Cina: il “Paese di mezzo” che ambisce a cambiare l’ordine mondiale – Parte 2

Dopo avere analizzato nella prima parte di questo articolo i punti di forza della Repubblica Popolare Cinese con riferimento alla sua capacità di cambiare l’attuale ordine mondiale, vediamone adesso le criticità.

La selezione della classe dirigente: la Cina è sempre stata, nel corso della Storia, all’avanguardia nella selezione della propria classe dirigente. Questo le ha permesso di prosperare e dominare per due millenni. Voltaire, già nel ‘700, invidiava al Paese di Mezzo l’utilizzo dei concorsi pubblici per la selezione della classe dirigente. Oltre a questa peculiarità storica, per fare carriera nel Partito Comunista Cinese i funzionari devono sottoporsi a una selezione molto meritocratica basata sui risultati conseguiti nell’amministrazione di enti di volta in volta più complessi. I dirigenti del PCC sono in generale laureati in prestigiose università nazionali o estere e hanno dimostrato il loro merito amministrando le provincie cinesi (alcune delle quali sono più popolose di Stati come l’Italia) o le municipalità più grandi. Questo sistema di selezione si inserisce però in un contesto autoritario, dove la trasparenza è inesistente a causa del controllo esercitato dal Governo su ogni organo di informazione. Quando il processo funziona correttamente, al vertice può essere selezionato un leader come Deng Xiaping, ma quando funziona male potrebbe essere selezionato un altro despota sanguinario come Mao Zedong. In aggiunta, c’è da considerare che, a differenza di quanto avviene nei sistemi democratici, dove selezioni scorrette della classe dirigente possono essere temperate grazie alla divisione dei poteri, in Cina non esistono i cosiddetti checks and balances e Xi Jinping è intervenuto limitando quei pochi che c’erano.

La propensione della popolazione a ragionare nel breve periodo: avendo passato delle vicissitudini politiche devastanti nel periodo di Mao Zedong, il cinese medio è orientato a fare scelte che lo mettano in sicurezza nel breve periodo non fidandosi eccessivamente di quanto possa accadere nel lungo. Questa propensione, unita a un sistema di welfare inadeguato agli standard occidentali, rende i cittadini cinesi vulnerabili alle criticità della terza età. In generale, si registra una propensione maggiore nei trading di breve periodo (settimanali) che contribuiscono in maniera notevole a erodere il patrimonio mobiliare dei cinesi. L’unica eccezione a questa tendenza è l’investimento nell’immobiliare, ma qui si apre un’ulteriore criticità della Cina.

Il settore immobiliare: questo settore economico vale il 29% del PIL dello Stato asiatico. Sicuramente questo è stato uno dei vettori che ha contribuito alla straordinaria crescita del Paese, ma questi risultati sono stati pompati da una mole ingente di debito che ha gonfiato le società immobiliari tra cui Evergrande. Il debito complessivo della società immobiliare ammonta a 300 miliardi (il 2% del PIL cinese). Nel 2021 Evergande ha iniziato ad andare in sofferenza e il Governo si è dovuto barcamenare tra la volontà di essere credibili nell’abbattere l’azzardo morale del settore e la necessità di salvare un colosso di rilevanza sistemica. Sembra che la strategia adottata dal governo sia quella di un fallimento controllato che salvaguardi il sistema, ma che punisca in maniera rilevante azionisti e obbligazionisti.

Un nuovo tipo di crescita: nei decenni di rinascita economica nazionale, il tasso di crescita del PIL del Dragone è stato imposto dagli obiettivi dettati dalla nomenclatura del PCC. Per centrare gli obiettivi si è quindi ricorso in maniera massiccia a quello che Mario Draghi definirebbe il “debito cattivo” e che viene definito da Xi Jinping come “crescita fittizia” contrapposta alla “crescita genuina”. A partire dagli anni 2000 il tasso di indebitamento della Nazione è cresciuto maggiormente del tasso di crescita del PIL, a dimostrazione del fatto che gli investimenti non sono stati sufficientemente produttivi. Per avere una “crescita genuina” il PCC dovrà abbandonare la pianificazione della crescita, lasciando che si attesti sui valori naturali. Inoltre, dovrà iniziare a puntare su una crescita interna dei consumi e non solo su quella orientata all’esportazione. L’aumento dei redditi interni potrà quindi sostituire il ricorso al debito per finanziare investimenti e consumi.

Il declino demografico: la politica di Mao del figlio unico è una delle magiori vulnerabilità per il sistema pensionistico cinese. Nonostante questa politica sia stata superata il declino demografico della Cina è in corso e nei prossimi anni ci sarà sempre meno forza lavoro attiva in grado di sostenere l’aumento della popolazione pensionata. Per mantenere in equilibrio il sistema, la produttività per ogni lavoratore dovrà aumentare in maniera tale da compensare la minore quantità di forza lavoro attiva.

