L’Ucraina nei rapporti tra NATO e Russia

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Negli ultimi mesi abbiamo assistito – ancora una volta, ne avevamo già parlato a suo tempo – a una corposa mobilitazione di truppe e mezzi da parte della Federazione Russa verso le regioni di confine con l’Ucraina. È importante non dimenticare che alla periferia dell’Europa, da ormai quasi otto anni, imperversa un conflitto che ha avuto immense conseguenze sul sistema politico internazionale. La volontà di separatismo dei russi che vivono in Crimea e nel Donbass ha scatenato una serie di eventi difficile da fermare, sfruttando le proteste di piazza in favore dell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea come pretesto per entrare in azione: l’intervento militare russo, il referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale, l’annessione della penisola di Crimea alla Federazione Russa, la trasformazione della Russia in un paria internazionale. La situazione si è stabilizzata in una pseudo normalità in cui le parole e le promesse sono tra le armi più potenti impiegate. Le provocazioni sono continue e le imbarcazioni militari NATO e russe si infastidiscono a vicenda nel Mar Nero da mesi.

Il Governo ucraino di Vladimir Zelenskij teme che la Russia si stia preparando a un’invasione. Un eventuale conflitto tra la Russia e l’Ucraina senza interventi esterni avrebbe un ovvio vincitore. L’Ucraina si trova quindi in un limbo: è un partner strategico di grande valore per Washington sullo sfondo dei suoi rapporti con Mosca. Allo stesso tempo, tuttavia, i più grandi alleati dell’Ucraina non sono alleati neanche sulla carta. La NATO non è riuscita a fagocitare l’ex repubblica sovietica, e il sogno europeo si ferma a 50 chilometri a ovest di Leopoli.

L’Ucraina è una pedina, nessuno se ne interessa davvero. E questo non è sbagliato. Si tratta di uno dei tanti modi nei quali si può credere che funzionino le relazioni internazionali. Nelle idee della Casa Bianca si tratta di un’arma per minacciare e infastidire la Russia di Putin, sempre più ambiziosa nonostante l’arretratezza economica. La Russia non ha mai voluto accontentarsi dell’attuale status quo, interessata com’è a giocare seriamente il ruolo di potenza regionale, e, a causa di quella che sembra una mania del controllo, Washington non può permetterlo. Mosca, dall’altra parte, ha tutte le intenzioni di continuare a usare l’Ucraina per infastidire il rivale d’oltreoceano e, se possibile, per spingerlo a lasciarsi sfuggire qualche concessione. Kiev è una lama a doppio taglio perché può causare sia grandi guadagni sia grandi grattacapi a entrambe le Potenze in gioco.

Le continue provocazioni russe sottoforma di dimostrazioni di forza militare vicino al confine hanno spaventato il presidente Zelenskij, che inevitabilmente si è rivolto al presidente Biden. Il presidente Biden si è quindi trovato costretto a promettere vicinanza all’alleato ucraino, dicendosi pronto a intervenire nel caso di una – improbabile – invasione. Questo succede perché Biden deve mantenere viva l’idea che il poliziotto del mondo sia sempre pronto a riparare i torti subiti, perché gli alleati, quelli veri, continuino a fidarsi e a comportarsi bene sotto l’ala statunitense. Invadere l’Ucraina equivarrebbe per la Russia a un suicidio dal punto di vista internazionale. Qualunque obiettivo delle forze armate russe in Ucraina sarebbe facilmente e rapidamente raggiungibile, vista la disparità di forze tra i due attori. Tuttavia, qualunque il pretesto dell’invasione, le conseguenze per la Russia rischierebbero di essere insostenibili in un sistema internazionale ancora dominato dagli Stati Uniti d’America. Parliamo di problemi principalmente economici, dovuti alla quasi certa introduzione di nuove sanzioni internazionali, che potrebbero aumentare il disagio sociale nel Paese rafforzando i movimenti di protesta in crescita in questi anni e minare la stabilità dell’ordinamento politico dall’interno.

Provocare, minacciare e spaventare l’Ucraina fa parte della strategia russa, che sembra avere ben chiari i propri obiettivi. D’altro canto, Washington resta a guardare, promettendo vicinanza, empatia e thoughts and prayers, rafforzando nei russi la sicurezza in sé stessi e nei loro mezzi.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato da parte della Russia un documento che mira alla firma di un nuovo accordo di sicurezza con l’Alleanza Atlantica. La proposta è stata immediatamente rifiutata. In cambio della promessa di non allargare la NATO a est, ai Paesi che furono membri dell’Unione Sovietica, la Russia si impegnava a porre fine a ogni azione di minaccia all’integrità territoriale ucraina. Certo, i mezzi sono poco ortodossi, ma non dobbiamo dimenticare che la NATO, nata in chiave antisovietica, si è sempre più trasformata in un’organizzazione militare antirussa, e che anche la Russia ha tutto il diritto di temere i mezzi dello Stato più potente al mondo. Gli Stati Uniti d’America non si sono fatti alcuno scrupolo a invadere l’Iraq sulla base di prove fabbricate ad arte e contro le decisioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, più grande garante del sistema da essi stessi fondato ormai più di 70 anni fa. Questo tipo di avvenimenti aumenta nella Russia e negli avversari degli Stati Uniti il timore che un attacco non sia impossibile e li può indurre a procurarsi la propria sicurezza anche con mezzi poco tradizionali.

Occorre guardare la politica internazionale in modo distaccato e riconoscere che non esistono i buoni. Sono e saranno sempre tutti soltanto cattivi, egoisticamente interessati al proprio guadagno, alla propria crescita e alla propria sopravvivenza. Le alleanze militari e le organizzazioni internazionali di qualunque tipo sono mezzi perché ogni Stato possa raggiungere questi obiettivi esistenziali. Non dobbiamo fare l’errore di applicare le categorie di comportamento umane al comportamento degli Stati: non esiste moralità. È importante osservare gli eventi criticamente ed essere consapevoli che le nostre convinzioni e le nostre certezze, sulle quali non abbiamo quasi alcun controllo, sono fuorvianti. Esse sono plasmate dal modo in cui la Storia ci è stata insegnata a scuola, dal modo in cui le notizie sono scritte sui giornali o lette alla televisione o dai tweet dei profili più autorevoli che seguiamo.

Pubblicato da Tommaso Bontempi, Direttore

Dottore in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali, nato a Brescia il 21 giugno del 1998. Diplomato presso il Liceo classico Cesare Arici, laureato all’Università degli Studi di Trento, ora studente magistrale a Venezia, Università Ca’ Foscari. Appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

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