resi conto che svegliarsi a orari ben più che mattinieri per prendere un treno canonicamente in ritardo e sedersi esodati sul fondo dell’aula sotto una fitta foresta di cappotti gocciolanti poteva essere evitato semplicemente seguendo la lezione da casa, mettendosi comodi davanti al computer giusto un attimo prima del suo inizio. Altri hanno, invece, hanno pensato che forse non aveva poi così senso spendere una fortuna per vivere nel seminterrato del palazzone di una grande città quando per metà anno le sedi sarebbero rimaste chiuse per l’ennesimo lockdown. La soluzione dei più è stata così quella di seguire direttamente da casa, una decisione che, almeno pare, tanti stanno adottando anche in questo anno accademico.

Non bisogna, inoltre, dimenticarsi che la stessa professione dell’insegnante universitario è cambiata radicalmente e non sempre in peggio. In primis possiamo dire che il corpo docenti delle università italiane, volente o nolente, ha di certo migliorato la propria conoscenza delle nuove possibilità offerte dalla rete ai fini didattici, ma, d’altro canto, il registrare le lezioni non ha certo giovato a una didattica più diretta e alla loro liberta di espressione. Grande  novità  dell’anno passato è stato poi l’enorme numero di convegni e conferenze organizzate dagli atenei di tutto il mondo. I partecipanti e relatori di queste non hanno dovuto affrontare lunghi viaggi verso università lontane e prestigiose, ma, semplicemente, si sono collegati a un link riuscendo felicemente a portare a termine la presentazione dei loro risultati e a discutere, seppur con certe difficoltà tecniche, con i loro colleghi.

La domanda è dunque lecita: l’università italiana è cambiata per sempre o a partire da un momento imprecisato si tornerà tutti a fare lezione in presenza dimenticando per sempre Zoom e Microsoft Teams (funesto distruttore di computer)? Il mio modesto parere è che dopo questi due anni sarà estremamente difficile proporre un radicale ritorno al passato. Certo, qualche ateneo ci proverà, non c’è dubbio, ma è realistico ritenere che molti, anche e soprattutto al fine di attirare più iscritti, preferiranno tentare un approccio più moderato, con concessioni a studenti e a insegnanti.

Per ora lo stato di emergenza continua e dunque è impossibile capire quel che succederà una volta che tutte queste misure non saranno più indispensabili. Tutto ciò che si può fare è constatare che la flotta ha cambiato rotta; la cosa importante adesso è evitare che essa si sfaldi.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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