I corvi di Lutherford – cap. 1

Capitolo I: La donna misteriosa

Una volta un mio amico mi disse: “Non scavare troppo nei bassifondi di questa città: potresti rimanerci impantanato.” Se lo portò via la Grande Guerra o la dissenteria. Non ricordo.

Il mio nome è Murray. Murray MacMahon. E devo proprio dire che quella volta non diedi per niente ascolto a questo consiglio.

Era una sera come tante altre: le ombre si allungavano su Boston, mentre un caldo afoso e ovattato saliva dalle strade arroventate dopo un breve acquazzone serale. Me ne stavo nel mio ufficio a riguardare i documenti del caso Chesterton, reclinato sullo schienale della vecchia sedia regalatami dal fu giudice Jackson. Quello era il ringraziamento per averlo aiutato a risolvere alcune questioni giù a New Haven, quando ancora potevo esercitare la professione di detective privato nel grande stato del Connecticut, giusto prima che la commissione facesse a brandelli la mia licenza per aver provato a indagare sul nipote di un senatore o qualcosa del genere. A mia discolpa posso dire che di questa infausta parentela seppi solo dopo che il pasticcio era bello che fatto e quindi non ebbi nemmeno tanti rimpianti quando dovetti trasferirmi sulle limacciose rive del Mystic.

Mi accesi una sigaretta, mentre le ultime gocce di whiskey cadevano nel bicchiere che mi aveva dato la forza di arrivare a quella tarda ora ancora con un briciolo di lucidità in testa.

All’improvviso sentii battere alla porta.

“Avanti!” mugugnai senza togliere la mano da sotto il mento.

Era la mia segretaria, la signora Kilne, madre di quattro figli giù a Marlborough Street, nonché moglie di un marito che, si diceva, amasse più la birra della sua famiglia. Non che fosse una segretaria eccezionale all’inizio, anzi, per poco non mi aveva fatto perdere le tracce del nipote di Joe Manopulita buttando via talune carte inviatemi da un mio informatore di Providence. Fortunatamente un paio di colpi ben assestati a quello spazzino poco collaborativo mi furono sufficienti a recuperare il malloppo, ormai sulla via della discarica comunale, e a risolvere brillantemente il caso. In ogni modo il tempo aveva fatto sì che la signora Kilne diventasse indispensabile nella gestione dell’agenzia, tanto che due anni prima di questi eventi ero stato costretto ad aumentarle la paga mensile di ben 4 centesimi pur di non farle lasciare il lavoro per stare dietro a quei discoli dei figli.

“Io vado.” disse con un’aria più che assonnata. “Si ricordi di spegnere la luce del pianerottolo quando torna a casa.”

Con il termine “casa” credo intendesse la tana che occupavo nella mansarda di quell’edificio, dove ben pochi esseri viventi dotati di timor di Dio avevano fatto la loro comparsa negli cinque ultimi anni. L’ultimo, senza dubbio, era stato mia madre, venuta in treno fino da Albany per farmi visita. Credo che quella fosse anche l’ultima volta che qualcuno aveva dato una pulita a quel posto. Forse mi sarebbe convenuto pagare qualcuno per dare una sistemata, prima di lasciarci le penne per una difterite fulminante; dopo tutto, con il crollo della borsa, un lavoro del genere lo si sarebbe potuto accordare anche per un quarto di cent, ma non ero certo il tipo che volesse spendere una tale somma per insaponare quei trenta piedi quadrati. A mantenermi in salute c’erano le mie Strike Rosse e il buon whisky candese di importazione. L’igiene era roba da gente dell’ospedale.

Mentre ero immerso in questi pensieri, miss Kilne, prima di chiudere la porta disse: “Ah, Murray. C’è una signora per lei fuori la porta. So che con Chesterton ha quasi chiuso, quindi non credo sia un problema per lei sentire che cosa le vorrà proporre.”

Socchiusi gli occhi, ben sapendo che con Chesterton c’era ancora molto da fare, e riportando la sedia in una posizione più consona dissi: “La faccia entrare”.

Mi diedi in fretta una sistemata alla cravatta e alla giacca, umida come la carena di un vecchio vascello di Nantucket. Poi lei entrò.

Non so se fosse l’afa serale o le sei bottiglie di acqua di Ontario che avevo consumato durante il giorno, ma intorno a lei vi era un aura tremolante e, in un certo modo, inquietante.

Sotto alla veletta si nascondeva un viso che dimostrava non più di trent’anni, mentre un corpo sinuoso e meandrico, che a tratti toglieva il respiro, si mal celava dentro allo stretto abito giallo pesca.

Capì subito che quella donna non avrebbe portato altro che guai, ma vicino ad essi, molto spesso, alberga il denaro, e quindi, mi alzai in piedi per salutarla come si deve.

“Buonasera madame.” mormorai mentre ella prendeva posto sulla vecchia sedia di vimini antistante la vecchia scrivania di mogano. “Posso offrirle da bere?”

Un attimo di silenzio permeò la stanza per secondi che parvero minuti.

“Bere è illegale.” Rispose all’improvviso una voce a tratti angelica, a tratti demarcata da una fermezza che assai raramente si vede nel gentil sesso. “Ma molte altre cose lo sono. Quindi non rifiuterò la sua offerta.”

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