Pesca insostenibile

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Quando pensiamo alle minacce che colpiscono la biodiversità e gli ecosistemi marini tendenzialmente pensiamo ai rifiuti di plastica che vediamo ogni estate galleggiare sulla superficie dell’acqua e al commercio globale che, tramite le grandi navi, devia le rotte dei cetacei e spesso impedisce loro di potersi riprodurre. Le due problematiche appena citate sono senza dubbio preoccupanti, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto in realtà sia la pesca la vera grande minaccia che rischia di far diventare i nostri mari e oceani delle grandi piscine vuote. Sì, proprio la pesca, quell’attività primaria che fornisce sostentamento alla popolazione umana da millenni. Le prime testimonianze di attività di pesca sono arrivate fino a noi grazie a reperti archeologici risalenti al Neolitico, sappiamo che gli antichi Egizi facevano uso di reti (proprio come le intendiamo noi) per catturare i pesci e che i Romani avevano cominciato a regolarizzare tale attività e a sviluppare le tecniche di pesca che sono tutt’ora utilizzate. Com’è quindi possibile che nel 2021, a discapito di ogni progresso fatto dal genere umano dal tempo dei Romani a oggi, sia proprio la pesca a minacciare la sopravvivenza della biodiversità marina?

La popolazione mondiale è cresciuta esponenzialmente e di conseguenza la domanda di prodotti ittici è aumentata, così come il consumo e, proprio grazie al progresso tecnologico, è aumentata anche l’effettiva capacità dei pescherecci: se un tempo buona parte della pesca era svolta da imbarcazioni tradizionali, oggi quasi i ¾ delle imbarcazioni sono motorizzate, di dimensioni sempre maggiori e in numero sempre più grande, tanto da arrivare a parlare di flotte di pesca. Una triste stima evidenzia che la domanda di prodotti ittici diminuirà solo nel momento in cui non ci saranno più risorse per soddisfarla.

A questo si aggiunge il cambiamento climatico, i cui effetti si stanno già facendo sentire nei nostri mari e oceani. Le acque si stanno riscaldando sempre più velocemente e di conseguenza alcune correnti si stanno modificando o, addirittura, si stanno fermando come nel caso della corrente del Golfo. L’acidificazione degli oceani, inoltre, è un ostacolo per il processo di calcificazione di organismi marini quali gamberi ed ostriche, che diventano così risorse inutilizzabili. Infine, a questa situazione già critica, si aggiunge la pesca non regolamentata, un’attività che sta erodendo le popolazioni ittiche in modo insostenibile.

Ragionando in termini puramente economici le popolazioni biologiche ittiche sono da considerarsi come risorse naturali rigenerabili. Ciò significa che, anche in assenza di sfruttamento umano, lo stock di tali risorse varia nel tempo fino a raggiungere un equilibrio all’interno dell’ecosistema considerato. Nel momento in cui l’uomo si inserisce nell’ecosistema e sfrutta tale risorsa, egli ne altera la dinamica biologica. Di conseguenza, per far sì che lo sfruttamento sia sostenibile, è necessario che la quantità di risorsa sottratta all’ecosistema sia uguale alla capacità della stessa di rigenerarsi. Se questo non avviene, lo stock declina fino all’estinzione.

Questo è esattamente ciò che sta accadendo con le risorse ittiche. Ormai non ci sono zone non soggette ad attività di pesca, addirittura ci sono zone in cui le reti dei pescatori vengono calate più volte nell’arco di uno stesso anno: non vi è quindi spazio e tempo sufficiente per le risorse ittiche di rigenerarsi e compensare lo sfruttamento. Purtroppo in questo caso non stiamo parlando in termini puramente teorici; tutto questo avviene concretamente nella realtà e prende il nome di Fish dependance day. Il Fish dependance day è una data che identifica simbolicamente la fine della capacità di approvvigionamento interno di un Paese, inclusa l’acquacoltura, e l’inizio della dipendenza dalle importazioni estere. Nel 2020 questa data per l’Italia risaliva ai primi giorni di aprile, e ogni anno che passa si sposta indietro di qualche giorno.

E pensare che il nostro Paese è immerso nel mar Mediterraneo: dovremmo avere pesce a sufficienza per tutto l’anno!

Considerando che nel 1990 la produzione interna era sufficiente a sostenere i consumi fino a giugno/luglio, è evidente come questo sia un segno di sofferenza dello stato ecologico e della sostenibilità: stiamo provocando l’estinzione dei pesci e non stiamo facendo nulla per impedirlo.

Gli impatti di questa pesca sregolata sugli stock ittici sono divisi in due categorie: quelli diretti che comprendono la riduzione della popolazione marittima, il cambiamento della struttura di questi organismi, la mortalità di specie non bersaglio (si stima che ogni giorno rimangano uccisi 30.000 squali a causa delle reti) e le modificazioni dell’habitat naturale di queste specie. Gli impatti indiretti comprendono invece modificazioni delle relazioni preda/predatore, modificazioni dei flussi di energia e riduzione della resilienza tipica degli ecosistemi.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che, nel momento in cui importiamo del pesce da Paesi in via di sviluppo, sottraiamo a quelle popolazioni la loro principale fonte di proteine, contribuendo ad aumentare altri fenomeni quali denutrizione e dieta squilibrata.

Cosa possiamo fare quindi per evitare lo scenario peggiore? Prima di tutto bisogna adottare un approccio ecosistemico, ovvero identificare le specie oggetto di pesca come specie inserite in una rete di interazioni trofiche da considerare nello stesso momento. Ci sono successivamente due leve su cui poter agire: un approccio top-down e un approccio bottom-up. Il primo approccio riguarda regole e limitazioni messe in atto da un Paese o da un gruppo di Paesi. A livello internazionale, per esempio, il raggiungimento di una pesca totalmente sostenibile e regolamentata è un target dell’SDG (sustainable development goal) n. 14, uno degli obiettivi dell’Agenda 2030, ovvero il programma d’azione delle Nazioni Unite sottoscritto nel 2015 con cui si sono posti degli obiettivi precisi da raggiungere entro il 2030.

Il secondo approccio, invece, riguarda noi in quanto consumatori. Ognuno di noi deve sviluppare la consapevolezza per cui con le nostre scelte possiamo incidere non solo sul mercato, ma anche sui sistemi di produzione. Quando acquistiamo prodotti ittici, semplicemente leggendo l’etichetta, possiamo decidere di acquistare l’opzione sostenibile. In questo modo lanciamo un forte segnale economico e di conseguenza l’attività di pesca dovrà spostarsi verso condizioni più sostenibili.

La conservazione della biodiversità e della vita marina sono nelle nostre mani.

Pubblicato da Silvia Anselmi

Dottoressa in Scienze linguistiche per le relazioni internazionali. Attualmente studentessa magistrale di Relazioni internazionali comparate presso l'Università Ca' Foscari a Venezia. Nata a Varese il 17 luglio 1998. Appassionata di tutto ciò che si cela dietro alle relazioni interstatali e al mondo del diritto internazionale. I miei maggiori interessi sono i diritti umani e la protezione dell'ambiente.

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