L’accordo dispari

In maniera molto lenta, lo si riconosce, si sta cercando di ripercorrere il (non) progetto europeo dinanzi alle migrazioni, tracciando i punti salienti, quelli che passano sotto silenzio perchè potrebbero causare indignazione.

Tra questi, uno è certamente da trattare, per la sua immensa portata, per il suo carattere propagandistico e per gli interrogativi che potrebbe suscitare. Si tratta dell’accordo UE-Turchia del 2016 sottoscritto secondo la procedura relativa agli accordi con i Paesi terzi e avente protagonista la Cancelliera Merkel, seguita immediatamente e superficialmente dagli altri Stati Membri. 

La Turchia è geopoliticamente fondamentale per diversi aspetti e le migrazioni sono uno di questi. Nel 2016 si era nel mezzo di una profonda crisi umanitaria, le isole greche erano al collasso, gli hotspot di Samos e Lesbo non riuscivano a gestire gli arrivi: era necessario trovare una soluzione. Questa fu trovata uscendo dall’Europa – gli Stati Membri si presentano, come sempre, collaboranti – e l’Unione iniziò a tessere maggiori rapporti diplomatici con la Turchia. Questo Stato, un ponte tra l’Europa e l’Asia, fu individuato come gestore esterno dei profughi siriani e afghani che arrivavano in Grecia. L’accordo, infatti, prevede che i profughi che giungono in Grecia e non presentano tempestivamente domanda di asilo, devono essere trasferiti in Turchia. Per ogni profugo siriano che viene rimandato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà trasferito dalla Turchia all’Unione europea attraverso canali umanitari. Donne e bambini avranno la precedenza in base ai “criteri di vulnerabilità stabiliti dall’ONU”.

Quell’accordo aveva una finalità specifica, ma era considerabile, alla luce dei principi stabiliti dall’Art. 21 TUE (azione dell’UE in politica estera), come coerente e legittimo. Tuttavia, si è posto un problema di possibile illegittimità dell’accordo, in quanto non coerente con i principi fissati dall’Art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE che dispone il riconoscimento del diritto di asilo. Ciononostante, poiché il contenuto dell’accordo non colpiva direttamente il rifugiato, quanto meno non nella teoria, nulla ne impedì l’attuazione.

Ma si guardi, brevemente, ai punti principali dell’accordo.

Appare evidente che il ruolo della Turchia non può non ricevere un compenso. Viene dunque agevolato l’accesso ai visti EU per i cittadini turchi. In secondo luogo, e forse ancora più importante, l’Unione Europea versa un totale di sei miliardi di euro per l’accordo. Infine, l’Unione europea si preparerà a decidere l’apertura di nuovi capitoli sull’adesione della Turchia all’Unione europea, dossier fermo da tempo.

A oggi, 2021, cinque anni dopo, nulla è cambiato – “come sempre”, viene spontaneo aggiungere -. I migranti fermi e imprigionati nelle isole greche non sono diminuiti. Al contrario, nel quinquennio appena trascorso plurime volte Lesbo e Samos hanno visto nascere crisi umanitarie. Eppure in Unione Europea ci si guarda ancora reciprocamente, cercando di additare un possibile responsabile e chiedendosi invano chi potrebbe risolvere l’emergenza.

In breve, l’accordo con la Turchia, atto ad alleggerire e in parte a risolvere la situazione nelle isole greche non ha raggiunto l’obiettivo. Dall’altro lato, si nota un’Unione diplomaticamente bloccata in un patto con un Stato non rispettoso dei diritti fondamentali – basti pensare che la Turchia si è appena ritirata dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne – poiché non può rinunciare al contenimento dei flussi, ma allo stesso tempo rimane restia a promuovere lo Stato di Erdogan.

Mi permetto di dire, considerazione probabilmente superficiale, che avrebbe potuto pensarci prima in quanto sono note le difficoltà democratiche di Ankara. In aggiunta, l’accordo UE-Turchia per le migrazioni non è altro che un ulteriore inutile e dannoso strumento utilizzato per la politica europea del controllo dei flussi, azione che si sta rivelando sempre più fallimentare. L’Unione Europea ha cercato di lavarsene le mani, non considerando che la Turchia non è nient’altro che un ponte, neanche così sicuro; ne consegue la terribile condizione dei rifugiati che arrivano.

In conclusione l’accordo UE-Turchia è questo, e non si è ancora compreso perché sia tutt’ora vigente. Forse perchè è del tutto inutile e quindi non particolarmente preoccupante. Tuttavia, si dovrebbe investire in maniera corretta, in caso contrario le migrazioni saranno viste sempre come un’emergenza e saranno sempre di più un problema irrisolvibile.

Ad ultimum, nel prossimo articolo, si parlerà di un altro accordo, principalmente italiano, il memorandum con la Libia.

Pubblicato da Benedetta Arrighini

Laureata in giurisprudenza, aperta al mondo.

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