I corvi di Lutherford – cap. 3

Capitolo III: La coltre

Mi guardai intorno con aria torva. Pochi individui trascinavano le loro ombre sotto alle stanche luci dei lampioni, quasi tutti con un’amnica lentezza dettata dall’inclemente caldo umido che tutto avvolgeva. A passi lunghi e accorti anche io mi unì alla lenta danza dei passeggiatori, sotto un cielo nuvoloso e senza stelle che a guisa di coperta forniva alla città un irrichiesto tepore tropicale.

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Un silenzio spettrale avvolse l’ufficio e le stanze adiacenti, tanto che se non vi fosse stato in lontananza il pigro sferragliare di un tram avrei potuto credere che l’intera città fosse caduta sotto un fiabesco incantesimo.

Mi stiracchiai un poco e, indeciso sul da farsi e il da pensarsi, mi accesi una sigaretta, inspirando con gusto le alacri note della Strike che, con orrore, mi accorsi essere l’ultima del pacchetto. L’affare era grave: bisognava trovare al più presto un rivenditore, ma, soprattutto, avevo anche necessità di capire bene quale fosse la situazione che la ragazza aveva solamente accennato nel breve colloquio appena tenutosi.

Stavo per volgere i miei passi verso il bar quando mi balenò, ratta come saetta, un’idea in testa. Ma certo! C’era un posto in cui potevo trovare informazioni e tabacco. Messomi dunque al braccio la giacca e preso in mano il cappello, feci tintinnare le chiavi lungo i vuoti atri del complesso in cui abitavo. Discese, poi, le vecchie scale scricchiolanti e accarezzati due o tre vecchi gatti che delle stesse avevano fatto reame e giaciglio allo stesso tempo, mi ritrovai per la strada.

Mi guardai intorno con aria torva. Pochi individui trascinavano le loro ombre sotto alle stanche luci dei lampioni, quasi tutti con un’amnica lentezza dettata dall’inclemente caldo umido che tutto avvolgeva. A passi lunghi e accorti anche io mi unì alla lenta danza dei passeggiatori, sotto un cielo nuvoloso e senza stelle che a guisa di coperta forniva alla città un irrichiesto tepore tropicale.

Discesi verso Brighton Street e, poco prima di imboccare Byward Avenue, ebbi modo di osservare un povero vecchio che, dall’altra parte della strada, si trascinava con una certa fretta senile e arrancata lungo il marciapiede. Dietro di lui tre uomini avanzavano lenti, come in una mesta parata militare, coi volti coperti da degli ampi cappelli, fatidici nell’aspetto. Forse quel vecchio era nei guai, giacché i veloci e frequenti sguardi che egli gettava alle sue terga facevano pensare che costoro lo accompagnassero in quella sua passeggiata serale, probabilmente contro la sua volontà, da ben prima che io osservassi quella scena.

Non mi fraintendiate, io l’avrei pure aiutato, ma il vecchio, per chissà quale motivo, imboccò all’improvviso un vicoletto deserto, all’angolo di una bottega da ciabattino abbandonata da tempo immemore. I compari affrettarono allora il passo. Capirete bene anche voi che in una situazione del genere non valeva certo la pena rischiare la pelle gratuitamente. Forse il vecchio abitava in quella via e avrebbe presto raggiunto l’agognata porta di casa, o forse, preda al panico, egli aveva semplicemente fatto la scelta peggiore possibile. In ogni modo l’affare si sarebbe concluso a breve. Avanzando in Byward Avenue ebbi giusto il tempo di vedere il drappello entrare in quel vicolo nero come la pece. Mi ripormisi di guardare sui giornali il giorno dopo se a qualcuno era stata fatta la festa in Brighton Street. Alla fine credo che me ne dimenticai.

A passi lenti e asciugandomi sovente la fronte fissai il fondo di Byward Avenue. Là, qualche centinaio di metri più avanti, vidi un’insegna bluastra al neon, la mia meta. Mi feci coraggio e ripresi il cammino.

Dopo pochi minuti arrivai sotto a quella luce spettrale e, copertimi un poco gli occhi per via del fulmineo bagliore che essa spandeva, arrancai in direzione di una scala poco distante che conduceva al piano interrato di un edificio.

Un vecchio vagabondo giaceva sul fondo del pianerottolo, scosso da ebbri sogni e completamente immerso in una pozzanghera, che a tratti si agitava come un braccio di mare in preda a furiosi cavalloni. Seduto sui gradoni un ragazzotto in grembiule fissava il cielo nuvoloso ritagliato dalle mura di quel sottoscala. Negli occhi era ancora presente, così almeno mi parve, quell’incrollabile speranza tipica di quell’età.

“È solo questione di tempo”, pensai.

Diedi un calcio alla base della porta ed entrai.

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