Gli ultimi degli Itelmeni

A cura di Tommaso Bontempi e Carlo Maria Pertica.

Le politiche dell’Unione Sovietica, la cui ideologia era incompatibile con lo stile di vita di gran parte delle popolazioni tribali siberiane, riuscì quasi a cancellare la cultura degli Itelmeni, una popolazione indigena che da secoli abita la penisola della Kamčatka. Oggi la lingua itelmena è quasi del tutto estinta: proviamo a ripercorrere la storia che l’ha condotta fino a questo punto.

Ad accrescere il fascino che l’uomo occidentale ha provato e tuttora prova verso le inesplorate frontiere dei nuovi mondi con cui è entrato in contatto durante gli ultimi cinquecento anni, vi sono una miriade all’apparenza quasi infinita di etnie e popolazioni dalle più disparate lingue e culture. Non fu certo un caso che discipline come la linguistica e l’etnologia presero avvio proprio dal moderno contatto con un’alterità dalle sfaccettature e dal numero fino a quel momento quasi inimmaginabili. Tuttavia, se nel corso degli ultimi decenni il rapporto con le popolazioni indigene è positivamente mutato in gran parte dei Paesi di cultura europea, in precedenza non di rado le relazioni furono piuttosto e decisamente conflittuali, talora sfociando in vere e proprie guerre di sterminio i cui effetti sul panorama etnoculturale di molte regioni si fanno ancor oggi sentire.

L’estremità nord-orientale del continente asiatico è una regione particolarmente interessante per rilevare in che misura le popolazioni autoctone siano state in grado di preservarsi da un punto di vista effettivo e culturale dopo essere entrate in contatto con i Russi. Il bisogno di proteggere i confini, la volontà di espandere l’influenza di Mosca e di cercare nuovi territori di caccia furono le ragioni che spinsero la Russia verso oriente, su impulso degli zar, ai quali non mancava certamente volontà di ottenere prestigio personale dovuto all’ampiezza dei loro domini.

Il corpo di spedizione in Siberia era composto in larga parte da Cosacchi, “gli uomini liberi” fuggiti dalla servitù della gleba che scorrazzavano in bande nelle inospitali foreste eurasiatiche. Questi, guidati dal leggendario Ermak, partirono nel 1580 alla volta di Sibir, capitale dell’omonimo Khanato che occupava la parte più occidentale della Siberia. Dopo avere finalmente conquistato la capitale e reclamate le terre di Sibir allo zar di Mosca, i Cosacchi proseguirono verso oriente in modo praticamente inarrestabile, mettendo piede sulle coste lambite dall’Oceano Pacifico per la prima volta nel 1639.

Il gruppo etnico più numeroso che abitava la Siberia nel momento in cui i Russi decisero di espandersi verso est era senz’altro quello tataro. I Tatari erano gli eredi del nomade Impero Mongolo che per secoli aveva controllato vaste parti dell’Asia e aveva soggiogato quella che era stata la Rus’ di Kiev. Al tramonto della potenza mongola erano nati una serie di più piccoli khanati, tra i quali quello di Sibir. Tuttavia, la Siberia era abitata da moltissimi altri popoli di dimensione assai più esigua. Via via che lo Stato russo si espandeva, andava naturalmente a comprendere sempre più popolazioni all’interno dei propri confini.

Mappa delle lingue indigene dell’Artico secondo il Segretariato delle popolazioni indigene del Consiglio Artico.

Muovendo verso est, quando incontravano una tribù di nativi, i Cosacchi pretendevano che questi si sottomettessero allo zar e che a lui pagassero un tributo. Diverse popolazioni, però, fiere della loro libertà e indipendenza, si rifiutavano di accettare il dominio russo, rispondendo con la forza armata alle pretese dei Cosacchi. Particolarmente violente furono la conquista della Kamčatka e quella della vicina Čukotka.

I popoli indigeni di queste aree appartenevano – e tutt’oggi appartengono – al medesimo gruppo linguistico: la parte meridionale della Kamčatka è occupata dagli Itelmeni, mentre i Coriacchi e i Ciukci, tra loro più strettamente imparentati, occupano rispettivamente la parte settentrionale della penisola e tutte le vaste aree a essa settentrionali.

