I corvi di Lutherford – cap. 4

Capitolo IV: Il massacro

Sul lato sinistro, illuminato a giorno, un ring da boxe catturava l’attenzione di un pubblico che, con un sommario conto, avrei potuto annoverare a qualche centinaio di persone. Il combattimento si stava svolgendo proprio in quel momento. Non ebbi, tuttavia, nemmeno il tempo di ottenere un poco di contesto in merito a quello scontro che la campana suonò segnando, fra il brontolio poco controllato della folla la fine del round.

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Un certo misto di vapore e fumo di sigaretta creava, almeno presso il soffitto di quello stanzone, una coltre che, se fosse stata un poco più spessa, mi avrebbe forse ricordato dei nebbioni che avevo avuto modo di vedere durante gli autunni passati a Ipro.

Dal fondo della stanza saliva, innanzi e sopra tutto, un baccano che altro aggettivo non potrebbe avere, se non quello di infernale. Voci possenti e squillanti si accavallano in un vociare disgiunto e sguaiato, condito da urla e grida improvvise che non avrei saputo ben dire se fossero dettate più da un cieco odio o da una passione infervorata.

Di fronte a quella dantesca bolgia, cominciai dunque la mia discesa lungo la vecchia e umida scala di cemento il cui unico dispositivo volto alla sicurezza dei suoi utilizzatori era una ringhiera arrugginita dove mano umana non avrebbe potuto passare senza prima contrarvi tetano in abbondanza.

Giunto al fondo alzai gli occhi. Da una parte di quella stanza si ergeva un bancone di legno in cui frenetici come pistoni, quattro garzoni e un vecchio barista servivano incessantemente da bere a una torma di persone che aleggiava spiritata intorno allo stesso. Ma, cosa strana a dirsi, l’interesse di tutti era rivolto verso altro.

Sul lato sinistro, illuminato a giorno, un ring da boxe catturava l’attenzione di un pubblico che, con un sommario conto, avrei potuto annoverare a qualche centinaio di persone.

Il combattimento si stava svolgendo proprio in quel momento. Non ebbi, tuttavia, nemmeno il tempo di ottenere un poco di contesto in merito a quello scontro che la campana suonò segnando, fra il brontolio poco controllato della folla la fine del round.

Mi affrettai al bancone e, afferrato un boccale di birra e comprato un pacchetto di Strike da una giovane di una volta che sedeva poco distante, mi misi a sedere nel miglior posto che la fretta e la folla mi permisero in quel momento di trovare.

Una veloce indagine compiuta fra i miei vicini di posto (il cui aspetto or ora non mi sovviene o per una certa loro banalità o per il volere che la mia mente ha di dimenticare i loro brutti ceffi) mi permise di sapere che in quel momento si stavano scontrando Joe Chittaboy Chattanooga e Billy Western Gallo Minneapolis e che eravamo esattamente alla decima ripresa.

La campana suonò. I due pugili avanzarono nel mezzo del quadrato e l’arbitro, un vecchio tarchiato con degli occhialetti minuscoli, diede il segnale di avvio. L’incontro riprese con gagliardia mentre i due pugili cominciarono a battagliare furiosamente. Non sapevo, e a dire la verità non lo seppi mai, che cosa vi era in palio, ma la foga con cui i due si affrontavano pareva certamente degna di nota e spinta da più che ottimi motivi, come se la vita di uno dipendesse indissolubilmente dalla sconfitta dell’altro. Ripensandoci a mente fredda è probabile che questa veemente furia che li attanagliava fosse solamente frutto di anni e anni passati a combattere per le loro vite lungo le strade di questa nostra martoriata nazione, sicché qualsiasi cosa essi avessero fatta, l’avrebbero condotta agli estremi lidi senza stare troppo a pensare se ne valesse veramente la pena.

Bevvi, così, un abbondante sorso di birra dopo aver gettato l’ennesimo mozzicone sul sordido pavimento di quel locale. In quel momento, all’improvviso, un montante formidabile colpì il volto di Billy Minneapolis, che, indietreggiando un paio di passi, si ritrovò stretto alle corde. Joe Chattanooga accorse e subito una raffica di pugni cominciò a colpire l’avversario senza alcuna pietà.

Davanti a me un uomo all’improvviso si alzò e brandendo un foglietto giallo incominciò a saltare e urlare agitando le braccia. Il pubblico si levò in un assordante marasma di voci spietate. Tutti gridavano, tutti gesticolavano, altri affrontavano un invisibile incontro tirando pugni ad avversari incorporei.

“Avanti! Uccidi! Uccidi!” “Forza! Forza!” “Sì! Avanti così! Non ti fermare!” “Non fermare l’incontro arbitro! Non ci provare nemmeno!” “A morte! A morte!”

Mille voci esaltate si contorcevano come un uragano intorno a quel ring dove ormai Billy Minneapolis non opponeva più alcuna resistenza. Le braccia gli erano cadute, mentre il suo temibile avversario non aveva smesso per un secondo di menar busse a quel corpo ormai inerme e sostenuto dalle sole corde.

L’arbitro, con occhi vispi e impauriti dietro a quelli minute lenti non avrebbe mai osato fermare l’incontro. La folla non lo avrebbe perdonato. Dallo sguardo si intravedeva un certo dispiacere per il povero Bill, ma egli capiva bene che, in quel momento, era un mors tua vita mea.

La rabbia furiosa di Joe Chattanooga ebbe all’improvviso fine. Un montante ben assestato proiettò il corpo inerme di Billy Minneapolis fuori dal ring. Egli volò. Volò come vola uno shrapnel sopra ad un campo di battaglia. Finché un secco rumore di legna rotta e ossa spezzate mise fine a quel suo folle volo sopra a quella turba infernale. “È mio! È mio!” grido all’improvviso un vecchio alzando il braccio. La folla esplose in un clamore gioioso.

Aguzzai la vista e vidi, stretto fra le dita dell’anziano, l’agognato trofeo: un molare insanguinato.

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