Operazione militare speciale

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Il Presidente russo ha annunciato in diretta televisiva, nella notte del 24 di febbraio 2022, l’avvio di una “operazione militare speciale” in Ucraina. L’escalation seguiva il riconoscimento, da parte della Russia, dell’indipendenza delle due repubbliche popolari di Doneck e di Lugansk del 21 di febbraio.

A livello personale, faccio davvero fatica a parlare di quello che sta succedendo tra la Federazione Russa e l’Ucraina in queste settimane. A livello “professionale” – mi si faccia passare il termine – è forse ancora più difficile capire le motivazioni che stanno dietro l’operazione militare speciale alla quale tutto il mondo sta assistendo con così tanto interesse.

Sono innamorato della Russia da tanti anni, amo la sua cultura, la sua storia, la sua lingua e le sue contraddizioni. Prima che arrivasse il Covid a rovinare il mondo, volavo in Russia diverse volte all’anno. Ho vissuto a San Pietroburgo per quattro mesi nel 2019, sono stato così tante volte nella fredda, imponente e bellissima Mosca, ho visitato la grigia Tula e l’operosa Kaluga, le sponde del lago Ladoga e Jasnaja Poljana, la grande tenuta di Lev Tolstoj. Studio le relazioni internazionali da tanti anni. Studio la Russia da tanti anni. Nonostante questo, ero certo che un’operazione militare su larga scala in Ucraina non sarebbe stata portata avanti dal presidente Vladimir Putin.

Per le ragioni che ho spiegato sopra, la crisi russo-ucraina è per me oggi un argomento estremamente delicato da trattare. Tutti i nostri articoli sono pubblici, e visibili a chiunque. Non posso esimermi dal trattare la questione, ma, facendolo, preferisco seguire le “linee guida” redazionali stabilite dal Governo russo per evitare possibili ripercussioni in futuro.

Il Presidente russo ha annunciato in diretta televisiva, nella notte del 24 di febbraio 2022, l’avvio di una “operazione militare speciale” in Ucraina. L’escalation seguiva il riconoscimento, da parte della Russia, dell’indipendenza delle due repubbliche popolari di Doneck e di Lugansk del 21 di febbraio, che il resto della comunità internazionale (con pochissime eccezioni), continua a considerare parte dell’Ucraina. La regione del Donbass, che sostanzialmente coincide con queste due regioni ribelli ora indipendenti, è una spina nel fianco dell’Ucraina dal 2014. Ne avevamo già parlato, quindi non mi voglio dilungare. Quello che è importante tenere a mente è che la grande maggioranza della popolazione del Donbass è di etnia e di lingua russa. Le due Repubbliche popolari, dal momento della proclamazione unilaterale di indipendenza nel 2014, sono state teatro di una guerra tra le forze separatiste e le forze armate di Kiev, che ha causato almeno 14.000 morti, anche tra la popolazione civile.

Con il riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche del Donbass, Putin attraversava una seconda “linea rossa”: dopo la Crimea, annessa alla Federazione Russa nel 2014 tramite un referendum, il Presidente “staccava” un altro pezzo del territorio dell’Ucraina, uno Stato sovrano in Europa, pur non tenendolo ufficialmente per sé. A mio modo di vedere, tuttavia, il riconoscimento della Repubblica Popolare di Doneck e di quella di Lugansk si inserisce sulla falsa riga del riconoscimento del Kosovo nel 2008 da parte degli Stati Uniti e di tanti altri Paesi, inclusa l’Italia. Stesso copione: lo Stato territoriale – la Serbia o l’Ucraina – continua a considerare le regioni proclamatesi indipendenti come parte del proprio territorio, nonostante una o più Potenze straniere le riconoscano come sovrane.

Questa linea rossa attraversata da Putin il 21 di febbraio era quindi già un po’ sbiadita e si può accettare che, per proteggere la popolazione russa vessata dall’esercito ucraino, le forze armate russe siano intervenute su richiesta formale delle Repubbliche del Donbass: pare che davvero, come dichiarato dalle autorità russe, gli ucraini non si siano mai fatti problemi a sparare contro gli edifici residenziali o a bombardare gli ospedali o le scuole nel Donbass, allora come oggi, perpetrando quello che lo stesso presidente Putin ha voluto definire un “genocidio” contro i russi.

Una linea rosso sangue, invece, è stata attraversata dalla Russia con l’ingresso in territorio ucraino delle proprie forze armate. Nel discorso pronunciato il 24 febbraio, alle 5:51 del mattino ora di Mosca, il presidente Putin proclamava l’avvio dell’operazione militare speciale russa in territorio ucraino con l’obiettivo di demilitarizzare e denazificare l’Ucraina. Il primo riferimento da cogliere, qui, è alla NATO. La Russia da sempre considera l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord una minaccia di carattere esistenziale alla propria sicurezza. La richiesta russa all’Occidente di promettere che mai l’Ucraina avrebbe fatto ingresso nella NATO e le “orecchie da mercante” dell’interlocutore hanno fatto montare la tensione a un livello tale che non la si poteva più fermare. Per quanto invece riguarda l’obiettivo della denazificazione, bisogna prendere atto del fatto che in Ucraina operano gruppi politici e milizie dichiaratamente nazisti. Anche nelle proteste di piazza della nostra Italia sono comparsi simboli che richiamano alla figura di Stepan Bandera e al suo Esercito nazionale ucraino. Bandera fu un collaborazionista e criminale di guerra nazista ucraino, Eroe dell’Ucraina, che combatté l’Armata Rossa al fianco delle truppe di occupazione tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vorrei concludere con una riflessione sulle reazioni della comunità internazionale occidentale. L’operazione militare speciale è stata condannata dai leader degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che hanno imposto dure sanzioni all’economia della Federazione Russa, considerate “illegali” dal Governo di Mosca. Le sanzioni sono unilaterali per natura, e, insieme all’invio di armamenti, sono la reazione più forte che si possono permettere Paesi che non vogliono restare coinvolti in un conflitto militare.

Ciò che però io intendo criticare è la discriminazione dei russi e il rifiuto della loro cultura. Il gigante Meta, padrone, tra le altre cose, di Facebook e Instagram, ora permette le minacce di morte rivolte ai militari russi o ai Presidenti di Bielorussia e Russia, in un “aggiornamento” della sua politica di incitamento all’odio. Facebook permette, nel 2022, l’espressione – per quanto in una forma particolare – dell’odio razziale. Si rincorrono, in questi giorni, le notizie di università italiane che decidono di interrompere le proprie relazioni di scambio con gli atenei russi o di cancellare corsi accademici su autori russi morti da quasi 150 anni “per non creare polemiche”. L’università dovrebbe favorire, tra le altre cose, la formazione del pensiero critico e facilitare l’incontro tra i popoli, non perseguire l’annichilimento delle culture per seguire il pensiero dominante. Se le istituzioni accademiche seguono questa strada, il fatto che si verifichino episodi di violenza contro i russi in quanto tali non suscita quasi sorpresa.

Cerchiamo di distinguere le azioni di un popolo da quelle del suo Presidente.

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