Racconto di un assedio

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Mark è un ragazzo di Aleppo che ho conosciuto perché si trova in Italia per studio. Parlandoci ho scoperto che lui in Siria c’era e c’è rimasto sempre, dai primi giorni del 2011, quando sono divampate le proteste e qui si parlava di Primavera araba, fino allo scorso anno. Abbiamo vissuto assieme per qualche settimana, gli ho chiesto se gli andasse di raccontarmi un po’ e ha accettato.

Lui è un bel ragazzone dalla carnagione mediterranea, con un ampio sorriso che gli spunta sotto la barba. Conosce bene sia l’italiano sia l’inglese e l’apparecchio acustico si intravede appena. Era ed è a favore del presidente Bashar Al-Asad. È stata una delle prime cose che mi ha detto e me lo ha ripetuto come preambolo la prima volta che ci siamo seduti a parlare. Si è concentrato molto sulla guerra: chi avesse ragione e chi torto, gli schieramenti e i mandanti, di chi fossero le colpe e i crimini peggiori. “Ma chi ha fatto peggio?”, mi ha chiesto retoricamente una volta. Non parlerò qui di chi ha fatto peggio. Non ne ho le capacità e la sua visione non è sufficiente per informare un’analisi della complessa vicenda siriana.

Quel che invece vorrei riportare è la quotidianità che Mark si è trovato a vivere tra il 2013 e il 2014. Aleppo, infatti, è stata uno dei teatri più violenti della guerra e in quel periodo la parte Ovest della città, quella in mano al regime e dove si trovava Mark, è stata accerchiata per circa un anno, vedendosi tagliata ogni linea di rifornimento.

A inizio 2013, quelli che lui ha sempre e solo chiamato “terroristi” sono entrati per la prima volta nella via in cui abita. Pochi giorni più tardi, durante il suo esame di maturità, una bomba è stata fatta esplodere nelle vicinanze del suo liceo. In quei primi giorni la confusione era tanta. Le famiglie del suo quartiere erano cristiane, e i cristiani non erano ben voluti dalle forze dei terroristi-ribelli. Per questo molte hanno immediatamente deciso di scappare verso il Libano. Anche la sua famiglia era tra queste.

Suo papà prima della guerra possedeva un grazioso negozio di mobili antichi immerso nel dedalo che è (era) il suq cittadino, il mercato arabo coperto più esteso al mondo, più grande di quello di Istanbul. Oltre a questo, nel 2005 lui e la moglie avevano deciso di creare un centro per bambini non udenti dove accoglierli, seguirli. Dopo che il negozio è stato dato alle fiamme, è per loro che la sera prima della partenza, quando già le valigie erano state chiuse, hanno deciso di non andare. La loro responsabilità nei confronti di quei bambini e delle loro famiglie era superiore ai rischi del rimanere.

Per un diciottenne come Mark quella scelta è stata difficilissima da buttare giù. Metà dei suoi amici stavano lasciando il Paese, e lui voleva partire. Ma ormai la decisione era presa e pochi giorni dopo la città venne chiusa.

Comincia così l’assedio. Mark mi ha spiegato che se i governativi potevano contare su armi pesanti e aviazione, i terroristi-ribelli usavano costantemente mortai e artiglieria più leggera. Difficile non rimanere bloccati in casa per la paura quando fuori c’è una pioggia che sconquassa palazzi, buca strade, conclude vite. Ma nonostante tutto, dopo giorni di limbo la vita deve continuare e continua.

Una delle prime necessità che ha spinto le persone a uscire è stata quella di cercare acqua, la cui fornitura era stata tagliata. Ci si adoperò per scavare dei pozzi in varie zone, dove si andava con boccioni e taniche, addizionando del disinfettante per renderla potabile, se necessario. Poi cominciò a scarseggiare il combustibile. Infatti non solo le riserve erano limitate, ma la domanda era aumentata perché il carburante serviva per alimentare i gruppi elettrogeni. L’elettricità era stata interrotta, e l’unica fonte veniva da questi motori che, pochi, avevano in casa. Lui ricorda questa esperienza con gioia. Nel suo palazzo la sua famiglia era l’unica a possedere un generatore. Così, in quella nuova e strana quotidianità, si andò a creare un appuntamento giornaliero. Per circa due ore al giorno gli inquilini degli altri appartamenti si trovavano tutti a casa loro. Si stava insieme, si parlava, portavano da cucinare, i bambini giocavano e si caricavano i telefoni. Due ore di elettricità significavano due ore di spensieratezza.

Qualcosa del genere avveniva anche al Diwan, un piccolo ristorante diventato luogo di riposo dove lui e gli altri ragazzi del quartiere andavano la sera per bere qualcosa di semplice, per caricare i telefoni, le torce, guardare la televisione e perdere tempo. A volte, quando la pioggia batteva, fermandosi la notte.

In effetti, tutto quel che vorrei raccontare è riassunto in questa breve lista di azioni. Nel dramma che diventa semplice cornice della vita di tutti. Il ristorante che trasforma il proprio significato perché i generi alimentari mancano, frutta e verdura praticamente non ci sono, la carne non esiste più. I telefoni inutili perché manca la copertura di rete che vengono tenuti carichi nonostante la penuria di elettricità per la speranza di una tacca di segnale. Le torce affiancano i telefoni, perché se manca la luna in cielo il fuoco dei bombardamenti non basta ad illuminare la strada per tornare a casa. La televisione che assume sulle proprie spalle la responsabilità di essere l’unico mezzo di informazione e fallisce quando la BBC o Al Jazeera suscitano lo scherno di Mark e dei suoi amici (a torto o ragione) perché riportano, in modo per loro palesemente falso, notizie di fatti ai quali hanno partecipato. E poi il perdere tempo. Mi ha colpito quando me lo ha detto. L’oziare dopo una giornata nella quale si è studiato per la sessione, si è andati a distribuire il pane arrivato con l’elicottero vendendolo a un prezzo simbolico per non intaccare l’onore, nonostante tutto, di chi chiede aiuto perché la guerra gli ha portato via la casa. La stessa casa tra le cui macerie si è aiutato a cercare i sopravvissuti quel pomeriggio. Arrivare a sera e stare in questo seminterrato che è (era) il ristorante, a perdere tempo.

Io ho ascoltato Mark, ho registrato tutto e l’ho ascoltato di nuovo. L’orrore della guerra alla fine è stato piegato da una quotidianità costantemente sull’orlo di finire. Dice che questo gli ha insegnato ad amare la vita, a capirla un po’ di più, a cogliere il valore degli attimi che si susseguono. Dice che è meglio la guerra della crisi economica che è arrivata dopo anche per colpa dell’embargo statunitense ed europeo al regime e dell’esplosione di Beirut. Dice che almeno una bomba ti uccide e basta, mentre se l’economia va male muori lentamente. Io lo ascolto, registro tutto e ascolto di nuovo.

Un commento

  1. […] Vogliamo essere una realtà dove il racconto di un viaggio verso una cittadina caucasica, l’intervista a un ragazzo che ha vissuto in una città assediata e il resoconto di un Gran Premio di Formula 1 possano stare l’uno accanto all’altro senza che a […]

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