Che cosa è successo in Kazakistan

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Del Kazakistan si è parlato molto in queste ultime settimane a causa delle violente proteste che sono esplose nel Paese a partire dallo scorso 2 gennaio. La causa scatenante delle proteste, che si sono originate nella città petrolifera occidentale di Žanaozen, è stato il raddoppio del prezzo del GPL, che alimenta la grande maggioranza dei veicoli nel Paese.

Il Kazakistan è un Paese centroasiatico. È la più estesa e la più ricca delle cinque ex-repubbliche socialiste sovietiche dell’Asia centrale: oltre al Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Con una superficie di circa 2,725 milioni di chilometri quadrati è il nono Stato più esteso al mondo, abitato però da solo poco più di 19 milioni di persone. Del Kazakistan si è parlato molto in queste ultime settimane a causa delle violente proteste che sono esplose nel Paese a partire dallo scorso 2 gennaio. La causa scatenante delle proteste, che si sono originate nella città petrolifera occidentale di Žanaozen, è stato il raddoppio del prezzo del GPL, che alimenta la grande maggioranza dei veicoli nel Paese.

Per capire il grave rischio che queste proteste e la destabilizzazione del Paese avrebbero potuto costituire, dobbiamo capire l’importanza del Kazakistan per il mondo. Il Paese è dotato di immense riserve di risorse naturali utili alla produzione di energia: in particolare carbone, petrolio e uranio. Non occorre certo spiegare l’importanza che le risorse naturali rivestono nella politica internazionale. Il Kazakistan è il primo estrattore di uranio: sul totale estratto nel mondo nell’anno 2020, il 41% proveniva dal Kazakistan. Il Paese centroasiatico è anche l’ottavo produttore mondiale di carbone e il dodicesimo di petrolio. A causa della sua posizione geografica, il Kazakistan è anche un importante crocevia commerciale: uno dei corridoi terrestri della Nuova Via della Seta, il grande progetto infrastrutturale promosso e finanziato dalla Repubblica Popolare Cinese, lo attraverserà andando a unire l’Europa e la Cina. Il Kazakistan riveste una tale importanza per la Belt and Road Initiative, che il Segretario del Partito Comunista Cinese Xi Jinping, nel 2013, annunciava il progetto non a Pechino ma ad Astana – come allora si chiamava la capitale del Kazakistan – dove si trovava in visita ufficiale.

Le proteste scoppiate nei primissimi giorni di gennaio rischiavano quindi di destabilizzare un Paese di importanza cruciale per l’economia mondiale. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, si sono rapidamente trasformate in violente e da meramente economiche e rivolte al rincaro del prezzo del carburante si sono trasformate in generalizzate contro la corruzione, le disuguaglianze e l’inflazione. Il Kazakistan, come diverse repubbliche ex-sovietiche, fatica a diventare uno Stato pienamente democratico. La stessa élite politica detiene il potere saldamente dal 1990, anno dell’indipendenza del paese. Da diversi anni ormai in Kazakistan cova un malcontento generale: le proteste, abbastanza frequenti, sono quindi tutt’altro che inaspettate. Quello che è certo però è che queste ultime manifestazioni sono state diverse da quelle del passato. La larga e rapida diffusione a tutto il Paese (da Žanaozen, nell’estremo occidente, le proteste si sono allargate a tutti gli angoli del Paese: ad Almaty, a Nur-Sultan, a Šimkent, a Uralsk) e la violenza dei manifestanti, alla quale hanno risposto la violenza e la brutalità delle forze di sicurezza, rendono questa crisi diversa da quelle passate. Secondo il Presidente della Repubblica, Kasym-Žomart Tokaiev, tra i manifestanti pacifici si sono infiltrati individui violenti intenzionati a destabilizzare il Paese, definiti “banditi e terroristi stranieri”.

Valutata la situazione, il Presidente ha quindi deciso di chiedere aiuto alla ODKB-CSTO. L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva è un’alleanza a carattere militare (Organizacija Dogovora Kollektivnoj Bezopasnosti, ODKB in russo, Collective Security Treaty Organisation, CSTO in inglese), in qualche modo simile alla NATO, che coinvolge, oltre allo stesso Kazakistan, la Federazione Russa, l’Armenia, la Bielorussia, il Kirghizistan e il Tagikistan. Il Presidente Tokaiev ha invocato l’aiuto dell’ODKB-CSTO sulla base all’articolo 4 del Trattato di Sicurezza Collettiva – che funziona allo stesso modo dell’Articolo 5 del patto Atlantico, del quale abbiamo già parlato – che impone ai membri dell’Organizzazione di considerare un attacco a uno di loro come un attacco all’Organizzazione e che consente di intervenire per ristabilire l’ordine, anche con mezzi militari.

[…] In caso di commissione di un’aggressione (attacco armato che minaccia la sicurezza, la stabilità, l’integrità territoriale e la sovranità) verso uno degli Stati membri, tutti gli altri Stati membri su richiesta di questo Stato membro forniranno immediatamente a quest’ultimo l’aiuto necessario, compreso aiuto di tipo militare, e forniranno sostegno con i mezzi a loro disposizione in conformità con il diritto alla difesa collettiva ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. […]

Art. 4, Trattato di Sicurezza Collettiva

L’ODKB-CSTO si è quindi attivata, decidendo per l’invio di forze di peacekeeping, come annunciato dal Presidente dell’Organizzazione e Primo Ministro della Repubblica di Armenia Nikol P‘ashinyan. Nonostante in passato l’ODKB-CSTO fosse già stata chiamata in causa da diversi Stati membri, non aveva mai deciso di intervenire. L’intervento dell’ODKB-CSTO sottolinea ancora una volta l’importanza del Kazakistan e la gravità di questa crisi. Dei 3600 uomini inviati dall’Organizzazione in Kazakistan la grande maggioranza proveniva dalla Russia, ma il contingente comprendeva soldati provenienti da tutti i Paesi membri. I militari ODKB-CSTO si sono limitati a pattugliare e a controllare obiettivi sensibili come palazzi del governo, aeroporti e strutture militari, senza restare coinvolti nei combattimenti che hanno invece visto le forze di sicurezza kazake reprimere con brutalità le proteste all’ordine del presidente di “sparare per uccidere”.

Nonostante le dichiarazioni del Segretario di Stato USA Anthony Blinken, secondo il quale “una volta che i russi sono in casa tua è difficile farli andare via”, le truppe ODKB-CSTO hanno cominciato il ritiro dal Kazakistan al termine del loro compito, circa una settimana dopo il loro arrivo.

Il bilancio delle proteste, ora che la situazione è tornata sotto controllo, è drammatico. L’intero governo kazako, che era stato licenziato dal Presidente a seguito dell’esplosione delle proteste, è stato sostituito da un nuovo gabinetto, comprendente però la gran parte dei ministri di quello vecchio. I morti sono centinaia, molti anche tra le forze di sicurezza kazake, i feriti e gli arresti diverse migliaia. Diversi palazzi del governo, in particolare ad Almaty, la più popolosa città del Paese, sono stati presi d’assalto e devastati.

In conclusione, l’unica vittoria che i manifestanti hanno ottenuto è stato l’abbassamento del prezzo del carburante ai livelli precedenti alla crisi. Come abbiamo già detto, poco o nulla è cambiato a Nur-Sultan, la capitale, e il nuovo Governo è quasi una fotocopia di quello vecchio. Fuori dal confini del Paese, invece, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ha mostrato per la prima volta di potere intervenire con efficienza, se a Mosca – sede del quartier generale dell’Organizzazione – dovessero giudicarlo opportuno.

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