Calamus super tabulam est

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Uno dei grandi problemi che gli studenti di ogni epoca si sono ritrovati e si ritrovano, tuttora, ad affrontare durante il proprio percorso educativo è che assai spesso la lingua in cui il sapere è comunemente veicolato e insegnato non è la propria lingua madre. L’esempio più lampante ed evidente è proprio la lingua inglese, la quale è ormai da considerarsi più che indispensabile per accedere a un buon livello di istruzione superiore. Il suo dominio è oggi talmente incontrastato che in alcune discipline è relativamente più facile insegnare in inglese, piuttosto che nelle “lingue nazionali”: basti pensare al caso della medicina, in cui da anni si stanno riscontrando parecchie difficoltà nel tradurre i termini e le espressioni usati da una compatta comunità scientifica anglofona che, però, deve continuare a rapportarsi con dei pazienti spesso digiuni di lingua inglese.

L’inglese è solo l’ultima delle grandi lingue di cultura che hanno dominato il continente europeo: prima di essa sono venute il tedesco e il francese e, prima ancora, il latino, dominatore incontestato per secoli e secoli che non ha ancora ceduto tutti i suoi diritti a questi giovani contendenti.

Nel Medioevo, quindi, una buona istruzione doveva passare da una buona conoscenza del latino, cosa che spesso non era scontata: la stragrande maggioranza della popolazione non sapeva né leggere né scrivere e i laici o i religiosi che avevano a che fare con questa lingua avevano spesso una conoscenza più che traballante della stessa. I monasteri, tuttavia, erano, nella maggior parte dei casi, centri di eccellenza in cui, possiamo dire, il latino veniva maltrattato molto meno rispetto che in altri contesti.

Nello specifico, la regola benedettina era particolarmente severa con quei monaci che cadevano in errori di grammatica o di pronuncia non solo durante la recitazione delle preghiere quotidiane, ma anche durante tutto l’arco della giornata, nello svolgimento delle attività quotidiane. Si capisce, dunque, come vi fosse un’assoluta necessità di insegnare al più presto il miglior latino possibile a tutti quei giovani oblati che facevano il loro ingresso in monastero. All’epoca, praticamente tutte le grammatiche latine disponibili erano in latino, e dunque si rendeva necessaria la presenza di un magister preparato e con una conoscenza ottima della lingua per superare questa altrimenti insuperabile impasse.

Fra i testi didattici più interessanti a noi pervenuti vi è sicuramente il Colloquium Aelfrici, composto alla fine del X secolo da Aelfric di Eynsham (957 circa – 1010 circa) uno dei più importanti autori antico inglesi, noto soprattutto per la sua raccolta di Homiliae. Costui non fu solo predicatore, ma anche maestro degli oblati presso l’Abbazia di Cerne (nell’odierno Dorset). Lì, oltre a una grammatica e un glossario, egli compose anche il Colloquium, ovvero un lungo dialogo fra un magister e un gruppo di pueri: esso doveva essere imparato a memoria dagli studenti e ripetuto ad alta voce per applicare quello che si era imparato durante la parte teorica delle lezioni.

Il fatto, poi, che il latino dovesse essere utilizzato nella comunicazione di tutti i giorni da parte degli monaci, fece sì che i dialoghi redatti dalla fantasiosa mano di Aelfric non vertessero tanto sulla sfera religiosa e liturgica, quanto su attività quotidiane come la pesca, l’allevamento, l’agricoltura, la caccia, lasciando pur sempre spazio per alcune brevi riflessioni di carattere etico e religioso. In questo modo, come in un moderno libro di inglese, attraverso questi dialoghi si affinavano le proprie conoscenze della lingua fissando i vocaboli e apprendendo modelli sintattici da rielaborare, poi, in autonomia.

Pubblicato da Carlo Maria Pertica

CARLO MARIA PERTICA Studente magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, baccalaureato in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e diplomato presso il Liceo Classico Statale Arnaldo da Brescia.

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