Pavidi e trepidi

A preambolo generale vorrei dire che la nostra testata vanta la presenza di vari e disparati opinionisti sportivi alla cui ferrata esperienza io rimetto il giudizio finale sugli eventi verificatisi giovedì sera. Nonostante ciò, mi conceda il lettore, nelle immediate vicinanze dell’evento, e quindi in un punto in cui l’emotività regna tronfia dal suo alto scranno, di lasciarmi scrivere alcune mie impressioni al riguardo, giacché oltre queste contrade non credo che saprei condurre il mio giudizio senza il ludibrio dei passanti e poiché è proprio in esse che si stampa indelebile il primo sentore, che potrebbe anche essere quello corretto, di ciò che è successo.

Che fu? Campioni d’Europa a luglio, da settembre in poi avrebbe fatto meglio in Europa il Cavenago Fanfulla (qui citato solamente per il buffo suono del nome).

Il dubbio che assilla la mente è uno solo: Ventura aveva materiale “bacato” già cinque anni fa? Ventura, l’uomo che rubò i Mondiali. Ventura il Grinch.  Fu lui la causa di quel che accadde nel 2017 o ne fu solo il sintomo? Da quella sera le certezze di quello che pareva un ormai lontano passato hanno cominciato a traballare pericolosamente.

Dopo la Svezia caddero teste a non finire. Si parlò di ricostruzione, si parlò di giovanili, si disse che era il sistema che non funzionava, che bisognava guardare a Inghilterra e Germania per migliorare. Il copione mi è parso ripetersi poco dissimilmente e molto più mestamente dopo il fischio finale al Barbera di Palermo.

La verità è questa, ci hanno buttato fuori come carta straccia in una partita che dà il voltastomaco solo a ripensarci e anche questa volta faremo da sparring partner a chiunque vorrà degnarci di questo invito.

Il mistero, fitto nella sua aracnea tela, potrebbe, forse, così spiegarsi. Io credo di aver intravisto, nel gioco, nell’ultimo passaggio, nei tiri, un convitato di pietra, che duro e temibile si ergeva alle spalle degli Azzurri e a cui tutti, vecchi e giovani, continuavano a tenere lo sguardo fisso. Esso era la paura, la paura e il dubbio che questa squadra non sarebbe andata ai Mondiali. Era lo stesso spettro fattosi reale nel 2017, dopo mesi di spacconaggine e menefreghismo in cui tutti quanti, dal primo all’ultimo, avevamo strombazzato ai quattro venti che “Tranquilli raga, a Russia 2018 ci andiamo 100%.”, quando nei gironi di qualificazione avevamo fatto più pena che punti.

Esso è ritornato o, meglio, non se ne è mai andato. Non è un caso che l’estate scorsa, agli Europei, la nostra Nazionale abbia giocato con una certa svagatezza e divertimento. Ed è proprio questo il punto: abbiamo potuto vincere perché il fantasma di San Siro ci aveva dato le spalle per un attimo nel mezzo di quell’estate spensierata, ma non appena abbiamo calcato di nuovo i campi di calcio, a settembre, lui è tornato e da lì non ci ha più mollato. Ha trasformato Jorginho nel più infimo dei rigoristi, mentre il resto della squadra regrediva a un livello che non si vedeva dall’ultimo Italia-Israele a Reggio Emilia vinta con un immondo gol di Immobile.

Lui c’era durante Italia-Irlanda del Nord, partita in cui dovevamo fare almeno un 2-0 e in cui abbiamo giochicchiato indecisi per 90 minuti filati e lui c’era giovedì sera. Perché mai Berardi ha fatto quello che ha fatto, in quel momento della partita? La paura e il dubbio gli hanno offuscato la vista e a occhi chiusi, si sa, si può sbagliare anche a porta vuota. Non credo che la questione sia che chi è stato schierato non se lo meritava; non ci sarebbe stato giocatore italiano immune a tutto ciò.

E così, fra un passaggio al compagno marcato da due uomini mentre sei da solo davanti al portiere, quattro retropassaggi al posto di uno scatto in profondità e dopo una sfilza indecorosa di calci d’angolo dei quali il cui primo ha dato il “la” a tutti gli altri, siamo arrivati al novantesimo, dopo aver provato in tutti in modi a rompere una schiera di demoni che zoroastrianamente si era dispiegata nella nostra mente. Lì la forza del destino ha dato il colpo di mano che questa nazionale aveva temuto e il cui terrore aveva atterrito all’inverosimile.

Quando è partito il tiro di Trajkovski, non so voi, ma io sapevo già dove sarebbe andato a finire: proprio lì dove una sibillina e impronunciata profezia che Mancini e compagnia avevano provato in ogni modo a evitare aveva predetto. Chi ha guardato la partita da quel momento in poi ha il mio più assoluto e incondizionato rispetto.

Non saprei veramente dire se le cose potranno migliorare. Abbiamo retto male la pressione di una mancata qualificazione ai Mondiali, come reggeremo quella di due? È troppo presto per fare il callo all’assenza dell’Italia dal Campionato del Mondo e, quindi, giocare senza pressione.

Mi si lasci solo dire che questa volta i discorsi da boomer sulla riforma del calcio italiano potremmo anche metterli da parte. Credo che di giovani rampanti ce ne fossero più che a sufficienza nelle nostre file. Non conta l’età, la Svezia del 2017 non se ne andrà finché non saremo noi a volerlo; solo allora forse, mirabile visione, potremo con gli occhi lucidi e parimenti increduli vedere un esterno puntare l’uomo e scattare sulla fascia nel momento decisivo. Fino ad allora ci dovremo accontentare del solito schema: terzino-ala-terzino-il terzino alza la testa-vede tre persone scattare-palla al centrale.

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