La lingua ritrovata

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Non è affatto raro che negli studi storici ci si imbatta in lingue delle quali si conosce per certo l’esistenza, ma delle quali, al di là di brevissimi testi o parole, non si possiede alcuna testimonianza. Esse sono definite lingue frammentarie (Restsprachen in tedesco) o meglio, come spesso giustamente si ricorda, lingue di frammentaria attestazione, essendo frammentaria non la lingua di per sé, ma solamente le testimonianze della stessa.

Vi sono vari esempi di Restprachen, ma, a titolo esemplificativo, ne forniremo due di area europea. La prima è la lingua gallica, quella parlata dalle popolazioni, in seguito romanizzate, che nell’antichità erano stanziate in un territorio che più o meno corrisponde all’attuale Francia. Ebbene, della lingua di Vercingetorige possediamo un numero veramente esiguo di testi, per nulla paragonabili per lunghezza e completezza al corpus di una lingua come il latino, e lo stesso si potrebbe dire dell’etrusco, parlata da una popolazione di cui molto conosciamo, ma della cui lingua, seppur testimoniata da più o meno 13.000 iscrizioni, siamo ben lontani dall’avere una conoscenza adeguata e completa.

Molto simile a questi casi, almeno fino agli anni ’90, era quello dell’albano caucasico, parlato dagli Albani, un’antica popolazione del Caucaso Meridionale, stanziata grossomodo nell’attuale Azerbaigian. Essi, prima di essere turchizzati e islamizzati all’inizio del secondo millennio, erano un popolo cristiano, con una propria Chiesa apostolica nazionale, esattamente come i vicini Armeni, parlanti una lingua facente parte della famiglia caucasica nord-orientale (la stessa del moderno ceceno).

In virtù dei numerosi rapporti che essi intrattennero con l’Armenia, avevamo da tempo numerose notizie in merito a essi e alla loro storia, ma le attestazioni dell’albano erano di un’esiguità estrema, nonostante la notizia che l’intera Bibbia fosse stata tradotta da un certo Vescovo Geremia. Essenzialmente esse si limitavano al manoscritto Matenadaran 7177 del XV secolo, contenente solamente l’alfabeto albano, e pochissime iscrizioni provenienti dal sito archeologico di Mingachevir.

La svolta si ebbe, dunque, nel 1996 quando il professor Zaza Aleksidze dell’Università statale di Tbilisi fece una sensazionale scoperta presso la biblioteca del Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai. Durante il Medioevo si era, infatti, soliti riciclare le costose pagine dei manoscritti di pergamena (fatti di pelle di capra o pecora) riscrivendoci sopra dopo aver raschiato via il testo precedente. Queste pagine cancellate sono note con il nome di palinsesti e attualmente è possibile leggere ciò che vi era originariamente scritto mediante l’uso di tecnologie specifiche in adeguati centri di ricerca. Quello che Aleksidze ebbe modo di scoprire fu, dunque, un palinsesto contenente un antico lezionario, databile fra il V e il VI secolo, scritto interamente in lingua albana. Ben presto vennero alla luce anche alcune pagine della traduzione del Vangelo di Giovanni, arricchendo ulteriormente il ritrovato corpus della lingua albana.

La comprensione dei testi ritrovati venne facilitata enormemente dalla conoscenza della lingua Udi, attualmente parlata da qualche migliaio di persone in pochi paesi dell’Azerbaigian, essendo essa l’evoluzione moderna dell’albano, tanto che talvolta ci si riferisce ad esso con il nome di Antico Udi.

In questo modo, dunque, l’albano è passato dall’essere una lingua di frammentaria attestazione a una di cui possiamo, a buon diritto, dire di avere una buona conoscenza, dato che essa, a questo punto, va ben oltre quelle poche iscrizioni che in passato ci permettevano di intravedere solo alcuni sprazzi di questo idioma che, alla fine, è riuscito in qualche modo a sopravvivere per arrivare fino a noi.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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