Sallustio e la decadenza di Roma

L’intera opera sallustiana è in sostanza una storiografia della crisi che ha colpito la repubblica romana. Le due monografie, sostanzialmente un’invenzione dell’autore, servono a mettere a fuoco due episodi specifici che mettano chiaramente in mostra la riflessione generale dell’autore sulla degenerazione dello Stato.

Gaio Sallustio Crispo, non appena entra in politica da homo novus, si lega alla fazione dei Populares. Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo si schiera con il primo. Nominato dal dittatore in persona governatore della provincia di Africa Nova e accusato di malgoverno si ritira a vita privata e si dedica alla storiografia, che intende come un prosieguo della sua attività politica contro la mentalità romana dell’epoca che invece considerava l’otium una occupazione di scarsa importanza.

E l’autore è passato alla storia non per la sua attività da uomo di Stato ma proprio per le sue due monografie storiche “La Congiura di Catilina” e “La Guerra Giugurtina”, anche se la storiografia resta per Sallustio strettamente legata alla politica. Egli giustifica il suo ritiro a vita privata come motivato dalla crisi che aveva corrotto le istituzioni e la società romana a causa dell’avidità di ricchezza e di potere del ceto dirigente, anche se questo non è in linea con quanto sappiamo della sua vita. Infatti risulta che lui stesso sia stato dapprima espulso dal senato nel 50 a.C. per indegnità morale, e poi anni dopo accusato di rapacità da governatore in Africa.

L’intera opera sallustiana è in sostanza una storiografia della crisi che ha colpito la repubblica romana. Le due monografie, sostanzialmente un’invenzione dell’autore di Amiternum, servono a mettere a fuoco due episodi specifici che mettano chiaramente in mostra la riflessione generale dell’autore sulla degenerazione dello Stato. Il “Bellum Catilinae” si concentra sul punto più evidente di questa crisi con il pericolo sovversivo della guerra civile. Il “Bellum Iugurthinum”, invece, attacca la nobiltà corrotta e la accusa di essere incapace di salvare lo Stato, risanato soltanto dall’intervento miracoloso di un personaggio straordinario come Gaio Mario.

La congiura di Catilina repressa nel 63 a.C. dall’allora console Cicerone aveva fatto intravedere il pericolo della coalizione di un blocco sociale avverso all’aristocrazia senatoria composto di masse proletarie, schiavi e nobiltà decaduta. Sallustio vedeva in questo episodio un sintomo di una crisi molto più grande che affliggeva Roma, ovvero il deterioramento della moralità romana nato con la distruzione di Cartagine nella Terza guerra punica che aveva fatto cessare di esistere quel metus hostilis, cioè paura del nemico, che fino ad allora aveva tenuto saldamente compatta la società romana. Questa degenerazione arriva secondo l’autore al punto più alto con l’orrore della proscrizioni sillane e con la guerra civile fra Cesare e Pompeo, contraddistinta da un lato da demagoghi che aizzavano l’emotività della plebe per soddisfare le proprie ambizioni e dall’altro da aristocratici che combattevano soltanto per mantenere i propri privilegi di ceto e non per il bene della res publica come gli antenati. Una condanna che quindi coinvolge allo stesso modo entrambi gli schieramenti.

C’è un nesso tra questi due problemi presenti nella società romana. Per Sallustio infatti la conflittualità diffusa tra le factiones avrebbe dovuto essere superata per ristabilire l’ordine e per mettere definitivamente al riparo i ceti possidenti dal pericolo di sovversione sociale. Coerente con questo pensiero è la speranza che l’autore ripone allora in Giulio Cesare, che si auspicava che riuscisse a instaurare un regime autoritario che ponesse fine alla crisi rinsaldando la concordia nel ceto dirigente restituendo prestigio alle istituzioni. La preoccupazione per l’ordine e la legalità era fondamentale per Sallustio che non esita a mettere questi temi in bocca ai personaggi di cui tratteggia le gesta e i discorsi nelle sue opere, come Cesare stesso.

Ma la morte dell’autore nel 34 a.C. non gli consentirà di osservare gli sconvolgimenti e le trasformazioni profonde che colpiranno la società e le istituzioni romane con la vittoria ad Azio di Ottaviano che, non inconsapevolmente, avrà il preciso obiettivo politico di rinsaldare la società romana dopo un secolo di guerre civili proprio sul modello di quanto elaborato tempo prima da Sallustio per far rinascere la potenza di Roma e farle dominare la storia per altri cinque secoli.

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