Cosa dice di noi

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La questione afghana è incredibilmente complessa e diversa dalla storia di una Nazione per come la intendiamo noi europei. Per figurarsi l’Afghanistan è importante comprendere che si tratta, prima di tutto, di un’intricata costellazione di etnie che si intrecciano fra valli, montagne e altipiani, punteggiati da villaggi e città con tradizioni e costumi propri. Una terra  sviluppatasi nei secoli attraverso canoni diversi dal concetto europeo di “Stato moderno” poi esportato dal colonialismo, nella quale non è mai esistito un potere centrale in grado di amministrare l’intero territorio inscritto nei (labili) confini geografici. La storia è quella di una “tomba di imperi”, sopra la quale quello americano è solo l’ultimo nome inciso, che fin da Alessandro Magno è stata il crocevia di popoli ed eserciti. Basti ricordare che sia i talebani sia Al-Qā‘ida nascono per combattere l’invasione dell’impero sovietico nel ‘79.

Sarebbe impossibile affrontare brevemente la storia di questi luoghi. Impossibile farlo anche considerando “solo” gli ultimi vent’anni, nell’arco dei quali tale storia si è intrecciata con quella di un popolo lontanissimo, geograficamente e culturalmente: il nostro. Dall’inizio del ritiro occidentale, terminato il 30 di agosto, la copertura mediatica inizialmente ampissima è andata sistematicamente a calare. Forse, però, vale ancora la pena spendere qualche parola sull’impegno italiano in quei luoghi. Guardarci un’altra volta allo specchio per comprendere cosa questo dice di noi e come può, si spera, aiutarci per il futuro.

Cominciamo prendendola un po’ larga. L’Italia è membro della NATO e, com’è stato detto svariate volte, è andata in Afghanistan con l’intenzione di applicare l’Articolo 5 del Patto Atlantico, in seguito agli attentati dell’11 settembre. Ma questo sarebbe eccessivamente riduttivo. L’Italia, infatti, fa parte della sfera di influenza americana, e non solo da un punto di vista semplicemente economico. Durante la Seconda Guerra Mondiale siamo stati invasi dagli Stati Uniti che, a oggi, mantengono circa 12 mila militari nel nostro Paese. Questo dato è un ottimo indizio per comprendere che non siamo noi ad aver deciso di far parte di tale sfera, come non siamo noi a poter decidere se uscirne o meno. Il rapporto che ci lega all’egemone mondiale (il quale ha il controllo di tutte le principali rotte marittime del pianeta, in quanto controlla tutti gli stretti per le quali esse passano) è di tipo esistenziale. Questo significa che se anche volessimo amministrarla, noi non abbiamo il completo controllo di ciò che è la nostra strategia, di come disponiamo dei nostri mezzi e di come ci poniamo nei confronti degli altri Stati. In questi e in molti altri campi dipendiamo dal benestare del nostro egemone, e possiamo muoverci solamente quando non andiamo a collidere con i suoi interessi.

Alla luce di tutto questo, si può vedere come l’intervento a fianco degli Stati Uniti assume una sfumatura diversa. La necessità che ci spinse a partecipare alle missioni Enduring Freedom prima e Isaf poi era quella di mostrarci utili, presentandoci come aiutanti nella speranza di ottenere crediti che poi venissero tradotti in qualche tipo di riconoscenza. Ma questo non è avvenuto e non poteva avvenire, semplicemente perché noi non sappiamo cosa chiedere.

Proviamo a spiegarci meglio affrontando due fra i tanti problemi che affliggono l’Italia. Il primo è la classe dirigente la quale, per molte e complesse ragioni, manca di una visione del Paese che vada oltre la contingenza politica del momento. Il secondo è l’opinione pubblica, che esprime quella classe. La popolazione italiana, infatti, indipendentemente dal colore politico, è prima di tutto anziana e abituata a pensare in termini strettamente economici e di benessere. Un esempio per quanto riguarda gli effetti di questa forma mentis è la definizione governativa, rilanciata dai principali media, della nostra presenza all’estero come “missione di pace”. Questa è una narrazione lontana dalla realtà che serve a far digerire ai più il sacrificio che comporta una missione nella quale si combatte, si muore e si uccide. Altro esempio è il focus molto marcato sia da parte dei mezzi di comunicazione sia da parte delle istituzioni sulla situazione dei diritti delle donne. Questo argomento è importantissimo e progredendo trasformerà le società afghane dalle loro fondamenta. Inoltre, è un tema a noi vicino, figlio di una lotta secolare che ha ancora molta strada da compiere. Ma esso non può determinare da solo l’accettazione o meno di una presenza militare all’estero. Un’opinione pubblica che crede genuinamente a tali narrazioni è necessariamente ripiegata in sé stessa, ossia verso il mantenimento del proprio status, e disinteressata rispetto ad argomenti che possono richiedere sacrifici a livello societario come la tutela degli interessi nazionali attraverso la necessaria influenza del proprio Paese.

Questi due ostacoli, che sono decisamente più complessi di quanto non si possa spiegare qui, sono stati il cortocircuito che ci ha impedito di guadagnare qualcosa dal nostro intervento in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti. Dopo 8,7 miliardi di euro, più di 50 mila soldati succedutisi e 53 che non sono mai tornati, non riusciamo ad avanzare contropartite serie perché non sappiamo chi siamo e nemmeno cosa vogliamo.

Non otteniamo margini più ampi per intestarci il controllo delle rotte mediterranee perché non ci rendiamo conto di cosa vi sta avvenendo, accecati come siamo dalla fobia per le persone migranti. Non chiediamo supporto agli statunitensi per le nostre posizioni in sede europea perché non comprendiamo le dinamiche di confronto con Francia e Germania. Non guadagniamo importanza all’interno della NATO perchè siamo convinti sia un’alleanza di difesa comune, e non un sistema pensato per difendere il suolo americano.

Si potrebbe continuare, ma ciò che conta è guardarsi allo specchio e rendersi conto che il ritiro dopo vent’anni da un teatro nel quale non avevamo nessun tipo di interesse nazionale, dove siamo andati per guadagnare favori che non abbiamo ottenuto, dice molto di noi e delle cose che dovremmo evitare di fare in futuro. Gli Stati Uniti sono stati chiari. Dopo il passo di forte maturità richiesto dalla ritirata afghana, il segretario della difesa Lloyd Austin ha fatto esplicitamente notare come sia preferibile che gli alleati con scarse risorse si concentrino nel preservare i propri spazi di interesse (con riferimento al viaggio in pompa magna della marina britannica nel Mar Cinese Meridionale). Per quel che riguarda noi, questo dovrebbe finalmente coincidere con una presa di coscienza nei confronti dell’enorme pericolo che si sta delineando in Libia. Passo impossibile se manca una presa di coscienza di sé.

Pubblicato da Carlo Chinellato

Nasco a Venezia e frequento l'Istituto Nautico Sebastiano Venier. Dopo tre mesi in Palestina mi sposto all'Università di Trento dove ottengo una laurea in Studi Internazionali. Solo recentemente ho scoperto e cominciato a coltivare una passione per la disciplina geopolitica attraverso la lettura della rivista "Limes". Ho un piccolo debole per le mappe e la cartografia.

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