Diseguaglianze: la stragrande maggioranza della popolazione vive e lavora nelle regioni costiere del Sudest. In quelle province si concentra anche la stragrande maggioranza della ricchezza e della produzione. Da una parte abbiamo una Cina moderna e sviluppata, dall’altra assistiamo a un Paese rurale e fortemente arretrato. Questa seconda Cina potenzialmente potrebbe presto divenire un serbatoio di malcontento se non verranno mantenuti gli attuali livelli di crescita del PIL. Inoltre, va tenuto in considerazione che i cittadini nativi delle province diverse da quelle in cui risiedono e lavorano vengono considerati a tutti gli effetti come degli immigrati. Per l’assistenza sanitaria, per l’istruzione e gli altri servizi sociali devono fare affidamento su quelli forniti dalla provincia di origine o sui servizi privati. Nel corso del tempo, questo potrebbe essere un’ulteriore sacca di malcontento nei confronti del regime. Per ridurre le diseguaglianza sarà necessario mantenere un elevato tasso di crescita e prevedere un aumento del welfare a beneficio dei cittadini delle province più povere.

L’accorciamento delle catene del valore: uno dei macrotrend globali scaturiti dalla pandemia, ma che in verità era già in atto da prima, è l’accorciamento delle catene del valore. Il modello di globalizzazione che vedeva la produzione delle componenti dall’altra parte del mondo e l’assemblaggio in loco è stato messo in crisi dall’avvento della Covid-19. Si inizia a parlare di catene del valore regionalizzate, dove le componenti verranno prodotte in Nazioni dove il costo del lavoro è leggermente più alto, ma che sono più vicine a dove viene assemblato. Questo nuovo paradigma permetterà alle imprese di ridurre i rischi di interruzione delle produzioni.

L’accerchiamento: l’accerchiamento cinese è dovuto principalmente alla rapida ascesa economica e militare e al revanscismo in atto nel Mar Cinese Meridionale. Lo status di principale minaccia all’ordine liberale ha portato gli Stati Uniti e i suoi alleati storici del Pacifico (Australia, Corea del Sud, Filippine, Giappone e Regno Unito) a intensificare la presenza nella regione per arginarne le mire espansionistiche. Agli alleati storici si sta aggiungendo l’India, che ha intensificato in vari campi la collaborazione con gli Stati Uniti, con l’aggiunta degli Stati minacciati nel Mar Cinese Meridionale (Vietnam, Brunei, Indonesia). A Nord si ritrova la Federazione Russa che non può essere considerata un alleato in quanto aspira alla creazione di un ordine tripolare e non bipolare.

Conclusione

Abbiamo visto i punti di forza e le criticità della Cina e le sue aspirazioni di sovvertire i valori dell’attuale ordine internazionale per plasmarne uno più congeniale ai propri interessi. Per l’Occidente è semplicistico tentare di utilizzare la strategia adottata contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Come sottolineato, l’economia del Dragone rappresenta già il 20% del PIL mondiale ed entro un decennio potrebbe superare quello degli Stati Uniti. Per questa ragione è impossibile replicare una cortina di ferro che separi completamente i blocchi in competizione. Non abbiamo la certezza dell’avvicendamento tra U.S. e Cina nel predominio economico, anche perchè le previsioni decennali si sono spesso rivelate fallaci, ma questo scenario è probabile.

Questa evenienza non deve portare l’Occidente ad azioni avventate che portino alla famosa trappola di Tucidide, dove la Potenza egemone dichiara guerra alla Potenza emergente per evitare il sorpasso. Con la Cina nemmeno gli Stati Uniti possono confrontarsi alla pari a causa della disparità nel numero di abitanti. Mentre, sommando le economie dei Paesi che si riconoscono nei valori occidentali non c’è e non ci potrà essere partita. All’interno di questo contesto sarà necessario un forte coordinamento tra le potenze liberaldemocratiche e azioni univoche nel contrastare gli eccessi del Paese di Mezzo. Soprattutto dal punto di vista economico si dovranno mantenere dei rapporti sempre più volti al reciproco vantaggio (non solo quello cinese) ed evitare di ostacolare la crescita. Il PCC, in caso di problemi economici, potrebbe orientare i problemi interni all’esterno intraprendendo azioni militari che possano mantenere altro il prestigio del Partito agli occhi della propria popolazione. Le micce per questa strategia sono molte: da Taiwan alle varie dispute territoriali. Sarà quindi importante mantenere un equilibrio in grado di evitare che si verifichi il peggio.

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