A partire dalla metà del secolo XVII le popolazioni erano entrate in contatto con i primi sparuti gruppi di pionieri al soldo della Corona russa, ma la prima esplorazione sistematica di queste zone fu organizzata sotto l’egida di Vladimir Atlasov, sanguinario capo cosacco, che negli anni Novanta dello stesso secolo riuscì a spingersi fino all’estremità meridionale della Kamčatka. Già nel corso di questo primo viaggio, le truppe russe incontrarono la fiera resistenza delle bellicose tribù locali, in particolare dei Coriacchi, i quali diedero loro filo da torcere, durante la fondazione dei primi piccoli insediamenti.

In Kamčatka, i Russi ebbero spesso a sedare le rivolte degli Itelmeni contro il loro dominio. Pur essendo quasi del tutto impreparati e male armati durante la prima di queste, con l’andare del tempo essi acquisirono l’abilità e i mezzi per affrontare il nemico ad armi pari. L’episodio culminante della guerra fu l’assedio della fortezza cosacca di Nižnekamčatsk, portato da una coalizione di popoli indigeni. La resistenza fu però vana: nei secoli successivi le autorità russe, se non massacrarono spietatamente buona parte degli indigeni itelmeni, li assimilarono forzatamente alla propria cultura.

Una delle fonti senza dubbio più significative in merito alla cultura degli Itelmeni prima della loro quasi completa assimilazione nel corso dei secoli decimonono e ventesimo, è un volumetto dato alle stampe a Francoforte e Lipsia nel 1774 poco meno di trent’anni dopo la morte del suo autore, il dottor Georg Wilhelm Steller. Nato in Baviera, studiò all’Università di Halle e, in seguito, si trasferì in Russia in cerca di fortuna. Venuto a sapere che l’esploratore Vitus Bering stava approntando una spedizione per mappare le coste settentrionali della Siberia e dell’America, si mise in viaggio via terra verso il porto di Ochotsk dove nel settembre del 1740 si unì al corpo esplorativo composto dalle navi San Pietro e San Paolo. In quello stesso mese sbarcò per la prima volta in Kamčatka dove trascorse l’inverno imminente e dove, al ritorno dalle esplorazioni subartiche, ebbe poi modo di ritornare nel 1742 e di restarvi per due interi anni. In questo periodo entrò in contatto con le popolazioni locali e ne studiò approfonditamente la cultura, in particolar modo quella degli Itelmeni che in quel periodo occupavano ancora gran parte dell’area meridionale della penisola. Purtuttavia, le rivolte che proprio in quegli anni scoppiarono lungo le coste asiatiche del mare di Bering valsero a Steller l’accusa di essere un sobillatore delle popolazioni indigene, visti i frequenti contatti e l’evidente simpatia che egli esprimeva per costoro, e ciò lo costrinse ad un frettoloso ritorno a San Pietroburgo durante il quale si ammalò e morì.

Gli appunti raccolti da Steller, che aveva a dire il vero un interesse più naturalistico che etnologico, rimangono una fonte insostituibile, seppur questionabile, delle strutture sociali, della religione e degli usi di questo popolo che, all’epoca, doveva contare circa 20.000 individui. Una prima descrizione della lingua itelmena venne compilata negli stessi anni da Stepan Krašeninnikov, naturalista e compagno di spedizione di Steller, che ebbe modo di delineare per primo una suddivisione dialettale in itelmeno meridionale, orientale e occidentale (i primi due completamente scomparsi prima dell’inizio del XX secolo).

Frontespizio della Opisanie Zemli Kamčatki, o Descrizione della terra della Kamčatka, di Stepan Krašeninnikov.

Le politiche dell’Unione Sovietica, la cui ideologia era chiaramente incompatibile con lo stile di vita di gran parte delle popolazioni tribali siberiane, dette il colpo di grazia agli ultimi residui dell’originario tessuto sociale itelmeno. A oggi nella Federazione Russa circa 3000 persone si identificano come appartenenti a questa etnia, di cui solamente 82 erano nel 2010 in grado di parlare la lingua degli antenati. Se da un lato gli sforzi fatti dal governo russo e da altre istituzioni al fine di preservare le tradizioni di questa etnia paiono aver riscosso un minimo di successo, dall’altro l’attuale situazione della lingua itelmena non fa assolutamente ben sperare. Quasi tutti i parlanti all’epoca dell’ultimo censimento erano, infatti, in età avanzata e, nonostante siano stati già avviati vari programmi volti al recupero di questo idioma, l’impressione è che ormai le giovani generazioni siano state irrimediabilmente assimilate alla cultura russa segnando, dunque, la fine definitiva degli ultimi degli Itelmeni.

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