Desolazione armena

Ci trovavamo probabilmente nel posto più lurido di tutta l’Armenia, Metsamor.

La giornata era già iniziata nella miseria con una camminata sotto il diluvio verso la stazione. Il cielo era triste, i palazzi erano tristi, le persone erano tristi. La stazione dei bus era devastata. Vi entriamo per ripararci dall’acqua e cercare di capire dove prendere il mezzo che ci serve ma piove anche dentro. È mezza vuota e soprattutto buia. Niente di nuovo, però mi ricorda l’altrettanto buia stazione di Slavutyč o quella di Tiraspol, di quel penoso e squallido buio dei luoghi di provincia. Troviamo un taxi collettivo che va dove dobbiamo andare noi e ci saltiamo sopra. Un’ora dopo ci troviamo in mezzo al nulla alla ricerca di una delle centrali nucleari, a detta di molti, più pericolose al mondo, vuoi per la sua obsolescenza, vuoi per la sua posizione a ridosso della placca sismica. Fra pochi giorni ricorrerà il triste anniversario del terremoto dello Spitak.

Ma, se ci aspettavamo di vedere le opulente torri di raffreddamento sin dal nostro arrivo, la nebbia ce l’ha impedito. Forse erano lontane. Chiediamo a un taxista. Non capisce. Non sa cosa sia una centrale nucleare a quanto pare. Facendo finta di aver capito male ci porta solo in centro, in un posto che per altro non ha centro, ed esige i suoi 300 dram comunque. Per pena e per il giro sulla sua vecchia Lada glieli concedo senza fare storie. Chiediamo ad altra gente. Scopriamo, come già immaginavo, che ovviamente non ci si può avvicinare, nessuno ci porta. Così iniziamo a vagare per la città sotto a una leggera pioggerella, chissà se radioattiva, e a un cielo dannatamente sofferente. Passa una Lada rossa piena di cavoli che strabordano dal bagagliaio aperto. Inizio a parlare con il proprietario e documento questo strano modo di vendere le verdure da queste parti. Per riconoscenza alla sua disponibilità decido di comprarne anche uno. Me lo vuole regalare, non posso accettare però, è il suo lavoro. Tira fuori una bilancia lercia allora, me lo pesa, mi chiede venti centesimi e concludiamo l’affare. Fa freddo e il cavolo ghiacciato mi congela ancora di più le mani.

Ci sono quasi più farmacie che abitanti. Indice ovviamente che la gente a ridosso della centrale non se la passa bene. Le strade sono piene di fango. I palazzoni sono in un assurdo stato di degrado. Ci ronzano attorno branchi di cani randagi. A un certo punto, mentre teniamo d’occhio un blocco per infiltrarci ci passano davanti un’anziana con un bambino, entrano proprio lì, allora cogliamo l’occasione per chiederle di farci vedere l’edificio dall’interno. Sono disposto a regalarle in cavolo in cambio di una visita. E’ confusa, inizialmente forse anche maldisposta, ma ci guida per l’androne e ci porta nel suo appartamento. Le parlo in russo, mi risponde a gesti. Dentro c’è una ragazza che sembra essere sua figlia e madre del bambino.

Entriamo in un appartamento minuscolo e disordinato e ci viene offerto un caffè all’armena. Al muro sono appesi un pugnale e un corno tipici del Caucaso.

La signora anziana parla una lingua che non capisco e non sembra neanche armeno. A tratti non capisce nemmeno il russo, a tratti lo capisce. Non mi riesco a spiegare questa falla nel sistema dell’educazione sovietica, ma forse è solo anziana e ormai malata. Al muro, sopra di lei, come icone sacre tre foto di uomini in bianco e nero. Il marito e due figli, tutti e tre morti in guerra, ce lo spiega la figlia. Il nipotino intanto scorrazza allegro per la casa e gioca con la televisione, o meglio con il telecomando della televisione. Tagliamo la corda dopo un po’ perché la conversazione non riesce a procedere fluidamente e un po’ perché abbiamo fretta. Torniamo nel fango anche se continua a piovere. Mangiamo un lavash al volo. Le proprietarie della panetteria ci fanno avvicinare al forno e sbirciare la produzione, poi torniamo a camminare diretti verso la periferia, verso il centro sportivo ormai abbandonato.

Sulla strada sempre più carcasse di veicoli, garage e baracche. Non un’anima in giro. La strada sotto i nostri piedi è distrutta, come se bombardata. Affianco a noi scorrono le tubature esterne che incorniciano in piccoli quadretti la desolazione, facendone degli anti-idilli perfetti. Finalmente il complesso sportivo ci appare davanti. Un camion gira per la zona, lavora alla discarica probabilmente, lì affianco. La porta d’ingresso e aperta, siamo stupiti, sembra troppo facile. Entriamo, ma da lì invece non si riesce ad accedere a nient’altro, né alla piscina, né ai campi da pallacanestro, né agli spogliatoi. Mentre cerchiamo un modo per accedere ad almeno una delle sale, da una porta in un angolo buio dell’ingresso salta fuori un uomo.  Un armeno sui quarant’anni dalla pelle scura, gli occhi storti e le gambe convergenti a X ci raggiunge zoppicando e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa. Si capisce che non dovremmo essere lì. Una rapidissima analisi dell’uomo mi tranquillizza, qualora le cose dovessero degenerare è una persona su cui potrei avere la meglio fisicamente. L’uomo non sembra comunque essere cattivo o aggressivo. Gli diciamo che vogliamo solo visitare il complesso e gli chiediamo se è possibile. Alla richiesta si mostra spaesato e ci dice che chiede. Ma a chi? Tira fuori un telefono che ha almeno quindici anni e fa una rapida chiamata in armeno. Nel frattempo penso che il posto ha esattamente l’aria di essere un luogo in cui fare trapianti di organi o altre cose losche, e peraltro la fisionomia dell’uomo e le sue movenze sembrano confermare quest’impressione, visto che l’uomo stesso sembra aver appena subito un intervento ai reni.

Attacca la chiamata. Ovviamente ci dice che non si può e usciamo. Chissà cosa c’era dietro la porta da cui è venuto. Secchi di ghiaccio pieni di organi trafficati, chili di oppio iraniano? Chissà. Una volta fuori ci muoviamo lungo il perimetro della struttura fino ad arrivare sul lato opposto, che dà sulla campagna e sulla centrale nucleare, che nonostante sia a uno o due chilometri è ancora inghiottita dalla nebbia, e arriviamo a un’enorme piscina all’aperto ormai senz’acqua con una piattaforma rialzata. Dietro la campagna e la nebbia lo scheletro di una Lada abbandonata. Sul retro dei padiglioni, le cui entrate sono inchiodate con delle tavole, grazie alle vetrate enormi con qualche finestra sfondata riusciamo a scorgere l’interno, è proprio un peccato non poterci entrare. Torniamo verso il centro per metterci ad aspettare sull’arteria principale della pronvincia un mezzo che ci riporti a Yerevan. Dopo un’oretta di attesa riusciamo a salire su un taxi collettivo.

Pubblicato da Davide Pilloni

Davide Pilloni - studente classe 1999 di Lingue e Letterature Europee, Americane e Postcoloniali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia appassionato di Russia, Est-Europa e paesi post-sovietici in tutte le loro dimensioni artistiche e culturali.

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