La Haas si separa da Mazepin. Essere russi è un problema?

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La notizia era nell’aria da diversi giorni, ma nella giornata di sabato le indiscrezioni si sono trasformate in una vera e propria ufficialità: Nikita Mazepin, pilota russo della Haas, è stato appiedato dalla scuderia statunitense e non parteciperà al campionato mondiale di F1 che inizierà il prossimo 20 marzo in Bahrein. Al contempo la Haas ha rescisso anche il contratto di sponsorizzazione con l’azienda Uralkali – della quale il padre di Mazepin è azionista di maggioranza – che portava all’incirca 40 milioni di euro l’anno nelle casse del team diretto da Günther Steiner, pagando per di più l’intero ingaggio del pilota russo.

I motivi di queste separazioni, come si può facilmente immaginare, sono dovuti al conflitto in corso in Ucraina, con l’invasione del Paese da parte dell’esercito russo per ordine del presidente Vladimir Putin.

La Haas, con questa decisione, si è conformata al resto del mondo dello sport, che in gran parte ha optato per estromettere gli atleti russi dalle varie competizioni dopo l’inizio della guerra, nonostante la FIA nei giorni scorsi avesse stabilito di non voler intraprendere questa strada permettendo ai piloti russi e bielorussi di continuare a gareggiare, seppure con la bandiera neutrale.

Il principale motivo per cui la Haas ha rescisso il proprio contratto con Mazepin è però da ricercare nella figura del padre del pilota, Dmitrij Mazepin. Oltre a possedere quote di Uralkali, il papà di Nikita è infatti uno degli oligarchi più vicini a Putin e per questa ragione la presenza del figlio in Formula 1 era diventata ingombrante, così come il messaggio d’addio al paddock che l’ormai ex pilota della Haas ha pubblicato sui propri profili social dopo l’ufficialità del team.

Se l’essere russo in questo caso non sembra dunque essere stata la causa principale dell’esclusione dal Mondiale, in tanti altri sport la nazionalità russa è stata una discriminante fondamentale per vedere il proprio nome cancellato dalle competizioni. Esempio lampante di ciò è l’estromissione degli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi invernali di Pechino, uno degli eventi più importanti nello sport mondiale. Questa situazione deve quindi portare tutti noi a fare una profonda riflessione. È giusto squalificare gli sportivi russi solo a causa della loro nazionalità? Se l’esclusione delle Nazionali russe dei vari sport di squadra (così come le società di club) può avere un senso logico e una giustificazione economica, quale motivazione sussiste nel colpire gli atleti di sport individuali che non per forza appoggiano l’operato di Putin? I tennisti russi Andrej Rublev ed il nuovo numero uno al mondo Daniil Medvedev sono stati, ad esempio, tra i primi sportivi che pur rappresentando la Russia si sono schierati apertamente a favore della pace, prendendo le distanze dall’operato del loro Presidente. Stesso discorso per Roman Abramovič, patron del Chelsea, che è stato costretto a mettere in vendita il club londinese in seguito alle sanzioni subite dagli oligarchi russi, nonostante anch’egli abbia condannato fin dal primo momento la decisione di Putin, col quale peraltro era legato da un profondo legame d’amicizia prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Abramovič ha addirittura dichiarato che il ricavato della cessione del Chelsea verrà devoluto in beneficenza per aiutare le vittime ucraine.

Con queste sanzioni l’Occidente vuole sì isolare il Presidente della Federazione Russa, ma finisce con il colpire anche e soprattutto persone innocenti che non hanno alcuna responsabilità e che hanno già manifestato a più riprese la loro totale contrarietà alla guerra, proprio come fatto da buona parte del popolo russo, sceso nelle piazze delle grandi città per esprimere il proprio dissenso.

Il pericolo, sempre più reale, è dunque quello di creare – nello sport e non solo – una vera e propria discriminazione nei confronti di quei russi innocenti che sono a loro volta vittime delle decisioni prese da un solo uomo.

Se è vero che la Storia deve insegnare, allora è il caso che ognuno di noi faccia un ripasso prima che sia troppo tardi.

Lo sport, con la voce dei suoi protagonisti, può avere un ruolo importante per incidere in questa drammatica situazione. Si valuti attentamente quale sia il modo migliore per utilizzarlo invece che creare discriminazioni solo in base alla nazionalità.

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