I corvi di Lutherford – cap. 2

Capitolo II: Una proposta allettante

“Quanti anni aveva suo padre?” chiesi. “Quarantaquattro”. Pensai che a quell’età si è praticamente già con un piede nella fossa e l’altro su una buccia di banana, ma il fatto che ci fossero i Martense di mezzo, mi spinse a continuare la conversazione.

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Detti un fiato, dopo aver pensato per pochi attimi di avere a che fare con una di quelle disgraziate che volevano mantenere la città asciutta come lo stramaledetto Deserto dello Utah.

Stavo versando il prezioso nettare in un bicchiere pulito, preparato dalla signora Kilne vicino al piccolo bar che nascondevo dietro all’archivio, quando lei, dopo aver acceso una sigaretta su un lungo bocchino d’avorio, continuò dicendo: “Anche l’omicidio è illegale.”

Deglutii prima di girarmi verso di lei per porgerle il bicchiere e, dopo essermi risistemato al mio posto, le dissi: “Per questi affari credo che la polizia sia ancora sulla piazza.”

“Ah, lasci perdere.” replicò bevendo avidamente il whisky “Quegli incompetenti non capiscono nulla.”

“Magari qui in città può anche darsi che siano in grado di combinare qualcosa, ma lassù” disse indicando da qualche parte verso nord “lassù non saprebbero riconoscere un omicidio nemmeno se lo si commettesse di fronte all’ufficio dello sceriffo.”

In quel momento fui preso da una certa qual disgraziata curiosità di sapere di che cosa stesse parlando. Così le dissi, mentre mi accendevo una Strike: “Prego signora…? Mi dica cosa è accaduto e forse… potrò darle una mano.”

“Ecco…” disse lei con voce tremolante, abbandonando, a prima vista, la sicurezza con cui era entrata in quell’ufficio “il mio nome è Hellen, Hellen Martense. E deve sapere che mio padre, Oliver Martense, è morto da poco… Nella nostra tenuta di Urk, nel Maine.”

Martense… quel nome non mi era nuovo. Da qualche parte dovevo averlo pur sentito.

“L’hanno trovato nel soggiorno, riverso sul tappeto. Morto di infarto dicono.”

Mentre la povera ragazza, chiaramente provata da quel macabro racconto, riprendeva fiato mi sovvenne chi era Oliver Martense. Ma certo! Il vecchio Martense: ultimo di una antica famiglia di ricchissimi olandesi stabilitisi nel Massachusetts quando ancora si processavano le fattucchiere… aveva fatto fortuna nell’industria mineraria guatemalteca impiegando i bambini al posto dei soliti lavoranti sottopagati con cui, si diceva, non facesse economia di busse e legnate alla bisogna.

“Ma io le giuro, signor MacMahon, le assicuro che mio padre non era certo un uomo debole di cuore, anzi, era in perfetta salute e lo dimostra la visita medica che aveva compiuto all’inizio del mese presso la clinica della Miskatonic University. C’è qualcosa di losco mi deve credere. Questo non è certo un caso da derubricare come una morte naturale. C’è qualcuno dietro a tutto ciò.”

“Quanti anni aveva suo padre?” chiesi.

“Quarantaquattro”.

Pensai che a quell’età si è praticamente già con un piede nella fossa e l’altro su una buccia di banana, ma il fatto che ci fossero i Martense di mezzo, mi spinse a continuare la conversazione.

“E quando sarebbe accaduto il fatto?”

“Sei giorni fa. Domenica notte.”

“Non vi era qualcuno in casa con lui?”

“No, era lì da solo quel fine settimana e i domestici, in ogni caso, vanno sempre via dopo le sette di sera.”

Fissai per un attimo l’orologio. Mancavano quattro minuti alle dieci.

“E secondo lei sarebbe dunque omicidio. Che cosa glielo fa pensare, oltre al fatto che suo padre era in perfetta, a suo parere, salute?”

Ella, con una certa qual aria stizzita, mi rispose: “Non è un mio parere, così ha stabilito il dottor Mortimer. E poi oltre a questo c’è ovviamente la storia della porta sul retro.”

“In che senso?”

“Mio padre mai si sarebbe dimenticato di chiuderla prima di andare a dormire, eppure, quando i domestici la mattina seguente non sono riusciti a entrare da quella principale, sono passati da quella sul retro, che come le ho già detto era aperta. E nessun’altro le dico, nessun’altro era in possesso della chiave se non mio padre. Nemmeno Doris, che è a servizio a Urk da più di trent’anni ha mai avuto quelle chiavi.”

Il vecchio avrebbe potuto benissimo tirare le cuoia prima di chiuderla, pensai, ma, in ogni modo, preferì non puntare troppo verso questa ipotesi, giacché un lavoro è pur sempre un lavoro.

“Vi sarebbe, dunque, a suo parere un qualche valido motivo per cui suo padre possa essere stato ucciso?” dissi, immaginando che il danaro aveva buone possibilità di candidarsi a primo e unico muovente.

La signorina Martense parve, all’improvviso, cambiare espressione e con fare a tratti impacciato sentenziò: “Non saprei ben dire, ma… sa com’è… l’eredità…”

“Quindi lei non ha nessun sospetto…”

“Non ancora…” rispose frettolosamente “Accetta, dunque, il caso?”

La storia puzzava di marcio. Il vecchio Martense poteva benissimo essere morto di cause naturali e sua figlia, forse non così felice di come il padre aveva aggiustato l’eredità, sperava in qualche modo di mandare, con il mio aiuto, in gattabuia qualcuno che aveva ricevuto una fetta più grande della torta. Eppure… eppure i soldi mi servivano: il whiskey e le sigarette non si pagavano di certo da sole, soprattutto di questi tempi disgraziati.

“Credo che non vi siano problemi al proposito” risposi “tuttavia, non è che potrebbe spiegarmi meglio…”

Ella troncò bruscamente la mia frase: “Mi scusi signor McMahon, ma ora devo proprio andare. Mandi pure il conto alla mia camera d’albergo: numero 1632 presso il Grand Hotel Chesterton.”

Mentre frettolosamente appuntavo l’informazione su un foglio provai a riprendere per capire almeno quale fosse la situazione della famiglia: “Ma è proprio sicura di non potersi fermare un altro poco…”

“Addio” disse lei e infilata la porta sparì accompagnata da uno scalpiccio lungo il corridoio.

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