I papar e i primi insediamenti nell’Atlantico Settentrionale

“Lì vi erano dei cristiani, quelli che i Norreni chiamano papar, ma costoro, in seguito, se ne andarono via poiché essi non volevano stare qui con i pagani e lasciarono (dietro di loro) libri irlandesi, campane e insegne religiose; da ciò si può discernere che essi erano irlandesi.”
Chi erano, dunque, questi papar?

All’inizio dell’era cristiana l’uomo si era ormai stanziato sulla quasi totalità delle terre emerse. Gli unici territori ancora inesplorati e, probabilmente, mai avvistati erano ben pochi: all’appello mancavano ancora, al di là di luoghi eccezionalmente sperduti come Kerguelen e Sant’Elena, tutte quelle grandi isole che erano difficilmente raggiungibili navigando dalle coste continentali. Nello specifico, le popolazioni austronesiane non avevano ancora completato la colonizzazione dei Mari del Sud spingendosi sino in Madagascar e in Nuova Zelanda, eventi oggi datati rispettivamente nel IV-VI e nel XIII secolo, mentre nell’Atlantico Settentrionale vi erano ancora ampie porzioni di terra totalmente disabitate come le Svalbard (quest’ultime verranno scoperte solamente nel XVI secolo), le isole Feroe e l’Islanda.

Carta indicante il popolamento delle terre emerse (i valori sono in migliaia di anni fa)

Solamente attorno al IX secolo le terre appena nominate vennero interessate da un vasto movimento migratorio, talora impropriamente denominato “espansione vichinga”, che, a partire dalle coste norvegesi dove all’epoca erano e tuttora sono stanziate popolazioni germaniche settentrionali, arrivò a lambire nel corso del X secolo le coste nordamericane (il celeberrimo Vinland). È, tuttavia, probabile che perlomeno parte di tali luoghi fosse già abitata quando i primi coloni norreni misero piede sulle coste di queste lontane isole dell’estremo Nord.

A darcene testimonianza è, innanzitutto, l’Íslendingabók (‘Libro degli Islandesi’), cronaca redatta nel XII secolo dal Ari Þorgilsson, il quale, attingendo soprattutto a fonti orali, redasse una descrizione della storia islandese dalle prime migrazioni avvenute sotto il regno del re norvegese Harald I Bellachioma fino ai suoi giorni. Così recita un passo del primo capitolo del libro (nel quale si sta descrivendo la situazione dell’isola all’arrivo dei primi coloni):

“Lì vi erano dei cristiani, quelli che i Norreni chiamano papar, ma costoro, in seguito, se ne andarono via poiché essi non volevano stare qui con i pagani e lasciarono (dietro di loro) libri irlandesi, campane e insegne religiose; da ciò si può discernere che essi erano irlandesi.”

Chi erano, dunque, questi papar? La stessa etimologia del nome (n. sing. papi dall’antico irlandese papa ‘papa, anacoreta’) sembrerebbe confermare che costoro fossero monaci irlandesi. Ciò non sorprende in alcun modo: entro il monachesimo (e, più in generale, il cristianesimo) irlandese la peregrinatio, ovvero la pratica di abbandonare la propria patria e vivere in terre lontane (abitate o non) al fine di ottenere la salvezza dell’anima, raggiunse, infatti, il suo apice nel corso dei secoli VI e VII ed è assolutamente verisimile che gruppi di anacoreti si siano spinti, nella ricerca di un deserto spirituale, sino alle coste meridionali islandesi.

Tracce della presenza di monaci eremiti disseminati fra le isole Ebridi, le Orcadi, le Shetland, le Feroe e la stessa Islanda sono rintracciabili in diversi toponimi (solitamente richiamanti l’antico irlandese papa ‘anacoreta’, e.g. Pabbay nelle Ebridi, Papa Stour nelle Shetland, Papey in Islanda, etc.), spesso riferiti a piccole isole antistanti porzioni di terra più estese, quali probabili originarie sedi di romitaggi in seguito abbandonati.

Isola di Pabbey (Harris), situata nell’arcipelago delle Ebridi Esterne

Allo stesso tempo vi sono diverse altre fonti letterarie che attestano la presenza di monaci irlandesi nelle isole dell’Atlantico Settentrionale prima del IX secolo: nel suo compendio geografico denominato De mensura Orbis terrae, lo storico carolingio Dicuil (seconda metà dell’VIII secolo) riporta la presenza di monaci nelle Feroe, nonché nell’isola di Thule, la moderna Islanda. Beda il Venerabile (673-735) da, inoltre, testimonianza di rotte navali fra l’Inghilterra anglosassone e Thule, mentre alcuni dei lontani eremitaggi descritti in alcune opere agiografiche irlandesi potrebbero, seppur con vari dubbi, riferirsi all’Islanda.

A scanso di un numero considerevole di indizi, siamo, tuttavia, ancora in attesa di prove archeologiche definitive che possano dare piena conferma alle affermazioni contenute nelle fonti scritte. Vi è, infatti, anche la possibilità Ari Þorgilsson, sacerdote cristiano, abbia tratto il passo riferito ai papar dall’opera storica di Dicuil.

In ogni modo, allo stato attuale l’esistenza di piccole comunità eremitiche irlandesi nell’Islanda prenorrena rimane altamente probabile, soprattutto se si considera il fatto che la presenza dei papar è confermata da un’altra fonte antico islandese del XII secolo, il Landnámabók (‘Libro dell’Insediamento’):

“Ma prima che l’Islanda fosse colonizzata dalla Norvegia, vi erano in quel luogo quegli uomini chiamati papar dai Norreni; essi erano cristiani e si ritiene che fossero arrivati da ovest al di là del mare, poiché furono trovati i libri irlandesi, le campane, le insegne e molte altre cose (che avevano lasciato dietro di loro), da ciò si può discernere che essi erano Vestmenn (i.e. irlandesi, cfr. Vestmannaeyjar ‘isole dei Vestmenn’ antistanti la costa meridionale islandese).”

File:Faroe stamp 253 Europe and the Discoveries.jpg
Francobollo feroese (1994) rappresentante l’arrivo dei padri irlandesi nell’arcipelago.

Permangono, più che altro, dubbi sul fatto che i monaci abbiano effettivamente abbandonato di loro spontanea volontà oggetti preziosi come campane o libri prima di lasciare un’Islanda ormai per la maggior parte popolata da pagani. Il sospetto è che i papar, all’arrivo dei nuovi colonizzatori, siano stati piuttosto derubati e fatti schiavi e che gli oggetti in loro possesso, ritenuti magici, siano stati tramandati di generazione in generazione fino alla conversione dell’isola nell’anno 1000. D’altro canto, non si può certamente nemmeno escludere che queste comunità monastiche abbiano convissuto per un certo periodo con i Norreni, forse praticando anche attività missionaria.

Bibliografia essenziale

Ari Þorgilsson & Jakob Benediktsson, 1968. Íslendingabók. Landnámabók, Reykjavík: Hið Íslenzka Fornritafélag, pp. 5, 31-32 (trad. nostra).

Ari Þorgilsson & Grønlie, Siân Elizabeth, 2006. Íslendingabók = The book of the Icelanders. Kristni Saga = The story of the conversion, London: Viking Society for Northern Research, University College London, p. 17.

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